Frasi, citazioni e aforismi sulla Calabria

Presento un’ampia raccolta in lingua italiana di frasi, citazioni e aforismi sulla Calabria. Tra i temi correlati si veda I proverbi calabresi più belli e famosiFrasi, citazioni e aforismi sulla Sicilia e Frasi, citazioni e aforismi sulla Sardegna.

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Frasi, citazioni e aforismi sulla Calabria

Calabria

Se vai in Calabria sentirai che c’è un odor di Calabria come c’è un odor di neve, come c’è un odor di sole.
(Anselmo Bucci)

Calabria, mia cara Calabria
dolce terra baciata dal mar
tu sei ricca soltanto di sole
dell’azzurro, del cielo del mar.
(I bronzi di Calabria)

Reggio è il paradiso della Calabria.
(Charles Didier)

Reggio Calabria è un grande giardino, uno dei luoghi più belli che si possano trovare sulla terra.
(Edward Lear)

Il più bel chilometro d’Italia.
(Gabriele D’Annunzio descrivendo il lungomare di Reggio Calabria)

Nella mia geografia ancora sta scritto che tra Catanzaro e il mare si trovano i Giardini delle Esperidi.
(George Gissing)

Lunghe ore di sogno con un panorama di meravigliosi scenari incantati.
(Bernard Berenson, descrivendo la Calabria)

C’è un paese della Calabria dal quale la vista abbraccia Tirreno e Jonio. Si chiama Tiriolo, è in provincia di Catanzaro e lo raggiunge la vecchia, tortuosa e a suo modo gloriosa statale 19 della Calabria. Non è l’unico punto della regione, ma forse il più suggestivo, che offre l’azzurra visione dei due grandi mari.
(Roberto Ruozi, Presidente del Touring Club Italia)

La Calabria è una terra di uomini di pensiero e di penna, che ha dato i natali a Cassiodoro e a Gioacchino da Fiore, a Bernardino Telesio e a Tommaso Campanella, a Corrado Alvaro e a Leonida Repaci.
(Roberto Ruozi, Presidente del Touring Club Italia)

Arance, mandarini e limoni crescono profumati in tutta la regione, ma è il cedro, insieme al bergamotto, l’agrume più tipico della Calabria.
(Guida Touring Club)

Quando fu il giorno della Calabria Dio si trovò in pugno 15000 kl.² di argilla verde con riflessi viola. Pensò che con quella creta si potesse modellare un paese di due milioni di abitanti al massimo. Era teso in un maschio vigore creativo il Signore, e promise a se stesso di fare un capolavoro. Si mise all’opera, e la Calabria uscì dalle sue mani più bella della California e delle Hawaii, più bella della Costa Azzurra e degli arcipelaghi giapponesi.
(Leonida Rèpaci)

Dio diede alla Sila il pino, all’Aspromonte l’ulivo, a Reggio il bergamotto, allo Stretto il pescespada, a Scilla le sirene, a Chianalea le palafitte, a Bagnara i pergolati, a Palmi il fico, alla Pietrosa la rondine marina, a Gioia l’olio, a Cirò il vino, a Rosarno l’arancio, a Nicotera il fico d’India, a Pizzo il tonno, a Vibo il fiore, a Tiriolo le belle donne, al Mesima la quercia, al Busento la tomba del re barbaro, all’Amendolea le cicale, al Crati l’acqua lunga, allo scoglio il lichene, alla roccia l’oleastro, alle montagne il canto del pastore errante da uno stazzo all’altro, al greppo la ginestra, alle piane la vigna, alle spiagge la solitudine, all’onda il riflesso del sole.
(Leonida Rèpaci)

Poi distribuì i mesi e le stagioni alla Calabria. Per l’inverno concesse il sole, per la primavera il sole, per l’estate il sole, per l’autunno il sole. A gennaio diede la castagna, a febbraio la pignolata, a marzo la ricotta, ad aprile la focaccia con l’uovo, a maggio il pescespada, a giugno la ciliegia, a luglio il fico melanzano, ad agosto lo zibibbo, a settembre il fico d’India, a ottobre la mostarda, a novembre la noce, a dicembre l’arancia.
Volle che le madri fossero tenere, le mogli coraggiose, le figlie contegnose, i figli immaginosi, gli uomini autorevoli, i vecchi rispettati, i mendicanti protetti, gl’infelici aiutati, le persone fiere leali socievoli e ospitali, le bestie amate.
Volle il mare sempre viola, la rosa sbocciante a dicembre, il cielo terso, le campagne fertili, le messi pingui, l’acqua abbondante, il clima mite, il profumo delle erbe inebriante. Operate tutte queste cose nel presente e nel futuro il Signore fu preso da una dolce sonnolenza, in cui entrava il compiacimento del creatore verso il capolavoro raggiunto.
(Leonida Rèpaci)

