Scrittori di aforismi su Twitter, MoglieDiCurley

Nella sezione Scrittori di aforismi su Twitter l’articolo di oggi è dedicato a @MoglieDiCurley (la moglie di Curley). Nella breve nota biografica che mi ha inviato, l’autrice scrive di sé: “Io e la moglie di Curley non abbiamo niente in comune, tranne il fatto che entrambe mi suscitano molta tenerezza. Per questo l’ho scelta e lei si è lasciata scegliere con benevolenza”. E poi aggiunge: “L’account nasce ad ottobre 2013, sentivo impellente e improvvisa la necessità di dare voce ad un mucchio di sensazioni che stavano agitandosi nella pancia. La parte di me che non sapevo esistesse e che negli anni aveva tentato di farsi viva senza essere notata. Infatti sembrava morta. Questa scoperta è inscindibile dal corpo, che in certi istanti mostra l’intero sentire. Le immagini che puntellano continuamente le mie frasi e quelle degli altri, sono parole anch’esse e raccontano di me ogni volta che di parole non ne ho. Mi attira la bellezza, soprattutto quella nascosta, quella inaspettata, quella che esplode nel buio. E se spesso emerge l’ombra rispetto alla luce, è perché l’interiorità è scura, difficile da raccontare e tende a farsi più leggibile nel dolore e nell’inquietudine. La leggerezza si riversa nelle espressioni del viso e su chi può vedermi ogni giorno.
Poi le parole. Poche, quelle che servono, a scambiarsi il ruolo, a mettersi fuori posto, a nascondersi per apparire, in una stratificazioni di significati che da quello letterale può alludere al significato opposto. Mi piace molto giocarci e farmi prendere in giro da loro, litigando anche”.

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I tweet di @MoglieDiCurley sono diapositive, brevi instantanee di vita, appunti e note di chi scopre l'”inesplorato”, “incontrollati sbalzi d’impressione”, narrazioni di fatti e persone che “scivolano sul piano immaginario”, grovigli di linee che cercano di arrivare sempre al punto (“Quando arrivo al punto, mi giro a guardare il groviglio di linee che mi ci hanno portato”), capitoli chiusi “di cui l’autore “continua a cambiare il finale”, parole e cose fuori posto che fanno “da titolo all’impressione”, pensieri che abbassano il volume alla realtà “per sentire meglio il resto”, fili di un ragionamento in cerca di un interruttore “altro” che poi resta sempre spento.

Non c’è mai una conclusione, ma una continua giustapposizione di sensazioni e pensieri (“Su di me, non aderisce la coerenza”) che registrano l’impossibilità di adattarsi al mondo (“l’inadatto va bene su tutto” e Col tempo mi inadatto a tutte le situazioni”) e che raccontano la parte più scura delle cose (“La parte più scura è difficile da raccontare, occorre abituare le pupille a dilatarsi”).

In questa timeline in bianco e nero dove l’autrice passa spesso dal bisogno al desiderio “rotolando nel piacere strusciando sull’indifferenza cadendo nel nulla”, in questo definire la propria identità come ciò che “si riesce a salvare dopo il crollo” e anche come il vuoto rispetto al pieno (“Sono come tu mi vuoti”) ovvero il non esserci rispetto all’essere (“Ogni giorno, non esserci in un modo nuovo”), in questo stare rannicchiati (come in molte foto che l’autrice posta nella sua timeline) “per ridurre la superficie esposta alle ferite”, sembra sempre che il peggio prevalga metafisicamente sul meglio (“Apprezzo chi tira fuori il mio meglio, ma scelgo chi affronta il mio peggio”) e che il prossimo non sia altro che un esattore che si presenta “con il preventivo del prezzo che farà pagare”.

