In un genere emarginato e nascosto come quello aforistico, Emil Cioran, o meglio E.M. Cioran ("ho rinunciato al mio nome di battesimo e al suo posto metto sempre le iniziali E.M. A ognuno le sue manie" scrive in una lettera all'amico e studioso Mario Andrea Rigoni) è forse uno degli scrittori di aforismi e forme brevi più conosciuti e letti (mi esimo dall'aggiungere anche "grande" dal momento che in un'altra sua lettera a Rigoni Cioran scrive "Ho un solo suggerimento da darle: se non è troppo tardi bisognerebbe sopprimere grande nell'espressione 'il grande scrittore romeno-parigino'. Sono realmente sincero, e non si tratta di modestia calcolata").

In Italia la casa editrice Adelphi ha pubblicato quasi tutte le opere di Cioran (libri come Al Culmine della disperazione, Sillogismi dell'amarezza o L'inconveniente di essere nati hanno anche registrato un ampio successo di vendite), critici e studiosi citano continuamente opere e frammenti e sul web gli aforismi e i frammenti di Cioran rimbalzano, in modo quasi ossessivo, da un sito all'altro.

Non è mia intenzione in questo articolo riprodurre una selezione - l'ennesima - di aforismi cioraniani né scrivere una recensione - l'ennesima - sull'opera di Cioran ("Qui si sono scritti una ventina di articoli sul mio ultimo libro: cosa da disgustarmi per sempre di scrivere" scrive Cioran in una lettera). Vorrei piuttosto parlare di Cioran attraverso un punto di vista particolare: la sua amicizia con Mario Andrea Rigoni, studioso di letteratura italiana (in particolare su Leopardi) e scrittore di aforismi.

Pochi sanno che, proprio grazie a Mario Andrea Rigoni, E.M. Cioran all'inizio degli anni ottanta trova nelle edizioni Adelphi di Roberto Calasso la casa editrice ideale per i propri testi ("Proprio oggi ho scritto due righe a Roberto Calasso, che conoscevo da un po' di tempo grazie alle Sue lettere. Non dimentico che, se Adelphi ha deciso di pubblicarmi, è soprattutto merito Suo" scrive Cioran a Rigoni). Rigoni si mostra un traduttore tanto congeniale quanto competente ("perchè lei conosce mirabilmente il francese, ogni volta che ricevo una sua traduzione, respiro" gli scrive Cioran da Parigi) e diventa ben presto il responsabile presso Adelphi della pubblicazione delle opere di Cioran scrivendone anche alcune illuminanti prefazioni (pochi l'avranno notato ma all'inizio delle edizioni Adelphi c'è la scritta: "La pubblicazione delle opere di E.M Cioran avviene sotto la direzione di M.A. Rigoni").

In un bellissimo libro intitolato "E.M. Cioran Mon cher ami, lettere a Mario Andrea Rigoni 1977-1990", pubblicato da una piccola casa editrice di Padova Il notes magico con una splendida introduzione di Raoul Bruni, viene raccolta un'ampia scelta delle lettere che E.M. Cioran scrive a Mario Andrea Rigoni, nell'arco di tredici anni, tra il 1977 e il 1990. L'epistolario tra uno dei massimi scrittori contemporanei e il giovane studioso e scrittore di aforismi ripercorre la storia di questa amicizia (quando il carteggio prende avvio, Rigoni, allora ventinovenne, aveva pubblicato da poco un ampio e innovativo saggio su Leopardi e l'estetizzazione dell'antico) e soprattutto fa luce sulla storia, tutt'altro che lineare, della ricezione di Cioran in Italia.

[caption id="attachment_2152" align="aligncenter" width="300" caption="Mario Andrea Rigoni con E.M. Cioran (foto per gentile concessione di Mario Andrea Rigoni)"][/caption]

L'aforistica francese contemporanea si può rappresentare come un Giano bifronte. Da una parte c'è una eccellente scuola di studi sul genere aforistico all'università Clermont Ferrand che ha come capofila Alain Montandon (di Montandon si può leggere in italiano Le forme brevi, pubblicato da Armando Editore). E c'è anche una produzione aforistica di eccellenza (ma del tutto sconosciuta in Italia, a parte Cioran e Jabès). Tra i molti nomi cito i più importanti (il mio riferimento va ovviamente agli aforisti francesi contemporanei o quasi): Emil Cioran, Edmond Jabès, Roger Judrin, Alain Bosquet, Roger Munier, Robert Mallet, Claude Roy, Robert Sabatier, Philippe Sollers (ma l'elenco è lunghissimo).

Dall'altra parte in Francia non ci sono premi letterari o eventi dedicati all'aforisma, non ci sono associazioni e non esistono neanche antologie dell'aforistica francese contemporanea. Così si lascia il campo del tutto libero all'imperversare dei tanti "citazionari" e "antologie" sul web dove, purtroppo, l'aforistica francese viene scambiata con il cabaret e la battuta (da Patrick Sebastien a Raymond Devos, da Wolinski a Philippe Bouvard e tanti altri comici). Gioca anche il fatto che in Francia la linea di confine tra l'aforisma e la battuta e l'umorismo è molto più sottile e indistinto che in altri paesi, tanto che molti dei comici e umoristi francesi pubblicano libri di "pensées."

Tra i tanti autori francesi, a mio parere, uno dei più brillanti aforisti del dopoguerra è Roger Judrin. Del tutto sconosciuto in Italia, ma anche poco conosciuto in Francia, come testimoniano le limitate recensioni alla sua opera e il fatto -ahimè- che molti dei libri pubblicati da Roger Judrin siano fuori commercio o fuori catalogo (quasi tutti i testi aforistici di Judrin sono stati pubblicati dalla casa editrice Calligrammes, il cui fondatore Guillemot è scomparso da pochi anni senza che nessuno, dopo di lui, mantenesse la gestione di uno dei più bei cataloghi dei grandi scrittori francesi).

