In occasione della settimana dell'aforisma, che si terrà a Torino dal 15 al 21 ottobre e che si concluderà con la premiazione dei vincitori del Premio Internazionale per l'Aforisma "Torino in Sintesi" 2012, pubblico una riflessione scherzosa sull'aforisma scritta da Mauro Parrini, vincitore del Premio Torino in Sintesi 2010 (sezione editi)

Mauro Parrini, Breve la vita infelice dell’aforista (e allora lasciatelo divertire)

Stanco della propria esistenza solitaria trascorsa in un continuo dialogo con la morte (l’aforista invincibile: mai una parola di troppo, mai una parola), esaurito dal contendere all’abisso del nulla i lampi fuggitivi della propria ispirazione, anche lo scrittore di aforismi, ogni tanto, si diverte. Ed è allora che riesce a fare le scoperte più sorprendenti.

Per esempio, ecco come risolve l’annosa questione del numero di parole necessarie e sufficienti alla formulazione dell’aforisma perfetto. Molti autori e studiosi illustri, dopo lunga controversia, si sono accordati sulle otto parole? L’aforista si diverte ma si dissocia e rilancia: gliene bastano quattro.

Eccone la dimostrazione: aforisma-di-una-parola; aforisma-di-due-.parole; aforisma-di-tre-parole; aforisma-di-quattro-parole (questo un po’ narcisetto e autoreferenziale); aforisma-di-n-parole.

Mentre espone questa sua dimostrazione l’aforista che si diverte scandisce le parole una per una e le conta alzando le dita della mano destra. La sua dimostrazione è talmente inconfutabile da confutare la sua stessa confutazione: aforisma-di-tante-parole; aforisma-di-troppe-parole. Sono sempre quattro. Ma, pure, qualcuno obbietterà, chi se ne importa degli aforismi? Il numero perfetto per la nostra civiltà rimane, e rimarrà sempre, il numero tre. Si pensi alla dialettica hegeliana, oppure (che Dio perdoni l’aforista che si diverte) alla Santissima Trinità. Appunto: tesi-antitesi-e-sintesi; Padre-Figlio-Spirito-Santo: quattro parole.

Divertito dalla conquista fatta, l’aforista insiste con un’altra dimostrazione. Questa volta è un teorema fondamentale, anzi il teorema fondamentale dell’aforistica, paragonabile per la sua importanza al teorema di incompletezza semantica di Kurt Gödel. Si enuncia così:

Mauro Parrini è il vincitore del Premio Torino in Sintesi 2010, nella sezione "editi" con la raccolta di aforismi "A Mani alzate" (Pendragon, 2009).

Mauro Parrini, professore di Filosofia e Storia a Magenta, è già conosciuto dai lettori del mio blog. Nel mese di aprile avevo infatti scritto un articolo intitolato "Mauro Parrini, A mani alzate" in cui presentavo la sua raccolta aforistica appena uscita. In quell'articolo (contenente una selezione di circa 40 aforismi) riportavo anche alcune acute riflessioni di Mauro Parrini sulla scrittura aforistica.

In occasione della sua vittoria nella sezione editi del Premio Torino in Sintesi, Mauro Parrini torna a parlare del suo rapporto con la scrittura aforistica, rispondendo con molta gentilezza alle mie molte domande (ce n'è anche una che riguarda il tema dell'aforisma nelle scuole).

Testo dell'intervista

L'ultima volta che ci siamo sentiti era aprile, io stavo pubblicando un articolo sulla tua raccolta di aforismi A mani alzate, e tra le tante cose scrivevo : "(...) "A mani alzate", di cui suppongo di essere il primo a scrivere qualcosa ma di cui credo che si sentirà parlare ancora, tale è la ricchezza e soprattutto la qualità degli aforismi contenuti (...)". Alla fine è arrivata la vittoria al Premio Torino in sintesi nella sezione "opere edite". Te lo aspettavi?

Considerato che tutti i lettori del mio libretto, alcuni dei quali molto qualificati nel campo della letteratura aforistica italiana, mi avevano espresso un parere favorevole, direi che mi aspettavo una qualche menzione. Vincere è sempre difficile, dato che la possibilità di confrontarsi con un libro più bello del proprio, o con un autore più dotato, è sempre elevata.