Il mondo è davvero pesante e “sarebbe tutto meno grave sulla luna”, (e sarebbe anche tutto più facile se ci si potesse “nascondere sotto i cappotti ammucchiati sul letto, nei giorni di festa”). Eppure in questa vita “in cui tutto cede come previsto”, resta irrinunciabile l’idea di “poter sconvolgere le cose in meglio”. Perché alla fine basta poco “ma poi è tutto”, e quel tutto può essere il sentire del corpo (“il senso profondo delle dita”) o il “sorriso nel buio” o anche la bellezza (“mi attira bellezza, soprattutto quella nascosta, quella inaspettata, quella che esplode nel buio.”) e se tutto è già “visto, rivissuto, banale”, noi non sappiamo niente fino in fondo e “può accadere di stupirsi di nuovo”.

Presento una selezione di tweet di @MoglieDiCurley

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@MoglieDiCurley, Tweet scelti

Si prega di raccogliere le cose buttate lì tanto per dire.

Me la faccio una ragione se la trovo iniettabile endovena.

Quei ragionamenti che fanno acqua da tutte le parti, soprattutto dagli occhi, andrebbero evitati.

Siete pregati di presentarvi con il preventivo del prezzo che farete pagare, grazie.

Vorrei nascondermi ancora sotto i cappotti ammucchiati sul letto, nei giorni di festa.

Nutro speranze, non vorrei si mangiassero me.

Niente mi ricorda di te, ma il fatto che niente sia ovunque non aiuta.

Apprezzo chi tira fuori il mio meglio, ma scelgo chi affronta il mio peggio.

Se non entro nel merito è perché non sai mai chi ci trovi.

Si tratta di valere la tristezza che portiamo, perché è quello che resta. La gioia è un attimo.

Quelli che lo fanno per il tuo bene, chissà se un giorno lo faranno anche per te.

Ho un forte senso del dovrei.

Sarebbe tutto meno grave sulla luna.

Tutti in cerca di spessore e poi sono i fogli più sottili a volare.

C’è chi riesce a deludere le aspettative che non sapevi di avere.

Eppure resta irrinunciabile l’idea di poter sconvolgere le cose in meglio.

Più che in parola preferirei essere presa in braccio.

Col tempo mi inadatto a tutte le situazioni.

Piaghe da ne dubito.

Il bello delle risposte secche è che le conservi più a lungo.

Taccio quel che posso.

Sei cosa riesci a salvare dopo il crollo.

Della fuga mi piace quando vengo toccata.

Quello che mi preme lo fa sempre nel punto debole.

Io arranco. Lo faccio in un modo fantasioso, che si scambia per passo sicuro

Fare per sentire, disfare per dissentire, rifare per risentire

Non cerco scuse, so dove sono, le lascio lì appese, campate in aria.

Chi non ha aspettato l’alba per ore con gli occhi al lato sbagliato del cielo.

Sono come tu mi vuoti.

Caduta in fondo al posso.

Alla luce di quanto previsto non si vede niente.

Chiamiamo affini coloro che hanno le nostre stesse ossessioni.

Ho voglia di apparenza che non inganna.

Alcuni giorni li puoi chiamare con nomi propri di persona.

Vado a distinguere il bene dal male, ciao.

È molto scortese destare l’interesse senza considerare la fatica che aveva fatto ad addormentarsi.

Quando ti si è aperto un mondo e ha risucchiato quello in cui stavi.

Si avvisa che tutto cede come previsto.

Troppi puntini sulle io.

Ho una memorragia.

Niente ti definisce come le mani che ti scorrono addosso.

Mi apro per respirare, mi chiudo per sopravvivere. E così via.

Mondi minuti in cui contano gli ora.

Ci sono carezze così veloci che lasciano bruciature.

Vorrei riuscire a non vedere ad occhi chiusi.

Quello che sembra possibile, sembra.

Ranicchiati per ridurre la superficie esposta alle ferite.

Quando fai tutto come si deve, niente è come si vuole.

L’inadatto va bene su tutto.

