Frasi, citazioni e aforismi di José Saramago

José Saramago (Azinhaga, 16 novembre 1922 – Tías, 18 giugno 2010) è considerato uno dei grandi maestri della letteratura europea. Primo scrittore in lingua portoghese a vincere il Premio Nobel per la Letteratura (nel 1998), José Saramago è noto per le sue opere dissacratorie che mettono implacabilmente a nudo i mali della nostra società.

Presento una raccolta di frasi, citazioni e aforismi di José Saramago. Tra i temi correlati si veda Le frasi più belle di Fernando Pessoa, Frasi, citazioni e aforismi di Paulo Coelho, Frasi, citazioni e aforismi di Gabriel Garcia Marquez e Frasi, citazioni e aforismi di Marcel Proust.

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Frasi, citazioni e aforismi di José Saramago

Ho passato la vita a guardare negli occhi della gente, è l’unico luogo del corpo dove forse esiste ancora un’anima.

Il mondo sarebbe molto più pacifico, se fossimo tutti atei.

Forse i sogni sono i ricordi che l’anima ha del corpo.

Gesù ha avuto la sfortuna che su quello che ha detto ci hanno costruito sopra una religione.

Il viaggio non finisce mai. Solo i viaggiatori finiscono. E anche loro possono prolungarsi in memoria, in ricordo, in narrazione. Quando il viaggiatore si è seduto sulla sabbia della spiaggia e ha detto: “Non c’è altro da vedere”, sapeva che non era vero. La fine di un viaggio è solo l’inizio di un altro.

Bisogna vedere quel che non si è visto, vedere di nuovo quel che si è già visto, vedere in primavera quel che si è visto in estate, vedere di giorno quel che si è visto di notte, con il sole dove la prima volta pioveva, vedere le messi verdi, il frutto maturo, la pietra che ha cambiato posto, l’ombra che non c’era. Bisogna ritornare sui passi già fatti, per ripeterli, e per tracciarvi a fianco nuovi cammini. Bisogna ricominciare il viaggio. Sempre.

Agli dèi solo chiedo che mi concedano di non chieder loro nulla

La sconfitta ha qualcosa di positivo: non è definitiva. In cambio, la vittoria ha qualcosa di negativo: non è mai definitiva.

Le risposte non vengono ogniqualvolta sono necessarie, come del resto succede spesse volte che il rimanere semplicemente ad aspettarle sia l’unica risposta possibile.

Gli uomini nascono ogni giorno, dipende solo da loro se continuare a vivere il giorno di ieri o cominciare di sana pianta il nuovo giorno, l’oggi.

La gioventù non sa quel che può, la maturità non può quel che sa.

La nostra unica difesa contro la morte è l’amore.

Tutto è più grande degli uomini, niente è grande quanto loro.

I fiumi, come gli uomini, solo in prossimità della fine vengono a sapere perché sono nati.

La solitudine non è vivere da soli, la solitudine è il non essere capaci di fare compagnia a qualcuno o a qualcosa che sta dentro di noi, la solitudine non è un albero in mezzo a una pianura dove ci sia solo lui, è la distanza tra la linfa profonda e la corteccia, tra la foglia e la radice.

Anche dentro il corpo la tenebra è profonda, e tuttavia il sangue arriva al cuore, il cervello è cieco e può vedere, è sordo e sente, non ha mani e afferra, l’uomo è chiaro, è il labirinto di se stesso.

È quasi sempre così, un uomo si tormenta, si preoccupa, teme il peggio, crede che li mondo gli chiederà un rendiconto completo, e il mondo è già avanti, a pensare ad altri fatti.

Il mondo sarebbe assai migliore se ciascuno si accontentasse di quello che dice, senza aspettarsi che gli rispondano, e soprattutto senza chiederlo né desiderarlo.

È come se stessimo camminando nel buio, il passo successivo può servire tanto ad avanzare come a cadere… La vita non è molto diversa.

Gli unici interessati a cambiare il mondo sono i pessimisti, perché gli ottimisti sono contenti di quello che hanno.

