Le frasi e poesie più belle di Gaio Valerio Catullo

Gaio Valerio Catullo (in latino: Gaius Valerius Catullus; Verona, 84 a.C. – Roma, 54 a.C.) è stato uno dei maggiori poeti dell’antica Roma, autore di celebri componimenti d’amore dedicati a Lesbia.

Presento una raccolta delle frasi e poesie più belle di Gaio Valerio Catullo. Tra i temi correlati si veda Frasi, citazioni e massime di Marco Tullio Cicerone, Le frasi più belle e famose di Seneca e Le 100 frasi più belle sull’amore.

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Le frasi e poesie più belle di Gaio Valerio Catullo

Amami quando meno lo merito, perché sarà quando più ne avrò bisogno.
(Attribuito a Catullo)

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Viviamo, mia Lesbia, ed amiamo,
e ogni mormorio perfido dei vecchi
valga per noi la più vile moneta.
Il giorno può morire e poi risorgere,
ma quando muore il nostro breve giorno,
una notte infinita dormiremo.
Tu dammi mille baci, e quindi cento,
poi dammene altri mille, e quindi cento,
quindi mille continui, e quindi cento.
E quando poi saranno mille e mille,
nasconderemo il loro vero numero,
che non getti il malocchio l’invidioso
per un numero di baci così alto.

Vivamus, mea Lesbia, atque amemus,
rumoresque senum severiorum
omnes unius aestimemus assis.
Soles occidere et redire possunt;
nobis cum semel occidit brevis lux,
nox est perpetua una dormienda.
Da mi basia mille, deinde centum,
dein mille altera, dein secunda centum,
deinde usque altera mille, deinde centum;
dein, cum milia multa fecerīmus,
conturbabimus illa, ne sciamus,
aut ne quis malus invidere possit,
cum tantum sciat esse basiorum.

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Odio e amo.
Tu forse me ne chiedi come io faccia.
Non lo so. ma sento che ciò accade
ed è la mia tortura.

Odi et amo.
Quare id faciam, fortasse requiris.
Nescio, sed fieri sentio et excrucior.

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Nessuna donna potrà dire ‘sono stata amata’
piú di quanto io ti ho amato, Lesbia mia.
Nessun legame avrà mai quella fedeltà
che nel mio amore io ti ho portato.

Nulla potest mulier tantum se dicere amatam
vere, quantum a me Lesbia amata mea est.
nulla fides ullo fuit umquam foedere tanta,
quanta in amore tuo ex parte reperta mea est.

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Mi chiedi con quanti baci, Lesbia,
tu possa giungere a saziarmi:
quanti sono i granelli di sabbia
che a Cirene assediano i filari di silfio
tra l’oracolo arroventato di Giove
e l’urna sacra dell’antico Batto,
o quante, nel silenzio della notte, le stelle
che vegliano i nostri amori furtivi.

Quaeris, quot mihi basiationes
tuae, Lesbia, sint satis superque.
quam magnus numerus Libyssae harenae
laserpiciferis iacet Cyrenis
oraclum Iovis inter aestuosi
et Batti veteris sacrum sepulcrum;
aut quam sidera multa, cum tacet nox,
furtivos hominum vident amores.

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Che non sarà di nessuno dice la mia donna:
soltanto mia, dovesse pur tentarla Giove.
Dice: ma ciò che la donna dice a un amante
scrivilo nel vento o in acqua che va rapida.

Nulli se dicit mulier mea nubere malle
quam mihi, non si se Iuppiter ipse petat.
Dicit: sed mulier cupido quod dicit amanti,
in vento et rapida scribere oportet aqua.

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Perché, allora, continui a tormentarti?
Perché, con coraggio, non ti stacchi da lei?
Perché contro il volere divino vuoi ancora soffrire?
Difficile troncare un lungo amore: difficile,
è vero, ma a qualunque costo devi farlo.
Devi per forza vincerti, è l’unica salvezza!

Quare iam te cur amplius excrucies?
quin tu animo offirmas atque istinc teque reducis,
et dis invitis desinis esse miser?
difficile est longum subito deponere amorem,
difficile est, verum hoc qua lubet efficias:
una salus haec est. hoc est tibi pervincendum.

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Mi prometti, vita mia, che questo nostro amore
sarà eterno e felice. O grandi dei,
fate che sia vero ciò che promette
e che lo dica dal profondo del cuore;
potremo così mantenere per tutta la vita
questo sacro giuramento d’amore senza fine.