Come mai il titolo A mani alzate?

Sul titolo sono stato incerto, avevo pensato anche a "La calma dell'impiccato" riprendendo l'espressione di uno degli aforismi finali, un po' un calco de "La pazienza dell'arrostito" di Ceronetti. Poi ho optato per "A mani alzate" che non so se sia più bello ma consentiva di giocare sul doppio senso tra la resa e la vittoria, e anche perché è un espressione propria del gergo ciclistico, cioè di uno sport che ho amato e amo, al punto da aver dedicato alla bicicletta un piccolo blocco centrale di aforismi. Per le prossime raccolte, se ci saranno (non più di due, questo è certo, e non prestissimo) ho già in mente due titoli dello stesso genere del primo: non li anticipo per scaramanzia, però a questo punto confesso di puntare alla trilogia, vista la dignitosa riuscita di questo esordio ma soprattutto perché spero di poter migliorare ancora: già oggi, rileggendoli, taglierei almeno un terzo degli aforismi della mia raccolta. Senza contare, poi, che questo è anche un modo per augurarsi una vita abbastanza lunga.

Il 2009 sembra essere stata una annata ricca di pubblicazioni aforistiche. Tra queste segnalo la raccolta di Mauro Parrini, A mani alzate ("Al lettore decidere se in segno di resa o di vittoria" è scritto nella prefazione) di cui suppongo di essere il primo a scrivere qualcosa ma di cui credo che si sentirà parlare ancora, tale è la ricchezza e soprattutto la qualità degli aforismi contenuti (a mio parere un accostamento a due grandi raccolte aforistiche, Le sabbie immobili di Pontiggia e Il malpensante di Bufalino, per citare le più recenti, ci può stare tutto).

Come molti altri aforisti, Mauro Parrini, che insegna Filosofia e Storia a Magenta, arriva tardi all'aforistica pubblicando A mani alzate solo alla fine del 2009, all'età di quasi 50 anni. "Se dovessi dire in generale perché alla mia età mi sono messo a scrivere, è perché mi sento finalmente pronto per farlo, dopo aver passato una vita a leggere" mi scrive Parrini in una lettera. E ancora: "L'aforisma mi pare il genere letterario più discreto, solitario e periferico che ci sia, quindi anche quello più distante (e più libero) dall'aura 'alta' dello 'scrittore' e tanto più del 'poeta', che sento e cerco di tenere il più lontano possibile da me".

[caption id="attachment_14782" align="aligncenter" width="400"]Mauro Parrini (foto per gentile concessione dell'autore) Mauro Parrini (foto per gentile concessione dell'autore)[/caption]

 

Leggendo gli aforismi di A mani alzate viene da pensare a Emil Cioran a partire dalla dedica che si trova quasi ad inizio del libro ("Il peccato originale? Un pallido ricordo della vera catastrofe originaria") e ai tanti aforismi su Dio, sul Nulla e sulla Morte. Ed è lo stesso Parrini che in un'altra sua lettera mi mette sulla strada del grande pensatore francese: "Sul piano esistenziale lo scrittore di aforismi tende quasi sempre a fuggire il mondo, e a toccarlo il meno possibile; se potesse lo annullerebbe, lasciandolo essere quel minimo che basta per giustificare, appunto, un aforisma (“Togliete il superfluo dal mondo, e resterà un aforisma”). In questo senso l’aforista è lo stilita (non lo stilista) del linguaggio, e se potesse passerebbe l’intera esistenza appollaiato sul suo unico, sottilissimo aforisma, capace di ridurre al minimo il suo contatto con il mondo". E ancora: "In termini filosofici o religiosi mi verrebbe però da dire che la tendenza fondamentale che muove l’aforisma è di tipo gnostico, e ogni aforisma è un colpo di spillo inflitto al mondo nella speranza di vederlo scoppiare, liberandoci dalla sua prigione (...) In questo senso l’aforistica è un’arte della fuga, antieroica e distante da ogni forma di speranza di redenzione come quella cristiana; non solo non combatte in questo mondo, non solo il suo regno non è di questo mondo, ma la sua meta è, se non l’annientamento del mondo, almeno la sua contrazione o neutralizzazione".