Il Bene e il Male non esistono in se stessi, ciascuno di essi è solo l’assenza dell’altro.

Il riso abita tanto accosto alla lacrima, lo sfogo così vicino all’ansia e il sollievo tanto prossimo alla paura, trascorrendo in tal guisa la vita delle persone e delle nazioni.

Quante volte bisognerà rammentarvi che quello stesso amore che divora sta supplicando di essere divorato, è sempre stato così, sempre, ma ci sono occasioni in cui ce ne accorgiamo di più.

Abbiamo tutti i nostri momenti di debolezza, per fortuna siamo ancora capaci di piangere, il pianto spesse volte è una salvezza, ci sono circostanze in cui moriremmo se non piangessimo

Ho sempre avuto l’idea che navigando ci siano soltanto due veri maestri, uno è il mare, e l’altro è la barca, E il cielo, state dimenticando il cielo, Si, chiaro, il cielo, I venti, Le nuvole, Il cielo, Si, il cielo.

La gente non se lo sogna neanche che chi finisce una cosa non è mai quello che l’ha cominciata, anche se entrambi hanno un nome uguale, che è solo questo a mantenersi costante, nient’altro.

A volte ci domandiamo perché la felicità abbia tardato tanto ad arrivare, perché non sia venuta prima, ma se ci spunta davanti all’improvviso, come in questo caso, quando ormai non l’aspettavamo, allora è molto probabile che non sappiamo cosa farcene, e non è tanto questione di scelta fra il ridere e il piangere, è la segreta angoscia di pensare che forse non riusciamo a esserne all’altezza.

La solitudine non è vivere da soli, la solitudine è il non essere capaci di fare compagnia a qualcuno o a qualcosa che sta dentro di noi.

Il sogno è quel pensiero che non si è avuto nel momento in cui era necessario.

Secondo me non siamo diventati ciechi, secondo me lo siamo, Ciechi che vedono, Ciechi che, pur vedendo, non vedono.

I cervelli sono pieni di parole che vivono in santa pace con quelle a loro contrarie e nemiche.

Nessuna salvezza è sufficiente, ogni condanna è definitiva.

Ecco cos’hanno di simpatico le parole semplici, non sanno ingannare.

Noi scrittori e artisti lavoriamo nelle tenebre, e come ciechi soppesiamo l’oscurità.

Si dice che ogni persona è un’isola, e non è vero, ogni persona è un silenzio, questo sì, un silenzio, ciascuna con il proprio silenzio, ciascuna con il silenzio che è.

C’è chi passa la vita a leggere senza mai riuscire ad andare al di là della lettura, restano appiccicati alla pagina, non percepiscono che le parole sono soltanto delle pietre messe di traverso nella corrente di una fiume, sono lì solo per farci arrivare all’altra sponda, quella che conta è l’altra sponda.

La storia degli uomini è la storia dei loro fraintendimenti con dio, né lui capisce noi, né noi capiamo lui.

Chiaro che siamo in guerra, ed è una guerra di accerchiamento, ognuno di noi assedia l’altro ed è assediato, vogliamo abbattere le mura dell’altro e mantenere le nostre, l’amore verrà quando non ci saranno più barriere, l’amore è la fine dell’assedio.

Si dice che il tempo non si ferma, che nulla ne trattiene l’incessante avanzata, lo si dice sempre con queste trite e ritrite parole, eppure non manca chi si spazientisca per la sua lentezza, ventiquattr’ore per fare un giorno, pensate, e quando si arriva alla fine si scopre che non è servito a niente, il giorno dopo è di nuovo così, sarebbe meglio che saltassimo le settimane inutili per vivere una sola ora piena, un folgorante minuto, se tanto può durare la folgore.

È vero che le cicale cantano, ma è un canto che viene da un altro mondo, è lo stridore dell’invisibile sega che sta tagliando le fondamenta di questo.

Le speranze hanno quel certo destino da compiere, nascere l’una dall’altra, ed è per questo che, malgrado le tante delusioni, non sono ancora finite a questo mondo.

Dio è il silenzio dell’universo e l’uomo il grido che dà senso a questo silenzio.

