Scrittori di aforismi su Twitter, Chiaracentrica

Nella sezione Scrittori di aforismi su Twitter l’articolo di oggi è dedicato a @Chiaracentrica (Chiara[mente]). Nella breve nota biografica che mi ha inviato, l’autrice scrive di sé: “Dico spesso che il mio nome di battesimo, Chiara, è una presa in giro. Sono tutto tranne che chiara, specialmente ai miei occhi. Parlo poco, osservo molto. Ligure di nascita, approdo a Torino ormai 16 anni fa, inseguendo una laurea in Filosofia. Lei però corre molto più veloce di me, ed io nel frattempo insegno Inglese a chiunque mi riesca di convincere che l’Inglese lo conosco benissimo [la persuasione è la parte più difficile]. Vivo con un grosso gatto nero, Oblomov, ed uno svariato numero di versioni di me stessa, tutte piuttosto ingombranti”.

@Chiaracentrica è su Twitter dall’ottobre del 2012. “Perché sono su Twitter? Che qualcuno me lo dica, vi prego! Mi sono iscritta per curiosità – tratto che guida quasi tutto quello che faccio – incoscienza, e una buona dose di timidezza. Scrivo perché la parola scritta è stata la prima delle mie ossessioni, scrivo per me da che ho memoria, scrivo perché è terapeutico. Scrivo su Twitter perché su Twitter ho trovato persone che come me salvano quotidianamente la vita grazie all’ironia; scrivo su Twitter perché in fondo un po’ vanitosa lo sono, non lo nascondo. Il mio definirmi ‘Chiaracentrica’ lo spiega in maniera esaustiva, credo. Ah quel [mente] accanto al mio nome, non è sostantivo ma predicato verbale … sono pignola, lo so, scusate, ma ci tengo a precisarlo”.

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I tweet di @Chiaracentrica sono inquieti (“Non è al cuore ma all’ansia, che non si comanda. Lexotan, non lasciamoci più”), descrivono un universo fatto di “sei gradi di disperazione”, in cui l’autrice si muove brancolando (“Luce o buio, poco importa. Brancolare resta una delle cose che mi riesce meglio”) e si perde in un sacco di bicchieri d’acqua (“Ho un sacco di bicchieri d’acqua in cui perdermi”). In questa inquietudine metafisica, @chiaracentrica si coinvolge e si scopre, parlando senza censure e con una grande autoironia dalle proprie debolezze e dai propri limiti (i cosiddetti “vizi di fabbricazione”). L’autrice ama vivere negli angoli (“Mi piace vivere negli angoli. È attraversare il centro della stanza a spaventarmi”), nel fuori luogo (“Passo la maggior parte del mio tempo fuori luogo. E niente, ho deciso di prender residenza lì”), persino in un “vicolo cieco” e appesa a “chiodi fissi”. La breve storia della sua vita diventa così un “prendere treni. Perdere treni. Scusarmi per il Disagio” o anche “fissare inebetita per ore” la leva che potrebbe sollevare il mondo o “Provare gioia. E non trovarla della propria taglia”. E alla fine l’unica conclusione possibile è la ricerca di un vuoto nirvanico (“Pillole di Nirvana, ne avete? Di quelle di Saggezza ne ho già avute abbastanza, grazie”), dove non si desidera più (“Cedesi aspettative, ancora in buone condizioni, per eccesso di produzione”) e dove si coltiva l’arte del non essere più nessuno (“Memo: mai dimenticare l’importanza e l’esigenza di essere nessuno”).

In questa continua riproposizione di un pessimismo cosmico (dove c’è anche una forte sfumatura misantropa “Vorrei che tra di noi ci fosse qualcosa di più. Tipo —che so— un muro”), la visione del mondo di @chiaracentrica non è così nera come sembra. Inquietudine e gioco e autoironia sono strettamente correlati e portano l’autrice a prendere le distanze dalla eccessiva serietà del piangersi addosso, con un gusto sottile della battuta che sdrammatizza ciò che sembrava irrimediabile: “Ognuno sta solo sul cuor della terra trafitto da un raggio di sole: ed è subito «un Martini bianco, grazie.» o anche “Io porto il Rancore, voi non dimenticate di portare la birra” o anche “No, oggi non posso. Devo pulire tutti gli specchi su cui ho cercato di arrampicarmi”. Così la la continua riproposizione del dramma della vita si accompagna a una concentrata esibizione di ironia, tanto che se l’autrice se ne sta seduta in silenzio su un punto interrogativo, lo fa “dondolando le gambe e mangiando marmellata”. Da qui lo stile inconfondibile dell’autrice, serio e leggero, metafisico e giocoso al tempo stesso.