Iucundum, mea vita, mihi proponis amorem
hunc nostrum inter nos perpetuumque fore.
di magni, facite ut vere promittere possit,
atque id sincere dicat et ex animo,
ut liceat nobis tota perducere vita
aeternum hoc sanctae foedus amicitiae.

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Se dio vorrà, uno di questi giorni,
mio Fabullo, da me cenerai bene:
ma con te porta una cena abbondante
e squisita, una ragazza in fiore,
vino, sale e tutta la tua allegria.
Solo cosí, ripeto, amico mio,
cenerai bene, perché il tuo Catullo
ha la borsa piena di ragnatele

Cenabis bene, mi Fabulle, apud me
paucis, si tibi di favent, diebus,
si tecum attuleris bonam atque magnam
cenam, non sine candida puella
et vino et sale et omnibus cachinnis.
haec si, inquam, attuleris, venuste noster,
cenabis bene; nam tui Catulli
plenus sacculus est aranearum.

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La vostra casetta, Furio, non è esposta
al vento di scirocco o di ponente,
né di una tramontana gelida o di euro,
ma a quello di quindicimiladuecento sesterzi
ed è vento tremendo, non perdona.

Furi, villula vestra non ad Austri
flatus opposita est neque ad Favoni
nec saevi Boreae aut Apheliotae,
verum ad milia quindecim et ducentos.
o ventum horribilem atque pestilentem!

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Per mostrare il candore dei suoi denti,
Egnazio ride, ride d’ogni cosa.
Ride mentre l’avvocato strappa le lacrime
davanti alla sbarra degli imputati;
ride quando fra un coro di lamenti
disperatamente una madre piange
di fronte al rogo del suo unico figliolo.
In ogni circostanza, in ogni luogo,
qualsiasi cosa faccia, ride, ride.
Ha questa malattia, che certo non è,
io ritengo, civile o di buon gusto.

Egnatius, quod candidos habet dentes,
renidet usque quaque. si ad rei ventum est
subsellium, cum orator excitat fletum,
renidet ille; si ad pii rogum fili
lugetur, orba cum flet unicum mater,
renidet ille. quidquid est, ubicumque est,
quodcumque agit, renidet: hunc habet morbum,
neque elegantem, ut arbitror, neque urbanum.

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Simile a un dio mi sembra che sia
e forse piú di un dio, vorrei dire,
chi, sedendoti accanto, gli occhi fissi
ti ascolta ridere
dolcemente; ed io mi sento morire
d’invidia: quando ti guardo io, Lesbia,
a me non rimane in cuore nemmeno
un po’ di voce,
la lingua si secca e un fuoco sottile
mi scorre nelle ossa, le orecchie
mi ronzano dentro e su questi occhi
scende la notte.

Ille mi par esse deo videtur,
ille, si fas est, superare divos,
qui sedens adversus identidem te
spectat et audit
dulce ridentem, misero quod omnis
eripit sensus mihi: nam simul te,
Lesbia, aspexi, nihil est super mi
lingua sed torpet, tenuis sub artus
flamma demanat, sonitu suopte
tintinant aures, gemina et teguntur
lumina nocte.
otium, Catulle, tibi molestum est:
otio exsultas nimiumque gestis:
otium et reges prius et beatas
perdidit urbes.

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Lesbia sparla sempre di me, senza respiro
di me: morissi se Lesbia non mi ama.
Lo so, son come lei: la copro ogni giorno
d’insulti, ma morissi se io non l’amo.

Lesbia mi dicit semper male nec tacet umquam
de me: Lesbia me dispeream nisi amat.
quo signo? quia sunt totidem mea: deprecor illam
assidue, verum dispeream nisi amo.

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Salve ragazza! Naso non hai piccolo,
ed il piede non bello, occhi non neri,
dita non lunghe, bocca non stretta,
parola non precisa nè elegante,
amica di Mamurra smidollato.
E dicono a Verona che sei bella?
E paragonano te alla mia Lesbia?
O secolo ignorante e grossolano!

Salve, nec minimo puella naso
nec bello pede nec nigris ocellis
nec longis digitis nec ore sicco
nec sane nimis elegante lingua,
decoctoris amica Formiani.
ten provincia narrat esse bellam?
tecum Lesbia nostra comparatur?
o saeclum insapiens et infacetum!