Il Signore fu preso da una dolce sonnolenza, in cui entrava il compiacimento del creatore verso il capolavoro raggiunto. Del breve sonno divino approfittò il diavolo per assegnare alla Calabria le calamità: le dominazioni, il terremoto, la malaria, il latifondo, le fiumare, le alluvioni, la peronospera, la siccità, la mosca olearia, l’analfabetismo, il punto d’onore, la gelosia, l’Onorata Società, la vendetta, l’omertà, la violenza, la falsa testimonianza, la miseria, l’emigrazione.
(Leonida Rèpaci)

Questo è l’ingresso e, per così dire, l’anticamera della Calabria. C’era certo di che sgomentare le immaginazioni più timorose; ma avevo presente il sesto canto dell’Eneide e sapevo che l’Inferno è l’anticipazione dei Campi Elisi. La natura, infatti, si addolciva a poco a poco; la vegetazione si impossessava di queste terre aride e la mano dell’uomo le rendeva fertili; giardini fiorivano sullo sfondo dei valloni; freschi ruscelli li bagnavano e la vita rinasceva dappertutto. Anche il tempo era migliorato e un magnifico arcobaleno cingeva le montagne, quasi a dirmi che era finito l’Inferno e stava cominciando l’Eliso; come Noé, ebbi fiducia in Dio e proseguii coraggiosamente il pellegrinaggio.
(Charles Didier)

Calabria,
casa sempre aperta.
Un arancio
il tuo cuore,
succo d’aurora.
Calabria,
rosa nel bicchiere.
(Franco Constabile)

La dignità è al sommo di tutti i pensieri ed è il lato positivo dei calabresi.
(Corrado Alvaro)

La virtù dei calabresi è l’accoglienza. La prima parola che ho imparato da loro, ventidue anni fa, venendo in treno con un amico, quando ci siamo trovati senza pane, perché il viaggio era più lungo del previsto, è stata: “Favorite”.
(Giancarlo Maria Bregantini, vescovo di Locri)

Per me Calabria significa categoria morale, prima che espressione geografica. Calabrese, nella sua miglior accezione metaforica, vuol dire Rupe, cioè carattere. È la torre che non crolla giammai la cima pel soffiar dei venti.
(Leonida Rèpaci)

All’armi! all’armi! La campana sona, li turchi su’ sbarcati a la marina.
(Canzone popolare che raccontava il pericolo dei pirati)

Attraversate il vasto mare e accanto all’Esaro fonderete Kroton.
(Oracolo di Delfi, VII secolo A.c.)

La Calabria è rocciosa e spaccata in profonde valli, da una cinquantina di fiumi torrenti con pendenze precipitose.
(Guido Piovene)

Nelle sue vaste plaghe montane talvolta non sembra d’essere nel Mezzogiorno, ma in Svizzera, nell’Alto Adige, nei paesi scandinavi. Da questo Nord immaginario si salta a foreste d’olivi, lungo coste del classico tipo mediterraneo. Vi si incuneano canyons che ricordano gli Stati Uniti, tratti di deserto africano ed angoli in cui gli edifici conservano qualche ricordo di Bisanzio. Si direbbe che qui siano franati insieme i detriti di diversi mondi; che una divinità arbitraria, dopo aver creato i continenti e le stagioni, si sia divertita a romperli per mescolarne i lucenti frantumi.
(Guido Piovene)

Si deve a questo se i viaggiatori stranieri, in Calabria, rimangono disorientati. Non riescono a definirla. La trovano diversa, non solo dalle altre regioni italiane, ma da qualsiasi parte del mondo, e stentano a valutarne la civiltà. Le influenze greche non vi lasciarono traccia così forte come in Sicilia.
(Guido Piovene)

Viaggiare in Calabria significa compiere un gran numero di andirivieni, come se si seguisse il capriccioso tracciato di un labirinto. Rotta da quei torrenti in forte pendenza, non solo è diversa da zona a zona, ma muta con passaggi bruschi, nel paesaggio, nel clima, nella composizione etnica degli abitanti. È certo la più strana tra le nostre regioni.
(Guido Piovene)