Dio dovrebbe essere trasparente e limpido come un cristallo invece di questo continuo spavento, di questa paura costante, insomma, dio non ci ama.

Che diavolo di Dio è questo, che per innalzare Abele disprezza Caino?

Si, se Dio esiste, dovrà essere un unico Signore, ma sarebbe meglio che fossero due, così si avrebbe un dio per il lupo e un dio per la pecora, uno per chi muore e l’altro per chi ammazza, un dio per il condannato e un dio per il boia.

Essendo Dio, devi sapere tutto, Fino a un certo punto, soltanto fino a un certo punto, A quale punto, Quello in cui comincia a essere interessante far finta di ignorare.

Perché il bene che io Dio sono non esisterebbe senza il male che sei tu Diavolo, un bene che dovesse esistere senza di te sarebbe talmente inconcepibile che neppure io riesco a immaginarlo, insomma, se tu finisci, finisco anch’io, perché io sia il bene, è necessario che tu continui a essere il male, se il Diavolo non sussiste come Diavolo, Dio non esiste come Dio, la morte di uno sarebbe la morte dell’altro.

Che non si dica che un giorno il Diavolo non ha tentato Dio.

Nessuno udì che Gesù avesse detto, Madre mia, perché si sa, per le parole pronunciate dal cuore non c’è lingua che possa articolarle, le blocca un nodo in gola e solo negli occhi si possono leggere.

L’enorme carico di tradizioni, abitudini e costumi che occupa la maggior parte del nostro cervello zavorra impietosamente le idee più brillanti e innovative.

È questo il difetto delle parole. Stabiliamo che non c’è altro mezzo d’intenderci e di spiegarci, e finiamo con lo scoprire che restiamo a metà della spiegazione e così lontani dal comprenderci che sarebbe stato molto meglio lasciare agli occhi e al gesto il loro peso di silenzio.

Il caos è semplicemente l’ordine in attesa di essere decifrato.

In fin dei conti il pensiero, lo hanno già detto altri, o forse anch’io, è come un grosso gomitolo di filo arrotolato su se stesso, lento in alcuni punti, in altri stretto fino alla soffocazione e allo strangolamento, è qui, dentro la testa, ma è impossibile conoscerne tutta l’estensione, bisognerebbe srotolarlo, tenderlo e infine misurarlo, ma questo, per quanto lo si tenti, o si finga di tentarlo, non si può fare da soli, senza aiuto, dev’esserci qualcuno che un giorno venga a dirti dove tagliare il cordone che lega l’uomo al suo ombelico, dove legare il pensiero alla sua causa.

Le persone fanno il contrario di quel che pensano, credendo di pensare quel che fanno.

La parola non risponde né domanda: accumula.

Si innalzi una bandiera nel luogo dove, per un breve minuto, un semplice uomo è stato un uomo felice.

Mi hanno chiesto: lei è in favore della liberalizzazione delle droghe? Ho risposto: prima cominciamo con la liberalizzazione del pane. É soggetto a proibizionismo feroce in metà del mondo.

Non provò neppure un po’ di vergogna, quel sentimento che tante volte, ma mai abbastanza, è il nostro più efficace angelo custode

Figlio è un essere che Dio ci ha prestato per fare un corso intensivo di come amare qualcuno più che noi stessi, di come cambiare i nostri peggiori difetti per dargli migliore esempio, per apprendere ad avere coraggio. Sì. È questo! Essere madre o padre è il più grande atto di coraggio che si possa fare, perché significa esporsi ad un altro tipo di dolore, il dolore dell’incertezza di stare agendo correttamente e della paura di perdere qualcuno tanto amato.

Le religioni, tutte le religioni, per quanto le si rigiri, non hanno altra giustificazione di esistere all’infuori della morte.

Non siamo ciò che diciamo, siamo il credito che ci danno.

Un albero geme se lo tagliano, un cane guaisce se lo picchiano, un uomo cresce se lo offendono.

La storia degli uomini è la storia dei loro fraintendimenti con dio, né lui capisce noi, né noi capiamo lui.

