Scrittori di aforismi su Twitter, Saraturchina

Nella sezione Scrittori di aforismi su Twitter l’articolo di oggi è dedicato a @saraturchina (Sara). Nella breve nota biografica che mi ha inviato, l’autrice scrive di sé: “Sono nata in un settembre molto caldo e sono una persona come tante, laureata e che cerca di costruirsi la sua dimensione. Anche se insomma, lo confesso, amo pensare di riuscire a distinguermi ogni tanto. Mi sono iscritta a Twitter per caso, come un caso è il mio nickname ‘saraturchina’: all’iscrizione passai mezz’ora a cercarne uno libero, e ‘saraturchina’ mi passò per la testa perché era abbastanza improbabile. Alla fine mi ci sono affezionata”.

saraturchina_ccc.jpg

@saraturchina è iscritta a Twitter dal febbraio 2011, “Scrivere in qualche modo mi è sempre piaciuto” mi dice l’autrice “avendo una mente che infrange spesso i limiti di velocità buttare giù qualcosa è una corsia preferenziale per far correre le idee. Twitter è diventato quasi una moleskine su cui fissare appunti fra una cosa e l’altra, a volte battute, a volte sensazioni. Nel mio profilo dico ‘ogni tanto faccio la persona seria, poi di solito rinsavisco’, perché tendo sempre a mischiare un grammo d’ironia al resto, non saprei fare altrimenti”.

@saraturchina non ama la calma perfetta (“La calma perfetta è un bel posto ma non ci vivrei), l’eccessiva serietà (“Ho provato a prendermi sul serio per un attimo e sono stati i cinque minuti più terrificanti della mia vita”) e il rigore della logica (“Fuori da ogni logica si sta comodi”).

La vita è una questione di intensità (“Dell’intensità con cui le cose arrivano e trascinano via per un attimo”), di disequilibrio (“L’equilibrio lo trovo nelle persone che riescono a farmi sbilanciare”), di sensazioni, di un adesso dopo l’altro (“Non pretendo certezze, preferisco un adesso dopo l’altro”), di folate di vento da prendere in pieno (“Con le persone funziona come con il vento. Non si addomestica, di solito non ci si fa caso”). Perché come scrive bene l’autrice ci sono momenti in cui l’unica cosa da fare “è lasciare un attimo da parte le bussole, assecondare la corrente, stare a vedere dove porta”.

In questa intensità del sentire (“interpreto poco, seguo l’intuito, ragiono a pelle”), @saraturchina mostra il suo stile particolare, quello di una grande descrittrice di stati d’animo, anche quelli che sembrano apparentemente impossibili da inquadrare (“La maggior parte degli stati d’animo sono impossibili da inquadrare. Passano, ti spettinano, spariscono. Nello spazio di un momento”). E così nella sua timeline (che sembra sempre avere una vista “lato finestrino”) si rincorrono visi, sensazioni, paesaggi, luci, brani di canzoni (la musica è davvero uno dei principali protagonisti), “passi, schianti, respiri lunghi, occhiate” e anche le stagioni, tra cui l’estate, un leitmotiv ricorrente, “una stagione da respirare, da non ragionare, da sentire, da fotografare”.

Per @saraturchina scrivere diventa “prendere frammenti che passano per la testa, fermarli, tradurli in lettere. Come equilibristi sul filo del discorso”.

Presento una scelta di tweet di @saraturchina

**

@saraturchina, Tweet scelti

Prima o poi scopriremo che non era un tunnel, era una rotonda.

Mi piacciono le persone riservate. Se ogni centimetro di confidenza va sudato una volta che ci metti piede difficilmente poi ne esci.

Chi ti fa da limite, chi ti fa da orizzonte.

– Perché lo dici sottovoce?
– Perché voglio che ti avvicini.

Quando la razionalità non ci arriva l’intuito scavalca.

Per me quello che ha preso Battiato prima di trovarsi a vagare per i campi del Tennessee, grazie.

Certe canzoni danno talmente confidenza che ad un certo punto non distingui più se sia tu ad ascoltarle, o se siano loro a starti a sentire.

Poche cose danno dipendenza come la libertà di abbassare le difese con qualcuno.

Se Freud ci avesse letto si sarebbe dato al punto croce.

Nati sotto il segno del “domani smetto”, ascendente “come no”.

La calma perfetta è un bel posto ma non ci vivrei.

Si rubano sguardi, pezzi di conversazioni sentite camminando, frammenti di tempo altrui. Siamo un po’ tutti ladri involontari.