La Calabria è una mescolanza di mondi. Nessuna delle sue città vi ha potuto affermare sulle altre un primato riconosciuto. Lo ambiscono ugualmente Reggio, come la più grande, Cosenza, come più ricca e in rapida crescita, e Catanzaro che rivendica tradizioni di aristocrazia.
(Guido Piovene)

La Calabria non ha nulla di levantino, nonostante i rapporti coi Paesi ad oriente. Un poeta straniero mi disse un giorno che essa ha un fondo piuttosto epico che lirico.
(Guido Piovene)

Il calabrese ha un carattere molto chiuso, introverso. Ha molto ritegno, molto pudore.
(Vittorio De Seta)

La gente di questi paesi è di un tatto e di una cortesia che hanno una sola spiegazione: qui una volta la civiltà era greca.
(Cesare Pavese)

Essere calabrese vuol dire dare sempre l’anima, sudare su ogni pallone. Guardate i calciatori calabresi che militano in serie A, sono tutti combattenti, gente che non si scorda da dove arriva, e che è orgogliosa delle proprie radici.
(Rino Gattuso)

La Calabria è una terra bellissima ma ci sono troppe cose da migliorare. Io ho girato anche degli spot per magnificare la bellezza della mia regione, ma se non si aggiustano le strade e non facciamo infrastrutture ha voglia a fare spot.
(Rino Gattuso)

Tutti nella mia famiglia, pur vivendo ormai da anni al nord, non ci siamo mai staccati dai nostri prodotti tipici: la soppressata, la ‘nduja, il capicollo, il caciocavallo affumicato, le provole, il peperoncino, l’olio, il vino e altro. Ai colleghi del nord dico spesso: se parliamo di gastronomia, state tutti zitti e muti ché quella calabrese è la più ricca e genuina del mondo! A volte mi viene in mente quand’ero bambino e il pane veniva fatto in casa. Aveva un profumo che non si trovava e tutt’ora non si trova da nessuna parte.
(Franco Neri)

La Calabria? È tutto per me. È la mia linfa vitale. Mi dà la forza di andare avanti, proprio come fa l’insulina con un diabetico.
(Franco Neri)

Fede di calabrese: senza ma, senza se, per la morte e per la vita.
(Proverbio)

I calabresi sono gente dal carattere temprato come l’acciaio.
(Antonio Gramsci)

Il paesaggio calabrese … è un paesaggio di forme distese e quasi spianate, un paesaggio essenzialmente di lunghezza, in cui la luce gioca fra massa e massa di rilievo, tra solco e solco di fiume e di fiumare, formando successioni di quinte in ombra e in sole, sino alle pareti dei grandi rilievi terminali, mentre il mare continua, con la linea del suo orizzonte, quella delle alture e la congiunge ai profili e ai piani di altre alture, facendo da sfondo a grandi quadri dai cieli altissimi e luminosissimi.
(Giuseppe Isnardi)

Questo mare è pieno di voci e questo cielo è pieno di visioni. Ululano ancora le Nereidi obliate in questo mare, e in questo cielo spesso ondeggiano pensili le città morte.
Questo è un luogo sacro, dove le onde greche vengono a cercare le latine; e qui si fondono formando nella serenità del mattino un immenso bagno di purissimi metalli scintillanti nel liquefarsi, e qui si adagiano rendendo, tra i vapori della sera, imagine di grandi porpore cangianti di tutte le sfumature delle conchiglie. È un luogo sacro questo.
(Giovanni Pascoli)

Provavo un gran dispiacere a dover lasciare la Calabria. Le sue bellezze avevano esercitato una specie di magica ascendenza su di me e sentivo che sarebbe stata eterna. Avevo la sensazione che qualsiasi cosa avessi visto in futuro non avrebbe suscitato in me sensazioni altrettanto piacevoli ed indelebili. Di questo non ho dubbi.
Anzi, ho la presunzione di affermare che in nessun’altra parte d’Europa la natura ha tracciato in modo così magnifico le linee che il genio e l’opera umana devono seguire o gli sforzi dell’arte migliorare.
(Richard Keppel Craven)