La verità e la menzogna passano per la stessa bocca e non lasciano traccia.

il male è come la famosa e invisibile araba fenice che, mentre sembra che stia morendo nel fuoco, da un uovo che le sue stesse ceneri hanno generato torna a rinascere. Il bene è fragile, delicato, è sufficiente che il male gli spiri sul viso l’alito caldo di un semplice peccato perché gli si bruci per sempre la purezza, gli si spezzi lo stelo di giglio e appassisca la zagara.

Dio dovrebbe essere trasparente e limpido come un cristallo invece di questo continuo spavento, di questa paura costante, insomma, dio non ci ama.

La vita è tutta fatta di coincidenze.

Il viaggiatore sta per concludere questo suo giro per Lisbona. Ha visto molto, ha visto quasi niente. Voleva vedere bene, forse ha visto male: è il rischio costante di qualunque viaggio.

Gli esseri umani sono universalmente conosciuti come gli unici animali capaci di mentire, e se è vero che a volte lo fanno per paura, e a volte per interesse, a volte lo fanno anche perché si sono accorti in tempo che era l’unico modo che avevano per difendere la verità.

Ogni secondo che passa è come una porta che si apre per far entrare ciò che ancora non è successo, quello a cui diamo il nome di futuro, ma, sfidando la contraddizione con quanto si è appena detto, l’idea corretta sarebbe forse che il futuro è solo un immenso vuoto, che il futuro non è altro che il tempo di cui l’eterno presente si alimenta.

Penso che per gli studenti sarebbe molto meglio partire dalla contemporaneità. Si rimane sempre indietro di un secolo, nella scuola si vive come dentro una specie di capsula senza collegamento con il tempo presente, mancano i nessi.

Le parole degli uomini sono come ombre, e le ombre non potrebbero mai spiegare la luce, fra le ombre e la luce c’è e si frappone il corpo opaco che le genera.

Il destino è uno scrigno come altri non ne esistono, aperto e contemporaneamente chiuso, si guarda dentro e si può vedere quanto è successo, la vita passata, destino ormai compiuto, ma di quanto dovrà accadere non si ottiene niente, solo qualche presentimento, qualche intuizione.

Il destino è uno scrigno come altri non ne esistono, aperto e contemporaneamente chiuso, si guarda dentro e si può vedere quanto è successo, la vita passata, destino ormai compiuto, ma di quanto dovrà accadere non si ottiene niente, solo qualche presentimento, qualche intuizione.

Tutto nel mondo sta dando risposte, quel che tarda è il tempo delle domande.

Le donne belle non vogliono amare, vogliono essere amate.

In fondo la vita non è molto di più dello starsene sdraiati, convalescenti d’una infermità antica, incurabile e recidivante, con intervalli che chiamiamo salute, un nome glielo dovevamo dare, vista la differenza che c’è fra i due stati.

Chissà perché le parole si servono tante volte di noi, le vediamo avvicinarsi, minacciare, e non siamo capaci di allontanarle, di tacerle, e così finiamo col dire quel che non avremmo voluto, è come l’abisso irresistibile, cadremo e andiamo avanti.

Sono così i labirinti, hanno vie, traverse e vicoli ciechi, e c’è chi dice che il modo più sicuro di uscirne è di continuare a camminare e girare sempre dallo stesso lato, ma questo, come siamo obbligati a sapere, è contrario alla natura umana.

Dovrebbe essere un diritto dell’uomo scegliere il proprio nome e cambiarlo cento volte al giorno, un nome non è nulla.

La vita è così, è piena di parole che non valgono la pena, oppure la valevano e non la valgono più, ognuna di quelle che pronunceremo toglierà il posto a un’altra più meritevole, che lo sarebbe non tanto di per sè quanto per le conseguenze di averla detta.

Un’e-mail non può contenere l’alone di una lacrima.

Il romanzo non è tanto un genere letterario, ma uno spazio letterario, come un mare pieno di molti fiumi.

Nessuno può essere senza essere, uomo e donna non esistono, esiste solo ciò che sono e la ribellione contro ciò che sono.

