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Ada Negri nasce a Lodi il 3 febbraio 1870 e muore a Milano l’11 gennaio 1945. Scrittrice proveniente dalle classi operaie, insegnante a Motta Visconti, è l’unica donna ammessa all’Accademia d’Italia ed è stata candidata due volte al Nobel.
A proposito della poesia Ada Negri scrive: “Il libro dev’essere l’uomo, perché l’opera d’arte sia completa deve palpitare e sanguinare in essa tutta l’anima del poeta“.
Presento una raccolta delle poesie più belle di Ada Negri. Tra i temi correlati Le frasi e poesie più belle di Emily Dickinson e Alda Merini, le poesie più belle ed emozionanti.
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Le poesie più belle di Ada Negri
Ad ogni alba che spunta io dico: “È oggi”,
ad ogni giorno che tramonta io dico:
“Sarà domani”.
Ma non v’è momento
che non gravi su noi con la potenza
dei secoli; e la vita ha in ogni battito
la tremenda misura dell’eterno.
Di noi donne nessuno ha mai capito nulla e abbiamo troppo orgoglio per dir forte il nostro segreto patimento.
Tutto per me
Tu fosti e sei.
Maternità.
Io sento, dal profondo, un’esile voce chiamarmi:
sei tu, non nato ancora, che vieni nel sonno a destarmi?
Gemme senza fiore
sui rami e nel mio cuore,
gioia d’un giorno, conscia d’esser viva
sol per un giorno!
Non importa. È gioia.
Per la via sassosa
Lasciai brandelli d’anima e di fede;
Pur con superbo piede
Salgo ancor verso l’alba luminosa.
Basta
l’ombra d’un bacio alla memoria, basta
l’ombra d’un’ala alla felicità.
Tu strisci, io volo; tu sbadigli, io canto.
Ogni atto di vita, in me, fu amore.
Un pomeriggio dei primi di giugno: il mese mio, il più felice dell’anno, che ha davanti a sé l’intera estate, è quasi senza notti, e mi dà l’illusione che la morte non sia cosa vera.
Un enigma son io d’odio e d’amore,
di forza e di dolcezza;
m’attira de l’abisso il tenebrore,
mi commovo d’un bimbo alla carezza.
Sui campi e sulle strade
silenziosa e lieve
volteggiando, la neve
cade.
Giorno verrà, dal pianto dei millenni,
che amor vinca sull’odio, amor sol regni
nelle case degli uomini. Non può
non fiorire quell’alba.
S’addormentò la bimba sullo strano
ritmo d’una canzon d’ali e di stelle
ch’ella cantava: – ora la sogna, forse.
Cielo di giugno, azzurra giovinezza
dell’anno; ed allegrezza
di rondini sfreccianti in folli giri
nell’aria.
E andavi senza meta, e andavi senza
dolore, solo con la tua miseria,
e gran signore della libertà.
Lo so. – Per te non c’era e non c’è posto
nel mondo disegnato a quadratini
ben distinti, con cifre di classifica
ben chiare…
E se ne va così la tua bellezza,
come una nube, e come un sogno muori,
o fiorita di Marzo, o Giovinezza…
Schiudete i cuori:in essi erompa intera
di questo dì l’eterna giovinezza:
io passo e canto che vita è bellezza,
passa e canta con me la primavera.
Non ho più forza di lotta o di rimpianti;
voglio silenzio – un gran silenzio!
Ha ne lo sguardo buono
la rassegnata calma paziente
di chi sa il vuoto, il pianto e il perdono.
Vorrei, pioggia d’autunno, esser foglia,
abbandonarmi al tuo scrosciare, certa
che non morrò, che solo
muterò volto.
Così basse le stelle sul capo, che par mi vogliano incoronare.
Se alzassi a pena – per gioco – la mano, forse le potrei toccare.
Piove: e lo scroscio si sente
giungere dalle vetrate
che versan lacrime lente
come fanciulle imbronciate.
Nulla mirai di così dolce,
nulla udii che avesse la tua freschezza alata.
Io non ho nome.
Io son la rozza figlia
dell’umida stamberga;
plebe triste e dannata è mia famiglia,
ma un’indomita fiamma in me s’alberga.
Cielo di giugno, azzurra giovinezza
dell’anno; ed allegrezza
di rondini sfreccianti.
Tu mi chiederai che ho fatto tant’anni senza di te,
io ti risponderò: “Ho continuato il colloquio”.
Gioca una schiera
di bimbi sul prato,
e v’è fra lor la mia piccina
che, incerta ancor del passo,
una manina
tende ai più grandicelli:
timidamente
coglie primule d’oro, e poi pispiglia;
e le brilla d’ingenua meraviglia
il bruno occhio ridente.
Ora posso vestirmi di foglie, e ridere e piangere, leggera, col vento:
vestirmi di nube, e rincorrere, sotto la luna, i cirri d’argento.
Ieri, quando sbocciò la prima rosa
sulla rama più alta del rosaio
che scavalca il muretto di ponente,
risero le spirèe, riser gli arbusti
del biancospino e le stellate siepi.
Anche il pruno sanguigno, che da poco
vestì sue foglie, rise; e l’aria fu
tutto uno squillo.
Non v’è momento
che non gravi su noi con la potenza
dei secoli.
Riprendi te stessa, o mia vita, e sii tutta presente:
per il tuo passaggio, per il tuo coraggio, ancora un giorno.
Nella propria immobilità e indifferenza suprema, il mare in bonaccia non ha memoria dell’ultima procella che lo sconvolse.
L’uomo, per sua disgrazia, è condannato al ricordo.
Fra poco il pallore dell’ombra sarà gioia ardente
di raggi, e saette di voli, del sole al ritorno.
Trasparente luce
d’ottobre, al cui tepor nulla matura
perché già tutto maturò: chiarezza
che della terra fa cosa di cielo.
L’ora che giammai
affrontare vorresti, a cauto passo
ti s’accosta e t’afferra.