Citando una frase di Flaubert sulla brevità del discorso "Qualsiasi cosa si voglia dire non c'è che una parola per esprimerla, un verbo per animarla e un aggettivo per qualificarla" Francesco Burdin scrive nei suoi taccuini che la frase di Flaubert, che per lui era dogmatica fino a pochi anni fa, lo lascia oggi incerto. Tale frase non tiene conto che ogni cosa "è di per sè indefinibile in modo assoluto; cioè la si può definire solo per approssimazione, con infinite e perplesse variazioni lessicali: in ciascuno delle quali esiste un gusto specifico, e, diciamo pure, un ebrezza della gravità".

In questa oscillazione tra la la scrittura della brevità alla ricerca della parola unica ("qualsiasi cosa si voglia dire non c'è che una parola per esprimerla") e la scrittura multiforme e indefinita della narrazione ("Qualsiasi cosa la si può definire solo per approssimazione, con infinite e perplesse variazioni lessicali") c'è tutta l'essenza dell'opera di Francesco Burdin, autore di un colossale taccuino di appunti e aforismi e al tempo stesso creatore di numerosi romanzi.

Francesco Burdin ("Burden = fardello in lingua inglese, Burda = bisaccia in lingua slava. Qualche cosa che grava sulle spalle insomma" scrive ironicamente nel suo taccuino) nasce a Trieste nel 1916, ma in giovane età si trasferisce a Roma dove poi vivrà fino al termine dei suoi giorni (muore nel 2003). Di Trieste scriverà: "Sono nato a Trieste e non vi sono vissuto che per nove anni e cinque mesi. Tuttavia ho l'impressione di non averla mai lasciata: Trieste è la lingua che i miei non hanno cessato di parlare con me e che io ho sempre parlato con i miei. Ho addirittura l'impressione di essere vissuto io a Trieste in tutti questi anni, e che i miei cittadini siano vissuti altrove".