È un difetto comune degli uomini di dire più facilmente quello che credono che gli altri vogliano sentire piuttosto che attenersi alla verità. Tuttavia, perché gli uomini possano attenersi alla verità, dovranno prima conoscere gli errori e poi commetterli.

Mal gliene incoglie all’opera se le richiedono una prefazione che la spieghi, mal gliene incoglie alla prefazione se presume tanto.

Ormai si sa come vanno queste cose: il viaggiatore viaggia e desidera che tutto sia riservato esclusivamente a lui, si offende se qualcuno l’ha preceduto nella vista e nel piacere.

Il sonno è un abile prestigiatore, modifica le proporzioni delle cose e le loro distanze.

La cosa più inutile di questo mondo è il pentimento, in genere chi si dichiara pentito vuol solo conquistare perdono e oblio, in fondo, ciascuno di noi continua a stimare le proprie colpe.

L’uomo ha la memoria corta. Una giornata di sole basta per far dimenticare tutto, il pavimento solido della strada smentisce la paura.

Tutti assumiamo quotidianamente la nostra dose di morfina che addormenta il pensiero.

Tutti i genitori sono stati figli, molti figli diventano genitori, ma alcuni hanno dimenticato ciò che erano, e ad altri non c’è nessuno che possa spiegargli cosa saranno.

Non dobbiamo mai sentirci sicuri di quello che pensiamo di essere perchè, in quel momento, potrebbe benissimo succederci di essere già qualcosa di diverso.

Conosco quelle lacrime che scendono e si consumano negli occhi, conosco quel dolore felice, quella specie di felicità dolorosa, quell’essere e non essere, quell’avere e non avere, quel volere e non potere.

Dovrebbe bastar questo, dire di uno come si chiama e aspettare il resto della vita per sapere chi è, se mai lo sapremo, poiché essere non significa essere stato, essere stato non significa sarà.

Le parole ausiliarie che aprono la strada ai grandi e drammatici dialoghi sono in genere modeste, comuni, banali.

È una vecchia abitudine dell’umanità, passare accanto ai morti e non vederli.

Il caso è strano, ma a pensarci bene non più strano di una qualsiasi di quelle piccole cose che ci accadono ogni giorno e che, proprio perché sono piccole e ripetute, finiscono col perdere per noi di significato.

Può essere veramente utile solo chi ha provato la sensazione di essere inutile. Per lo meno, non corre tanto il rischio di tornare a esserlo.

Chi nasce non viene a parlarci della pancia di sua madre e chi muore non parla dopo essere entrato nella pancia della terra.

Se i secondi e minuti fossero tutti uguali, come li vediamo indicati sugli orologi, non sempre avremmo il tempo di spiegare quel che dentro di loro succede, il midollo che contengono, per nostra fortuna gli episodi di più ampia significazione capita che avvengano nei secondi lunghi e nei minuti dilatati, perciò è possibile discutere con indugio e particolari certi casi, senza infrangere scandalosamente la più sottile delle tre unità drammatiche, che è precisamente il tempo.

Noi siamo la memoria che abbiamo e la responsabilità che ci assumiamo. Senza memoria non esistiamo e senza responsabilità forse non meritiamo di esistere.

Certi suoni inarticolati che a volte, senza volerlo, ci escono di bocca non sono altro che gemiti irreprimibili di un dolore antico, come una cicatrice che all’improvviso si fosse fatta risentire.

Il fatto è che punire una volta al giorno è già d’avanzo per un semplice essere umano, e persino Dio non sappiamo se riuscirà a sopportare una così grande responsabilità eternamente.

È interessante come spendiamo tutti i giorni della vita a congedarci, dicendo e sentendoci dire a domani, e, fatalmente, uno di quei giorni, che per qualcuno sarà stato l’ultimo, o non ci sarà più colui a cui lo abbiamo detto, o non ci saremo più noi che lo abbiamo detto.