Le persone non capitano, s’imbattono di santa ragione.

Saper scrivere è anche farlo.

In cerca delle tappe che mi hanno bruciato.

Ogni giorno, non esserci in un modo nuovo.

Vorrei mettermi in pausa e poi giocare, poi di nuovo, come una canzone.

Il buio è un contenitore enorme strettissimo.

Mi ritorni in niente

Detesto le verità preconfezionate in involucri scadenti.

Ho sentito la consistenza di un abbraccio mancato.

Pensavo a quando bambina cercavo il ritmo dei passi di mio padre, un mio passo non bastava e due non c’entravano.

Dei capitoli chiusi continuo a cambiare il finale.

Troppe ore ad aspettare quei discorsi che non tornano.

Non si dimenticano le cose che non hai detto. (Appunti)

Affacciata sul confine del farne a meno. Immobile senza mai distogliere lo sguardo.

Pensieri contratti a tempo indeterminato.

Sto scivolando sul piano immaginario.

Seguo il filo del ragionamento in cerca dell’interruttore. Spento.

Non era previsto di scoprirsi inesplorate.

Ci vuole talento a sfinire le cose iniziate.

Quando arrivo al punto, mi giro a guardare il groviglio di linee che mi ci hanno portato.

Chi ti vuole salvare, non lascia scampo.

E come al solito, essere presente annulla il passato.

Di te, a te, da te, in te, con te, su te, per te, tra te, fra me e me.

Il conflitto più grande è con l’attesa e i suoi aggettivi.

La sensazione è di fluttuare strisciando.

La parte più scura è difficile da raccontare, occorre abituare le pupille a dilatarsi.

La meraviglia non è condivisibile.

Non ricordo più le remore del gioco.

Si potrebbe trovare un modo per posare le persone pesanti senza farsele cadere addosso.

Siamo anfratti così.

È tutto già visto, rivissuto, banale, ma non sappiamo niente fino in fondo e può accadere di stupirsi di nuovo.

Quando mi prendo in giro poi lo trovo il lato positivo.

Abbassare il volume alla realtà per sentire meglio il resto.

Al solito è impossibile ricordare dove ho infilato le aspettative riposte su di me.

La costruzione di un ricordo è un progetto ambizioso.

Mi carico di entusiasmi a molla, cercando di schivare il momento in cui tornano in faccia.

Capire il senso profondo delle dita.

Incontrollati sbalzi d’impressione.

Non è che mi puoi guardare un paio d’ore come si guarda il mare.

Dal bisogno al desiderio rotolando nel piacere strusciando sull’indifferenza cadendo nel nulla.

Non so cosa mi spinge, ma potrei chiedere a quelli che si fanno trascinare.

Basta poco, ma poi è tutto.

Cosa vuoi che sia mettere su un sorriso se è buio.

A tutte le cose a cui ho dato peso e hanno continuato a volare via.

Persone con buchi talmente grandi che la vita passa attraverso.

Posso sconnettere su di te?

Su di me, non aderisce la coerenza.

Ho pasticciato i giorni e le ore senza rendermene conto, ora è tutto imbrattato di scuse e mezze verità.

Rispetto prima di tatto.

Le persone che atterriscono potrebbero almeno piantarci dei fiori.

Rispetto la mistica della grammatica.

Sono contraria all’accadimento terapeutico.

Mi vedo se chiudo gli occhi e tu li apri.

Cose fuori posto a fare da titolo all’impressione.

Strati di convinzioni come stracci al mercato, e gente che scava e manda tutto per aria.

Gocciolano i sentimenti esibiti come stracci bagnati stesi al sole.

Alcune bolle di non detto s’ingrossano fino a soffocarti.

Il meglio di niente è una scatola che s’ingrossa fino a contenere qualunque cosa.

Mi riduco all’ultimo tormento.

Ogni tanto vorrei l’intensità dei giorni inventati.