Non sono difficile in fatto di gastronomia e, dovessi fare una scelta, assegnerei a mia sorella Orsa la palma della più saporita cucina del mondo: quella calabrese. Ancora oggi datemi una buona minestra di ceci, quelli che si ammammano, cioè fan da mamma, coi maccheroni, in una saporosa liquescenza; datemi una fetta di pescespada col «sarmuglio», che ci stupiamo di non trovare descritto nei banchetti omerici; datemi, per stimolare l’appetito fino in fondo, un pugnellino di «’mbiscatini», cioè di quei sottaceti che alternano il peperone col cappero, la melanzana con lo zenzero; datemi una ricotta di quelle che il pastorello dell’Aspromonte vi porta fino a casa, facendola colare tiepida dalla fiscella nel piatto; datemi, per consolidare il tutto, un bicchiere di Cirò, un vino che ha il colore rosso cupo delle pupille delle donne malate d’amore e il profumo del vigneto squassato dal vento sulle balze marine: datemi tutto questo e io alzo bandiera ammiraglia sulla mia tavola di calabrese radicato.
(Leonida Rèpaci)

Bisognerebbe incominciare a curare di più l’immagine di questa terra, ricca di cultura, di gente ospitale, altruista e affettuosa.
(Franco Neri)

L’amore della Calabria è un amore passionale dovuto al fatto che noi amiamo una terra che ha molto sofferto. Ha sofferto lei e abbiamo sofferto noi per farci una posizione, per avere un piccolo posto al sole. Abbiamo dovuto superare difficoltà che gli altri non immaginano neppure. C’è perciò un legame fra la sofferenza della terra e la sofferenza nostra.
(Leonida Rèpaci)

Ti amo Calabria
per gli assorti silenzi delle tue selve
che conciliano i sogni dei pastori
e le estasi degli eremiti.
Ti amo per quel fiume di alberi
che dalle timpe montane
arriva ai due mari
a bere il vento del largo
frammisto all’aroma del mirto.
Ti amo per le solitarie calanche
chiuse da strapiombi di rocce
che prendon colore dell’alga
nata dallo spruzzo dell’onda.
(Leonida Rèpaci)

Ti amo per l’aspro carattere
fortificato da solitudini
secolari, bisognoso
di poche essenziali parole
mai vacillante
davanti alla congiura dei giorni.
(Leonida Rèpaci)

La Calabria ha seni e non porti, per cui la lunghissima linea delle sue coste è più percorsa da pescatori che da naviganti.
(Cesare Lombroso)

La Calabria è una magnifica regione; d’estate ci si arrostisce come a Tambouctou, d’inverno vi si gela come a San Pietroburgo; inoltre non vi si conta punto ad anni, a lustri o a secoli come negli altri paesi, ma a terremoti.
(Alexandre Dumas padre)

Quando i Romani erano ancora poveri pastori abitanti in capanne di paglia sostenute da pali, quando Roma era formata da vicoli stretti e tortuosi e casupole di fango, quando il cittadino romano non conosceva ancora la moneta e parti di armatura…quando essi mangiavano bigio pane di farro e usavano vino solo quale medicina mentre alla donna era in generale vietato…qui, sotto il cielo di Calabria, sulle rive dei suoi due mari, Ionio e Tirreno, fioriva già ricca, sensuale, una delle più raffinate culture dell’umanità: la Magna Grecia!
(Kazimiera Alberti)

Dall’alto comparvero riflessi nel mare, bellissimi, Capo Rizzuto che termina a punta sul mare, pianeggiante, e Le Castella, la località che si trova davanti al Capo. Ma man mano che ti avvicini, vedi Le Castella chiaramente senza più riflesso. Ho avuto modo di osservare, come mi è capitato di notare già altre volte, che l’insenatura del mare, se ti trovi a osservarla da un lato, hai l’impressione che penetri nella terraferma più profondamente di quanto appaia dall’osservazione della carta geografica tanto che la carta ti sembra, a torto, a questo riguardo inesatta
(Justus Tommasini)

Che pace a Sibari e camminare nella piana fra aranceti e girasoli, guardare il grano, gli eucalipti, le pecore, le bufale che anche oggi potrebbero mantenere la grande città di duecentomila abitanti scomparsa, cancellata dall’acqua del Sibari e del Crati, lei che aveva mura lunghe undici chilometri, vasta cinquecento ettari. Non c’è più Sibari, ma c’è ancora l’incanto che la circondava, ci sono la terra, l’acqua, il cielo, i vapori d’argento che a sera stanno a segno del golfo tra il mare blu intenso e le valli boscose che scendono dal Pollino alle luci dorate della piana, alla sua dolcezza raccolta, da cui nasce va la promessa dei vecchi sibariti «mai lontani da questa città». Era proprio qui Sibari la grande.
(Giorgio Bocca)