Mi ami?, e lei se ne sta zitta, guardandolo soltanto, impassibile e distante, rifiutando di pronunciare quel no che lo distruggerà, o quel sì che li distruggerebbe, concludiamone dunque che il mondo sarebbe assai migliore se ciascuno si accontentasse di quello che dice, senza aspettarsi che gli rispondano, e soprattutto senza chiederlo né desiderarlo.

Un uomo deve sempre andare tutto intero se lo chiamano, non può affermare, Ho qui con me questa parte dell’essere che sono, il resto si è attardato per strada.

L’oscenità non è la pornografia, l’oscenità è che una persona possa morire di fame.

Ciascuno di voi ha una propria morte, la porta con sé in un luogo segreto sin da quando nasce, lei appartiene a te, tu appartieni a lei.

Ho imparato in questo mestiere che chi comanda non solo non si ferma davanti a ciò che noi definiamo assurdità, ma se ne serve per intorpidire le coscienze e annullare la ragione.

Il bene non dura molto, non ce ne siamo accorti quando è venuto, non l’abbiamo visto mentre c’era, ci accorgiamo della sua mancanza quando ormai se n’è andato.

Tale è il bisogno di scaricare le colpe su qualcosa di distante quando la verità è che ci è mancato il coraggio di affrontare quel che avevamo davanti.

Le parole sono il diavolo, noi lì a credere di lasciarci uscire dalla bocca solo quelle che ci convengono e, tutt’a un tratto, ce n’è una che s’intrufola, non abbiamo visto da dove sia spuntata, nessuno l’aveva chiamata, e, a causa di quella parola, che non di rado avremo poi difficoltà a ricordare, la rotta della conversazione cambia bruscamente quadrante, ci mettiamo ad affermare ciò che prima negavamo, o viceversa.

Se ti piantano un coltello in pancia, che almeno abbiano la decenza morale di mostrarti una faccia che sia adeguata all’azione assassina, una faccia che trasudi odio e ferocia, una faccia di furore demente, addirittura di freddezza disumana, ma, per amor di Dio, che non ti sorridano mentre ti stanno squarciando le budella.

I buoni e i cattivi risultati delle nostre parole e delle nostre azioni si vanno distribuendo, presumibilmente in modo alquanto uniforme ed equilibrato, in tutti i giorni del futuro, compresi quelli, infiniti, in cui non saremo più qui per poterlo confermare, per congratularci o chiedere perdono.

Autoritarie, paralizzanti, circolari, a volte ellittiche, le frasi a effetto, dette anche scherzosamente briciole d’oro, sono una piaga maligna, tra le peggiori che hanno infestato il mondo. Diciamo ai confusi, Conosci te stesso, come se conoscere se stessi non fosse la quinta e più difficile delle operazioni aritmetiche umane, diciamo agli abulici, Volere è potere, come se le realtà bestiali del mondo non si divertissero a invertire tutti i giorni la posizione relativa dei verbi, diciamo agli indecisi, Comincia dal principio, come se quel principio fosse il capo sempre visibile di un filo male arrotolato che bastasse tirare e continuare a tirare per giungere all’altro capo, quello della fine.

C’era un tempo in cui le parole erano talmente poche che non ne avevamo neppure per esprimere qualcosa di tanto semplice come Questa bocca è mia, o Codesta bocca è tua, e tanto meno per domandare Perché abbiamo le bocche unite.

Fernando Pessoa non riuscì mai a essere davvero sicuro di chi fosse, ma grazie al suo dubbio possiamo riuscire a sapere un po’ di più chi siamo noi.

Per me il titolo contiene tutta quanta l’idea del libro. Per questo ho sempre trovato i titoli prima di cominciare a scrivere. Anche se questo non significa che abbia già un piano compiuto del romanzo

Se fossimo così imprudenti, o così audaci, come le farfalle, le falene e altri lepidotteri, e ci lanciassimo nel fuoco tutti insieme, la specie umana in blocco, può darsi che una combustione così enorme, un simile chiarore, attraversando le palpebre serrate di Dio, lo desterebbe dal suo sonno letargico, troppo tardi per conoscerci, questo è vero, ma ancora in tempo per vedere il principio del nulla, dopo la nostra scomparsa.