Presento una selezione di tweet di @Chiaracentrica

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@Chiaracentrica, Tweet scelti

Non serve a niente avere una risposta a Tutto, se Tutto non ti ha fatto una domanda

No, oggi non posso. Devo pulire tutti gli specchi su cui ho cercato di arrampicarmi.

Mettere a fuoco le priorità, guardarle lentamente bruciare.

Mi sono allenata moltissimo, negli anni. E se mai mi dovessi reincarnare sarò carta da parati.

Ho smesso di volervi bene una decina di gradi fa. Perdonatemi.

Io porto il Rancore, voi non dimenticate di portare la birra.

Non è tanto il parlare con il proprio gatto, il problema. È il miagolargli.

Gente che ti chiede «Ehi, dove sei finita?» quando tu ancora stai cercando di capire se sei davvero mai «Iniziata».

Dite la verità. Da piccoli non siete “caduti” dal seggiolone, è stata mamma a spingervi.

Avete tutta la mia stima.
Ora —siate gentili— potreste anche restituirmela, eh.

Se mi seguiste per davvero ormai saremmo già tutti giù dal burrone.

Pelle e silenzi che parlano, gli occhi manco sto a dirlo, cervelli che scopano. Insomma, un sacco di superpoteri, e state qui a lamentarvi.

Avrei bisogno che nella lingua italiana venisse introdotto il modo Desiderativo.
Che qualcuno provveda, lo inventi, su.

Devo andare, ho un sacco di cose da rimandare a domani.

Cucire ombre, scucire rapporti.

Esco. Ho un sacco di bicchieri d’acqua in cui perdermi.

Mangio buoni propositi a colazione e —a cena— Maalox.

La Memoria ha questo brutto vizio di spedire cartoline.

Ho distrattamente urtato un manichino, e gli ho chiesto scusa. Poi dicono che sono poco socievole. Mah.

Ognuno sta solo sul cuor della terra trafitto da un raggio di sole: ed è subito «un Martini bianco, grazie.»

Castelli di carte e vento, breve storia della mia vita.

Vorrei che tra di noi ci fosse qualcosa di più. Tipo —che so— un muro.

Ho trovato il senno di Poi. Per cortesia, se qualcuno di voi lo conosce gli dica di passare a riprenderselo, che è parecchio fastidioso.

Mala Consecutio Temporum currunt.

«Non ti curar di Loro …» perché sono loro quelli da curare.

Le larghe intese a me non riesce di farle nemmeno con il mio gatto.

Le volte in cui divento un luogo invivibile. Le altre tutto benissimo, continuo a prendere i treni sbagliati.

«Ma certo che ho voglia di vederti. Aspettami là, dove si incontrano due rette parallele.»

Io esco, porto le mie Paturnie a fare due passi.

Centoquaranta caratteri e nemmeno uno che abbia voglia di indossare.

Io ve lo dico. O il mio cervello si muove al rallentatore o voi tuittate troppo.

Il voler essere felici come vizio di fabbricazione.

Passo la maggior parte del mio tempo fuori luogo. E niente, ho deciso di prender residenza lì.

Lasciarsi inghiottire dal buio, e con calma aspettare d’esser digeriti.

Quelle coscienze pulite che vi ostinate ad indossare, vi stanno corte di maniche. Io ve l’ho detto. Poi fate come volete, ci mancherebbe.

Comperare una fionda. Raccogliere tutte le perle di saggezza ricevute negli anni. Restituirle al mittente.

Mi spoglio di parole. Faccio la muta.

Io esco. Se qualcuno mi dovesse cercare sono in un vicolo cieco, grazie.

Sei gradi di Disperazione.

Chissà dove vanno a finire tutte quelle cose non dette. Oltre che sulla parcella dell’analista, intendo.

Sono arrivata al Dunque. E niente, non c’è nessuno. Torno indietro, va.

Nel tempo libero appendo quadri ai miei chiodi fissi.

Chissà se vendono Anime antisismiche per i terremoti emotivi.

Io la mia coda di paglia me la sono fumata. Lo consiglio a tutti.

Mi piace vivere negli angoli. È attraversare il centro della stanza a spaventarmi.

Pillole di Nirvana, ne avete? Di quelle di Saggezza ne ho già avute abbastanza, grazie.

Non è che sono poco reattiva, non colgo gli attimi perché recisi appassiscono.

Mi fanno male tutte le congiunture. Quelle delle ossa, quelle economiche, quelle astrali. Tutte.

Provare gioia.
E non trovarla della propria taglia.
[È come respirare in un’aria di vetro.]