La disperazione più grave che possa impadronirsi di una società è il dubbio che vivere onestamente sia inutile.
(Corrado Alvaro, rivolto alla sua gente di Calabria)

I calabresi colti e miti che non hanno ancora risolto l’enigma di quel loro paradiso perduto, aspettano il ritorno di Pitagora, della ragione solare, dell’armonia terrestre. Ma altri calabresi sono i peggiori, i più implacabili nemici, i distruttori del grande passato.
(Giorgio Bocca)

Le quattro regioni più direttamente investite dalle mafie – la Sicilia con “cosa nostra”, la Calabria con la ‘ndrangheta, la Campania con la camorra, la Puglia con la “sacra corona unita” – sono anche le quattro regioni più povere e disperate d’Italia.
(Giuseppe Pisanu)

I calabresi mettono il loro patriottismo nelle cose più semplici, come la bontà dei loro frutti e dei loro vini. Amore disperato del loro paese, di cui riconoscono la vita cruda, che hanno fuggito, ma che in loro è rimasta allo stato di ricordo e di leggenda dell’infanzia.
(Corrado Alvaro)

Nel bosco, in uno spazio d’onde si diparte la strada per Nicastro, sorge all’ombra degli annosi alberi un alto obelisco di marmo, poggiato sopra un gran dado quadro e una gradinata. Una sola l’iscrizione, e sono parole di Garibaldi, semplici ed epiche come l’uomo: “Dite al mondo che, alla testa dei miei bravi calabresi, qui ho disarmato dodicimila soldati borbonici”.
(Luigi Bertarelli)

Non è bella la vita dei pastori in Aspromonte, d’inverno, quando i torbidi torrenti corrono al mare, e la terra sembra navigare sulle acque. I pastori stanno nelle case costruite di frasche e di fango, e dormono con gli animali. Vanno in giro coi lunghi cappucci attaccati ad una mantelletta triangolare che protegge le spalle, come si vede talvolta raffigurato qualche dio greco pellegrino e invernale. I torrenti hanno una voce assordante.
(Corrado Alvaro)

La più deliziosa e incantatrice contrada d’Italia per l’amenità sua è certamente il litorale di Reggio, tutto coperto di giardini piantati d’agrumi d’ogni sorta.
L’odore savissimo che spargono i loro fiori verso sera, la freschezza che mantengono, la gentilezza dei casini di campagna, la bontà, la cortesia, le maniere agevoli degli abitanti rendono quel paese superiore a qualunque altro che io conosca.
(Giovan Battista Fortis)

Io abbandonai con commozione la più bella provincia della bella Italia, più vicina al sole che ama tutti. Essa è rinfrescata dai venticelli di entrambi i mari, dall’alto dei suoi monti, dai boschi ombrosi, dalle innumerevoli sorgenti…
(Federico Leopoldo Conte di Stolberg)

Reggio è una delle città che si staccano da quante se ne vedono nelle lunghe traversate dalle Alpi allo Jonio per formare un tipo, un carattere, un popolo a parte.
(Caterina Pigorini Beri)

Forse neanche sai che culla della seta in Europa fu Catanzaro e che qui si erse il primo telaio.
(Kaziemera Alberti)

Questo è il punto più stretto della penisola: scavato da un lato dal golfo di Squillace, dall’altro dal golfo di Sant’Eufemia, il piede dello stivale si restringe qui più che altrove e forma una specie di istmo che, a volo d’uccello, non ha più di dieci miglia. I due golfi sono separati dalla catena appenninica, che qui si addolcisce. L’Appennino in questa zona è molto meno eccezionale che non più a nord o più a sud. Tutte queste campagne sono stupende: tanto le marine sono tetre, aride, scarnificate, tanto le alture sono fresche, ridenti, boscose; la vigna si compensa con la quercia e gli alberi di fico si caricano di frutti due volte l’anno
(Charles Didier)