Basta qualche giorno di vacanza perché addosso resti una percezione diversa di tutto. Perché i ritmi sembrino morbidi, anche se non lo sono.

Mille modi per dire senza dire, altrettanti per non dire niente parlando. Quelli fra voce e silenzio sono confini pieni d’uscite secondarie.

Persone che sanno essere strade e punti fermi, allo stesso tempo.

Ho un debole che è più forte di me.

Manca il tasto ‘ se cammini di là c’è un tombino aperto’.

Guardi le dita di Ludovico Einaudi che si incorrono sui tasti, e per un attimo hai l’impressione che anche la musica si fermi a guardare.

L’unico problema del volume è che sui Pink Floyd non si può alzare oltre il massimo.

Come quando l’equilibrio è dentro a una vertigine.

Probabilmente sta lì il fascino delle cose complicate, nel fatto che ci somigliano molto più di quanto lo sappia fare la calma perfetta.

Il mare è uno stato mentale, puoi essere a chilometri e allo stesso tempo portartelo addosso.

Non pretendo certezze, preferisco un adesso dopo l’altro.

Quando si cerca di definire e inquadrare le sensazioni, quando invece basta una sensazione per definire il resto. Compreso se stessi.

I viaggi migliori li fai quando dimentichi a casa te stesso.

– Cosa fai nella vita?
– Parlo fino a dieci prima di contare.

Notti che sarebbero da camminare e parlare per i vicoli d’un posto qualunque, finché non finiscono parole, vicoli e senso dell’orientamento.

Momenti senza un’idea per la testa, altri in cui cominceresti a scrivere e smetteresti solo quando hai riempito anche le pareti.

È davvero il tuo posto quando riesce ad essere anche la tua via di fuga, senza muoverti di un passo.

Mi piacciono le decisioni che mi hanno già preso prima che sia io a farlo.

È la persona giusta se i suoi punti di forza combaciano con i tuoi punti deboli.

I passi migliori sono quelli senza i ragionamenti aggrappati alle caviglie.

Ci si lascia disarmare dalle persone in cui si riconosce un pezzo di se stessi.

Non è tanto avere un motivo. Ma esserlo.

C’è chi ti guarda e riesce a mischiarti anche le ossa.

La più grande libertà che si può dare a una persona è permetterle di essere se stessa fino in fondo.

Che poi difficilmente è vero che ci si sceglie, è più come tra calamita e ferro. Ci si attira, ci si riconosce, non ci si può fare nulla.

L’equilibrio lo trovo nelle persone che riescono a farmi sbilanciare.

È complicità quando riduce il resto del mondo a un particolare trascurabile.

Le lezioni di vita solo se siete risorti ieri l’altro.

Lo sport che mi riesce meglio è il fraintendimento multiplo con doppio avvitamento e triplo salto mortale.

Quell’indecisione logorante fra sdraiarsi sul divano, cadere sul divano, svenire sul divano o franare sul divano. Non so se ho detto divano.

Cammino, parlo e mi muovo con naturalezza ma in realtà ho il download del risveglio inchiodato al 40% da mezz’ora.

Se incontrassi gli sceneggiatori della mia vita gli farei fare un alcol test.

La sintonia quasi mai ha mezze misure, funziona più come un fiammifero. Non si accende proprio oppure lo fa subito, senza spegnersi.

Spesso girarci attorno è un modo per capire come caderci meglio.

Ci sono momenti per avere le vertigini e momenti per esserlo.

Apritemi l’audio con la fine del tunnel.

I caricabatterie stanno ai telefoni come la caffeina sta a me.

Ho provato a prendermi sul serio per un attimo e sono stati i cinque minuti più terrificanti della mia vita.

– Ascoltami quando ti parlo.
– Non interrompermi mentre ti guardo.

Siamo quello da cui cerchiamo di distrarci.

I Cure sono un po’ come il nero, stanno bene su tutto.

Non sai come. Sai solo che ad un certo punto qualcosa è diventato la ragione di tutto il resto.

Con i chilometri di parole che due donne riescono a far stare in una telefonata ci si potrebbe coprire all’incirca la distanza terra-Marte.

I caratteri spigolosi sono così, all’inizio vai a sbattere ovunque. Poi prendi le misure, e impari a muovertici come in una stanza al buio.

Le persone vanno lette anche fra le dighe. Quelle messe per contenere le parole.

