Skip to main content
AutoriFrasi Belle

Le frasi più belle di Annie Ernaux

Annunci

Annie Ernaux, nata Duchesne (nata a Lillebonne, il 1 settembre 1940), è una scrittrice, giornalista ed ex docente francese, autrice di molti romanzi di successo e vincitrice del Premio Nobel per la Letteratura 2022.

Presento una raccolta delle frasi più belle di Annie Ernaux, tratte dai suoi romanzi. Tra i temi correlati Le frasi più belle di Marguerite Yourcenar, Le frasi più belle di Alice Munro e Le frasi più belle di Susan Sontag.

**

Le frasi più belle di Annie Ernaux

 

Una donna gelata

Quando di una ragazza si dice che non sa far niente tutti capiscono senza ambiguità, non sa stirare, cucinare e pulire a dovere.

Tutta la mia storia di donna è la storia di una scala scesa con riluttanza.

Nel suo sguardo non avevo visto lo scintillio del potere, ecco ci sei cascata, o almeno non avevo ancora imparato a riconoscerlo.

Sono finiti senza che me ne accorgessi, i miei anni di apprendistato. Dopo arriva l’abitudine. Una somma di intimi rumori d’interno, macinacaffè, pentole, una professoressa sobria, la moglie di un quadro che per uscire si veste Cacharel o Rodier. Una donna gelata.

Dall’inizio del matrimonio ho la sensazione di rincorrere un’uguaglianza che mi sfugge sempre.

Sisifo, con il suo masso da spingere all’infinito, almeno ha un certo stile, un uomo su una montagna che si staglia nel cielo; una donna nella cucina di casa sua, che getta il burro in padella 365 giorni l’anno, non è né affascinante né assurda, è la vita, bella mia.

Non sono crollata e non ho nemmeno urlato.
Una conclusione cinica e razionale, è questo il matrimonio, scegliere tra la depressione dell’uno o dell’altra, deprimerci entrambi è uno spreco.

E c’è sempre il bilancio delle compensazioni, un calcolo da fare, se io gli preparo il pranzo e gli spazzolo il vestito, Lui deve sturare il lavandino e portare fuori la spazzatura. Ti compri un disco?, allora a me spetta un libro. Mi dici e che cazzo, benissimo, io dico stronzo. Non somiglia granché a un equo scambio di libertà. Eppure ho continuato a farlo.

Ci ho creduto anch’io, ai promemoria della spesa, alla dispensa sempre piena, al coniglio da scongelare per gli ospiti dell’ultimo minuto, alla bottiglia con la vinaigrette preparata in anticipo, alle tazze della colazione messe in tavola la sera prima. Un sistema che divora il presente senza tregua, ogni volta un compito da svolgere, come a scuola, ma non si arriva mai a capo di niente.

Il mio cognome, quello che ho imparato a scrivere da piccola, lentamente, forse la prima parola che i miei genitori mi hanno obbligato a scrivere senza errori, quello che mi rendeva me stessa ovunque fossi, che rimbombava durante una ramanzina a scuola, sfavillante sulla pagella, sulle lettere delle persone che amavo, di colpo è svanito.

Non credo nella gravidanza gloriosa, pienezza dell’anima e del corpo, anche le cagne incinta mostrano i denti per niente o ringhiano nel sonno. La vera maternità non scese su di me sentendolo scalciare la sera, e nemmeno nel portarmi a spasso il pancione per strada, un genere di orgoglio che non vale più di quello per un’erezione.

Poi, all’improvviso, ho sentito il mio amico, quello che fino al giorno prima discuteva con me di politica ….. urlarmi “Hai rotto i coglioni, non sei un uomo, lo vuoi capire? C’è una piccola differenza che ti sfugge, quando imparerai a pisciare in piedi nel lavandino ne riparliamo!”

**

Gli anni

Tutte le immagini scompariranno.
Svaniranno tutte in un colpo solo come sono svanite a milioni le immagini che erano dietro la fronte dei nonni morti da mezzo secolo, dei genitori morti anch’essi. Immagini in cui comparivamo anche noi, bambine, tra altri esseri scomparsi prima ancora che nascessimo, nella stessa maniera in cui ricordiamo i nostri figli piccoli assieme ai loro nonni già morti,

Tutto si cancellerà in un secondo. Il dizionario costruito termine dopo termine, dalla culla all’ultimo giaciglio si estinguerà. Sarà il silenzio, e nessuna parola per dirlo. (…) La lingua continuerà a mettere il mondo in parole. Nelle conversazioni attorno a una tavolata in festa saremo soltanto un nome sempre più senza volto, finché scompariremo nella massa anonima di una generazione lontana.