Roger Judrin nasce nel 1909 a Compiègne, dove insegna per 30 anni al liceo Pierre d'Ailly e dove muore nel 2000 ("La mia nascita fu il mio solo avvenimento, e io l'ho perso" scrive nel romanzo Le spoglie di un serpente). Amico di Jean Paulhan, autore prolifico ma discreto ("dietro ogni frase il moralista nascosto" dice di lui Michel Mourlet), traduttore di Eraclito, Roger Judrin ha scritto romanzi, racconti, poesie, saggi, ritratti biografici e studi critici (il più conosciuto è quello su Saint-Simon), e persino dei testi teatrali, soprattutto per la radio. Ma il tratto distintivo del suo genio si ritrova soprattutto nell'aforisma, genere a cui si devono molte delle sue pubblicazioni, soprattutto negli ultimi anni, a partire dagli anni 80 (in questo la parabola aforistica di Judrin ricorda quella del nostro Carlo Gragnani, un altro autore che giunse all'aforisma dopo i 70 anni). Nell'ultima di copertina di "La vague en poudre" scriverà: "Ho novant'anni? Ecco tuttavia il mio decimo libro di 'maximes'. Esse si formano, senza che io lo voglia del tutto, tra le mie labbra che le tacciono e le mie orecchie che le ascoltano. E' per la porta posteriore che esse entrano nel mio pensiero, e la brevità fa brillare la loro ombra" .

Il 10 agosto, è mancato Roger Munier.

Nato nel 1923 a Nancy, di formazione filosofica, ha occupato per lungo tempo una posizione di responsabilità in una società di metallurgia. Conducendo una esistenza doppia, scriveva al mattino prima di andare a lavorare.  

Discepolo e amico di Heidegger, è stato uno dei primi a tradurre la sua opera in francese (Lettera sull'Umanesimo è del 1953, a cui seguono altri testi).

La bibliografia di Munier è davvero vasta e comprende raccolte di poesia, romanzi, saggi letterari e filosofici. Roger Munier ha diretto presso l'editore Fayard la collezione L'espace intérieur, pubblicando testi della tradizione antica (induismo, buddhismo, taoismo, Islam, i grandi mistici occidentali) e moderna (in particolare Porchia, Juarroz). Ha anche esercitato una importante attività di traduttore ("non traduco che quello che avrei amato scrivere" disse), e tra i tanti autori tradotti si segnalano oltre a Martin Heidegger, il poeta Octavio Paz, il mistico Angelius Silesius, i filosofi Eraclito e l'argentino Antonio Porchia,  autore di Voci, uno dei più grandi testi spirituali in forma aforistica della nostra epoca).

Due frasi ci fanno capire la personalità e l'opera di Roger Munier. La prima è: "che cosa più desiderabile che di essere un illustre sconosciuto". Questa frase può essere il ritratto di Roger Munier, autore che raramente ha occupato le pagine letterarie dei giornali francesi, nonostante la qualità e la regolarità della sua opera. La seconda frase è in epigrafe sulla home page del sito dedicato a Roger Munier (http://rogermunier.com/): "Il mondo è il velo eclatante di uno splendore che si sottrae allo sguardo" ("Le monde est le voile éclatant d’une splendeur qui se dérobe”).  Il visibile con la sua dimensione perduta è in tutta l'opera di Roger Munier l'oggetto di una traversata, in parte filosofica, in parte poetica, nel tentativo di raggiungere l'essenza del mondo, prendendo in considerazione la sua "presenza" come anche la sua "sparizione".

In seguito alla richiesta del suo editore François-Marie Deroylle, Roger Munier comincia a pubblicare, a partire dagli anni 90 sotto il titolo di Opus incertum, dei volumi di pensieri annotati sul suo taccuino giorno dopo giorno (anzi notte dopo notte, "quante notti sveglio passate a girare e rigirare in tutti i sensi una frase che avrei voluto scrivere"). Tali frasi sorgono come la percezione subitanea dell'istante ("la perception soudaine d’instants"). Alla fine saranno cinque i volumi che fanno capo a Opus incertum:

- Opus incertum I, Deyrolles, 1995.

- La Chose et le nom : Opus incertum II 1982-1983, Fata Morgana, 2001.

- Opus incertum : 1984-1986, Gallimard, 2002.

- Le Su et l'insu : Opus incertum IV 1987-1989, Gallimard, 2005.

- Les Eaux profondes : Opus incertum V 1990-1993, Arfuyen, 2007

Opus incertum (un termine dell'architettura che che designa un modo di assemblaggio delle pietre irregolari che si incassano l'una nell'altra in modo da formare un tutto continuo) è un opera frammentaria, dallo stile aforistico (dell'aforisma Munier dirà: "L'aforisma ha come un respiro. Ha il suo ritmo, che non è quello nè della prosa nè della poesia"), esattamente alla frontiera tra il genere della poesia e della filosofia, che non disdegna il concetto ma a cui preferisce sovente la meditazione immaginativa. Ecco due esempi: "L'acqua si sposa continuamente. Non sposa, come essa fa, tutte le forme, che perchè essa sposa se stessa continuamente". "Il fiume lui stesso va più veloce della sua acqua che lo porta" ("L'eau s'épouse continûment. N'épouse, comme elle fait, toutes les formes que parce qu'elle s'épouse elle-même continûment." "Le fleuve lui-même va plus vite que son eau, qu'il emporte".).