La musica è quella variabile che per un secondo può darti la sensazione di guidare non su una provinciale piena di buche ma sulla Route 66.

Chissà di cosa si fanno le frasi fatte.

Strappami un altro sorriso se hai il coraggio.

Più che a guardarle le mani s’impara ad ascoltarle. E a tradurle. Nel modo che hanno di muoversi mentre si parla, si tace, non si fa nulla.

Quanto una persona sia importante lo capisci dall’effetto che ti fa sentirla pronunciare il tuo nome.

La caffeina è un’arma di resurrezione di massa.

Sbrigati, mi faccio trovare impreparata.

Quando mi fisso con una canzone sono sempre moderata, nel senso che la sento a ripetizione finché non mi ha frantumato ogni singolo neurone.

Provo a interessarmi alle elezioni europee ma vedo le cose a riguardo che passano in mente tipo balle di fieno che rotolano nel nulla.

Perdere il filo, riprenderlo, partire da un’idea e finire chissà dove, ad anni luce di distanza. Pensare è anche una questione di spazio.

Se non fa promesse ma mantiene le premesse, allora è la persona giusta.

Ci sono mattine in cui l’unica sveglia efficace sarebbe il carnevale di Rio di fianco al comodino. E forse non basterebbe ancora.

In vino veritas, in cronologia di più.

Nelle mani sono condensati tutti i linguaggi possibili.

Ci si perde fra i ragionamenti, mai fra le sensazioni. Quelle sono sempre chiare, nette, come un quadro appeso a un muro. Solo da decifrare.

Comunque anche il senso della vita avrebbero potuto metterlo in un posto più comodo. Non so, in fondo a destra.

Non è che mi piaccia il profumo dei gelsomini, è più che mi ci chiuderei direttamente dentro e butterei la chiave.

L’inferno lo immagino come una stanza in cui si è costretti a vedere h24 i programmi della domenica pomeriggio. In eterno. Senza divani.

“Sono una persona tutta d’un pezzo” solo se vi hanno estratto da una cava di marmo.

– Fa della tua vita un’opera d’arte.
– No guarda, non vorrei uscisse l’urlo di Munch.

Ogni estate ha sempre in qualche modo il retrogusto di quelle precedenti, torna giugno ed è come riprendere un discorso sospeso a settembre.

È bello l’essere umano perché è versatile. Riesce a insultare i ciclisti quando guida, le macchine quando cammina, i pedoni quando pedala.

Come la puntina su un vinile, è dai punti di contatto che la musica parte.

Siamo tutti la via di fuga di qualcun altro.

Quando ascolto gli Ac/Dc mi si riallineano anche i baricentri che non ho.

Magari prima o poi scopriranno di che sindrome soffre chi si sveglia una mattina e decide di organizzare una cena fra ex compagni di liceo.

Nella prossima vita vorrei la pazienza di chi su instagram mette quarantacinque hashtag per foto.

Se ci si arriva seguendo solo la testa è un posto qualunque. Se ci si arriva seguendo anche lo stomaco, la pelle e l’intuito è una meta.

C’è un grillo che mi sta facendo un live sotto la finestra da dieci minuti, peccato solo non abbia una presa per infilarci gli auricolari.

Potrei passare ore guardando le persone, camminando per strada, incrociandole un pugno di secondi. Guardarle e basta, nel loro scorrere.

È un bel libro quando superata la metà inizi a dosare le pagine, a leggerle al contagocce. Per farle durare il più a lungo possibile.

Sto cercando la differenza fra dover ricominciare a puntare la sveglia dopo quattro giorni di ponte e puntarsela alla tempia.

Non si fermano sempre in mente le parole. Lo fanno fra le dita, nello stomaco, a volte arrivano direttamente sottopelle. Senza deviazioni.

Il buio rotto solo dal rumore dei grilli è relax in gocce.

Vivere senza musica mi farebbe lo stesso effetto di camminare senza pavimento.

È iniziata la stagione in cui l’unità di misura della temperatura non sono i gradi, sono i gomiti che si vedono sporgere dai finestrini.

Non svegliare il karma che dorme.

S’è poi saputo di che tipo di pazzia soffriva chi ha programmato l’algoritmo che regola la sezione “Chi seguire”?

Che poi, ‘persone semplici’. Semmai siamo un po’ tutti cubi di Rubik, a cui però possono bastare le mani giuste per trovare una dimensione.

Ogni tanto m’immagino il tizio che ha dato il porto d’armi a Cupido che ci guarda tutti e ci prende per il culo.