La migliore città della penisola è Tropea. Gli studiosi locali di antichità fanno derivare il suo nome da trophoeum, trofeo, e pretendono che essa sia stata così chiamata quando Scipione, di ritorno dalla conquista di Cartagine, vi ricevette gli onori. Il vincitore dell’Africa a cui sarebbe stato attribuito il trionfo in un’umile borgata della Calabria! La pretesa è per lo meno sorprendente e se non è vero è ben trovato. Il provinciale italiano è inesorabile in fatto di etimologie; ne afferma delle più incredibili con imperturbabile disinvoltura, una fede senza limiti, e più di una volta andando avanti avremo occasione di ammirare gli arditi sforzi e i salti pericolosi dell’immaginazione archeologica degli italiani.
(Charles Didier)

Costruita in modo pittoresco non lontana dal mare, Palmi è protetta sul lato opposto dal monte Corona, il più magnifico belvedere di tutta la costa e forse della Calabria intera; all’inizio cintato d’ulivi, poi da castagni secolari, il monte Corona, o di Sant’Elia (porta infatti due nomi), è sormontato da una chiesa e da tre croci, che, da lontano gli danno l’aria del Calvario sul Golgota. Giunto alla vetta ci si inginocchia, ma non ai piedi della croce; nel xix secolo ci si genuflette solo davanti alla natura. Nessun posto è più affascinante, nessuno più adorabile.
(Charles Didier)

Per conoscere Catanzaro, l’antica Catàsaron, bisogna andarla a cercare nel suo castello arroccato sul piano come un maniero feudale, in faccia al Golfo di Squillace, ed è un castello che abbassa i ponti levatoi dell’ospitalità piena solo se chi sbarca ai suoi piedi sia debitamente informato della grande storia della città, che i bizantini fondarono, Carlo V dichiarò «magnifica e fedelissima», i tessitori di damasco e broccato resero famosa in tutto il mondo, i sanfedisti pugnalarono, e i garibaldini di Bixio liberarono dalla peste borbonica.
(Leonida Rèpaci)

Dio diede a Cosenza l’Accademia, a Tropea il vescovo, a San Giovanni in Fiore il telaio a mano, a Catanzaro il damasco, ad Antonimina il fango medicante, ad Agnana la lignite, a Bivongi le acque sante, a Pazzano la pirite, a Galatro il solfato, a Villa San Giovanni la seta greggia, a Belmonte il marmo verde.
(Leonilda Repaci)

Ai fitti coltivi, alla popolazione densa lungo il Tirreno, si contrappone il silenzio delle plaghe interne, dove si estendono pascoli e boschi solitari, vuote di uomini l’inverno, perché la loro popolazione stagionale si raduna nei centri. Anche le coste sono a mosaico; senza contare il contrasto tra la ionica e la tirrenica.
(Guido Piovene)

La tirrenica ha dapprima rocce scoscese sulle acque, tra cui gli uomini riescono ad inserire a malapena qualche ritaglio di coltura: il tratto che fu definito della miseria al sole. Ma più a sud si apre la fertile piana di Sant’Eufemia, una delle tre piane che variano nella Calabria il duro paesaggio appenninico.
(Guido Piovene)

Sotto nel Vibonese, la fertilità si accresce, e si diffonde, come nella “Campania felix”, il virtuosismo delle molte colture. Segue la piana di Rosarno, meno ubertosa, ma col mare degli ulivi giganti che penetra alle spalle nella montagna. In ultimo, fino a Reggio, lo sfarzo dei giardini d’agrumi. Sulla costa ionica, la grande piana di Sibari, bonificata ma solcata da decine di letti di torrenti che la minacciano; il marchesato di Crotone, dove si ritrova il paesaggio tipico del latifondo; e lunghi tratti di deserto quasi lunare, d’un giallo pallido, rotti dalle fiumare che portano i monti a valle, magnifici e disperati.
(Guido Piovene)

Calavrisella mia, calavrisella mia,
calavrisella mia, sciuri d’amuri.
Lalléru, lalléru, lalléru lalàla
sta calavrisella muriri mi fa.
Lalléru, lalléru, lalléru lalàla
sta calavrisella muriri mi fa.

Calabrisella mia, darei la mia vita,
calabrisella mia, fiori d’amore.
Lalléru, lalléru, lalléru lalàla,
sta calabrisella muriri mi fa.
Lalléru, lalléru, lalléru lalàla
Questa calabrisella morire mi fa
(Anonimo, Calabrisella mia)