Oggi voglio star così, seduta in silenzio su un Punto Interrogativo.
… a dondolare le gambe e mangiar marmellata.

«Non mi stai ascoltando.»
«Ma certo che ti sto ascoltando! Ho appena sbadigliato.»

«Oh! Ma come ti sta bene questo nuovo Cliché!»

Riesco a leggere, pensare ad altro, non capir nulla, fumare e bruciarmi i capelli tutto nello stesso momento. Altro che multitasking.

[Il posacenere pieno e la testa vuota.]

La virgola vuole lo spazio, mica la Luna.

Non è colpa mia se i panni degli altri mi stanno larghi.
Ed è molto probabile che nemmeno mi piaccia come si vestono.

Se per caso qualcuno di voi dovesse ritrovare la mia consapevolezza, è gentilmente pregato di NON riportarmela. Grazie.

Luce o buio, poco importa.
Brancolare resta una delle cose che mi riesce meglio.

Mai che ci sia uno sconosciuto quando hai bisogno di caramelle. Bah.

Smettere di distinguersi. Iniziare ad estinguersi.

Faccio sempre confusione fra ciò che va colto e ciò che va potato.

È tutto un [inter]ferire.
… che guaio.

È buona educazione avvisare prima di sputare Sentenze. Così almeno ci si sposta, mica per altro.

Ho arredato la mia scatola cranica in stile paranoide, con qualche tocco di ossessivo—compulsivo qua e là.
… ci si sta una favola, eh.

Iniziate pure ad incamminarvi verso Fanculo, io appena posso vi raggiungo.

Non credo ai miei occhi.
… Figuriamoci ai tuoi, dài.

Inciampo in me stessa, continuamente.
… Levatemela di torno, per cortesia.

Datemi una leva e la fisserò inebetita per ore.

Non sono poi così sicura che “amare” sia un verbo transitivo.
… “picchiare” —ad esempio— mi sembra esserlo molto di più.

Ho un mal di testa che sembrano due. Forse anche tre.

La mattina fatico a trovarmi nello specchio, ché ho lo stesso colorito sano delle piastrelle bianche tutt’intorno.

Non è al cuore ma all’ansia, che non si comanda.
Lexotan, non lasciamoci più.

Questo cranio non è un albergo.
Datevi una regolata, lì dentro

Sono sicura che Gesù gli spaghetti non li avrebbe MAI spezzati.

Per Natale vorrei solo una nuova Weltanschauung, ché la mia si è ormai rotta ed il nastro adesivo non basta più per tenerne insieme i pezzi.

Il bisogno spasmodico di esser guardati, in alcuni momenti. In altri —la maggior parte— l’andarsene non appena ti si posano occhi addosso.

“La parte migliore di me” … chiedi. Son certa fosse qui. L’ho solo appoggiata un momento, scendendo le scale.
E niente, non la trovo più.

Molto meglio chi si perde sul serio.

Quelli che cercano la “retta via”.
E quelli che la via —qualsiasi via— la trovan rotta.

[Quel che riaffiora. E lasci che lo faccia, ché pensi debba forse un poco respirare. E invece no, ma è tardi ed a perder il respiro sei tu.]

L’Ottimismo —anche porzione singola— lo abbiamo finito.
Posso controllare se è rimasta qualche scatola di False Speranze, in magazzino.

Facciamo così : tu ti assumi tutte le tue Responsabilità, io tutte le mie Irresponsabilità.

[ Mai che ci sia un Ismaele a portata di mano quando hai bisogno di qualcuno che narri il naufragio delle tue Ossessioni. ]

«Ti disturbo? Hai gente??»
«Sì. E sì. Nella testa.»

«Cosa fai nella vita?»
«Colleziono tasti dolenti.»

«Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbindolato?!»

Retuittatemi un poco di joie de vivre.
Per piacere, dai.

Memo : mai dimenticare l’importanza e l’esigenza di essere nessuno.

Il Tempo non cancella niente. Sposta solo tutto da un’altra parte.

Ho chiuso il cerchio. Il problema è che me lo sono chiuso attorno

Breve storia della mia Vita : prendere treni. Perdere treni. Scusarmi per il Disagio.

Ho un Ippopota[la]mo nel cervello.

Venni. Vidi. Procrastinai.

Cedesi aspettative, ancora in buone condizioni, per eccesso di produzione.

«Quanto hai sul tuo conto?»
«Un po’ di dicerie.»

«Per cortesia, saprebbe indicarmi il Centro dell’Attenzione, così mi sposto? Grazie.»

Ho bisogno di un guardiano del «Farò». Che mi impedisca di pronunciarlo, almeno.

Per me uno Stupore, grazie.
Di quelli ad occhi spalancati.