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Povero Catullo, basta con le illusioni:
se muore, credimi, ogni cosa è perduta.
Una fiammata di gioia i tuoi giorni
quando correvi dove lei, l’anima tua voleva,
amata come amata non sarà nessuna:
nascevano allora tutti i giochi d’amore
che tu volevi e lei non si negava.
Una fiammata di gioia quei giorni.
Ora non vuole piú: e tu, coraggio, non volere,
non inseguirla, come un miserabile, se fugge,
ma con tutta la tua volontà resisti, non cedere.
Addio, anima mia. Catullo non cede piú,
non verrà a cercarti, non ti vorrà per forza:
ma tu soffrirai di non essere desiderata.
Guardati, dunque: cosa può darti la vita?
Chi ti vorrà? a chi sembrerai bella?
chi amerai? da chi sarai amata?
E chi bacerai? a chi morderai le labbra?
Ma tu, Catullo, resisti, non cedere.

Miser Catulle, desinas ineptire,
et quod vides perisse perditum ducas.
fulsere quondam candidi tibi soles,
cum ventitabas quo puella ducebat
amata nobis quantum amabitur nulla.
ibi illa multa cum iocosa fiebant,
quae tu volebas nec puella nolebat,
fulsere vere candidi tibi soles.
nunc iam illa non vult: tu quoque impotens noli,
nec quae fugit sectare, nec miser vive,
sed obstinata mente perfer, obdura.
vale puella, iam Catullus obdurat,
nec te requiret nec rogabit invitam.
at tu dolebis, cum rogaberis nulla.
scelesta, vae te, quae tibi manet vita?
quis nunc te adibit? cui videberis bella?
quem nunc amabis? cuius esse diceris?
quem basiabis? cui labella mordebis?
at tu, Catulle, destinatus obdura.

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O passero, gioia della mia ragazza,
col quale ella è solita giocare, che suole tenere tra le braccia,
a cui suole offrire la punta del dito quando chiede (il cibo)
e stuzzicare le beccate pungenti,
quando al mio splendido amore
piace scherzare non so che gioco caro
e trovare un minimo sollievo al suo dolore,
credo, per alleviare la passione molesta:
oh, potessi anch’io scherzare con te come fa lei
e alleviare le cupe angosce dell’animo!

Passer, deliciae meae puellae,
quicum ludere, quem in sinu tenere,
cui primum digitum dare adpetenti
et acris solet incitare morsus,
cum desiderio meo nitenti
carum nescioquid libet iocari
et solaciolum sui doloris
credo, tum gravis acquiescet ardor
Tecum ludere sicut ipsa possem
et tristis animi levare curas!

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Questo battello che vedete, amici,
si vanta d’essere stato una nave
cosí veloce che mai nessun legno
poté superarlo in gara, volando
con le ali dei remi o delle vele.

Phaselus ille, quem videtis, hospites,
ait fuisse navium celerrimus,
neque ullius natantis impetum trabis
nequisse praeterire, sive palmulis
opus foret volare sive linteo.

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Piangete, o Veneri e Cupidi
e quanto c’è di uomini più belli:
il passero della mia ragazza è morto,
il passero, delizia della mia ragazza,
che lei amava più dei suoi occhi.
Infatti era dolce come il miele e riconosceva
la sua stessa ragazza proprio come la sua mamma,
non si muoveva dal suo grembo,
ma saltellando attorno qua e là sempre
verso la sola padrona pigolava;
il quale adesso va per le tenebre
dove dicono nessuno ritorni.
Siate maledette voi, malvagie tenebre
dell’Orco, che divorate tutte le bellezze:
un passero così bello mi toglieste.
O brutta sorte! O misero passero!
Ora per causa tua alla mia ragazza
piangendo s’arrossano gli occhietti un po’ gonfi..

Lugete, o Veneres Cupidinesque,
et quantum est hominum venustiorum:
passer mortuus est meae puellae,
passer, deliciae meae puellae,
quem plus illa oculis suis amabat.
nam mellitus erat suamque norat
ipsam tam bene quam puella matrem,
nec sese a gremio illius movebat,
sed circumsiliens modo huc modo illuc
ad solam dominam usque pipiabat.
qui nunc it per iter tenebricosum
illuc, unde negant redire quemquam.
at vobis male sit, malae tenebrae
Orci, quae omnia bella devoratis:
tam bellum mihi passerem abstulistis
o factum male! o miselle passer!
tua nunc opera meae puellae
flendo turgiduli rubent ocelli.

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O Sirmione, gemma di tutte le penisole e isole,
Tutte quelle che (isole e penisole) nei limpidi laghi
E nel vasto mare sostiene l’uno e l’altro Nettuno,
Quanto volentieri e con quanta gioia torno a vederti.

Paene insularum, Sirmio, insularumque
ocelle, quascumque in liquentibus stagnis chiasmo
marique vasto fert uterque Neptunus,
quam te libenter quamque laetus inviso.