Quando di notte alzavamo la testa verso la luna, percepivamo in noi la vastità del mondo, la sentivamo brillare immobile sopra il brulichio ininterrotto di miliardi di individui. La coscienza si dilatava nello spazio totale del pianeta, verso altre galassie. L’infinito smetteva di essere immaginario. Ecco perché era inconcepibile dirsi che un giorno saremmo morti.

Non si sente una di loro, ma più forte e più sola. A frequentarle troppo, ad accompagnarle ai party, ha l’impressione di svilirsi. (…) Non si sente da nessuna parte se non nel sapere e nella letteratura.

Avevamo il tempo di desiderare le cose. Possederle non deludeva mai. Le si offrivano agli sguardi e all’ammirazione altrui. Custodivano un mistero e una magia che non si esauriva né nella contemplazione né nell’uso.

Nessuno si scandalizzava del fatto che i prodotti arrivassero dal mondo intero e circolassero liberamente mentre gli uomini erano respinti alle frontiere.

Nessuna delle cose che avevamo attorno durava abbastanza per diventare vecchia, sostituita in fretta e furia dal modello più recente.

Passavamo al lettore Dvd, alla macchina fotografica digitale all’mp3, allo schermo piatto, non si smetteva mai di passare a qualcos’altro. Smettere di farlo significare invecchiare. E più l’usura del tempo segnava la pelle, più il mondo ci reidratava con novità incessanti

Sullo schermo a colori il mondo era più bello, gli interni delle case più invidiabili. Scompariva la distanza che il bianco e nero instaurava con l’universo quotidiano, del quale era il negativo austero, quasi tragico.

Avevamo il tempo di desiderare le cose. Possederle non deludeva mai. Le si offrivano agli sguardi e all’ammirazione altrui. Custodivano un mistero e una magia che non si esauriva né nella contemplazione né nell’uso. Dopo averle finalmente ottenute, girandole e rigirandole tra le mani, continuavamo ad aspettarci da loro chissà cosa.

La macchina da scrivere, il suo ticchettio e i suoi accessori, il bianchetto, … la carta carbone, … ormai un’epoca lontana, impensabile.

Il futuro si annuncia in termini materiali molto precisi, ottenere un posto migliore, promozioni, acquisti, il bambino che entra all’asilo, non si tratta più di sogni, ma di previsioni.

La memoria era diventata inesauribile, ma la profondità del tempo, quella che ci veniva trasmessa dall’odore e dall’ ingiallimento della carta, dal fruscio delle pagine, dalla sottolineatura di un paragrafo a opera di una mano sconosciuta – era scomparsa.
Eravamo in un presente infinito.

Un uomo glaciale, dall’ambizione impenetrabile, con un nome per una volta facile da pronunciare, Putin, e che aveva preso il posto di Eltsin l’ubriacone, prometteva di «accoppare i ceceni inseguendoli nelle latrine». La Russia non era più portatrice né di speranze né di paure, ma soltanto di un perpetuo senso di desolazione.

Si viveva nella sovrabbondanza, di ogni cosa, delle informazioni, degli “esperti”. Opinioni si formavano su fatti appena accaduti, su come comportarsi, sul corpo, l’orgasmo, l’eutanasia. […] “Dipendenza”, “resilienza”, “elaborazione del lutto”, c’era profusione di termini e linguaggi per mettere in parole vita ed emozioni.

Il libro da scriversi allora rappresentava una forma di lotta. Quell’ambizione non l’ha mai abbandonata, ma adesso vorrebbe più che mai poter cogliere la luce che bagna volti ormai invisibili, tavole imbandite da vivande scomparse, quella luce che già c’era nelle narrazioni domenicali dell’infanzia e che non ha smesso di depositarsi sulle cose appena vissute, una luce anteriore. Salvare.

Non si osava domandarla al dottore, lui a sua volta non la proponeva, soprattutto se non si era sposate. Era una richiesta impudica. Ci era chiaro che con la pillola la vita sarebbe cambiata completamente, libere di disporre dei nostri corpi al punto di averne paura. Libere come gli uomini.

**

Una donna

Il becchino aspettava a pochi metri di distanza con la sua pala. Indossava la tuta da lavoro, un berretto e degli stivali, rubizzo in volto. Ho avuto voglia di parlargli e di dargli cento franchi, pensando che forse se li sarebbe bevuti. Ma non aveva importanza, anzi. Nel trascorrere l’intero pomeriggio a ricoprirla di terra, sarebbe stato l’ultimo uomo a occuparsi di mia madre. Che almeno lo facesse con piacere.

Era lei, le sue parole, le sue mani, i suoi gesti, la sua maniera di ridere e camminare, a unire la donna che sono alla bambina che sono stata. Ho perso l’ultimo legame con il mondo da cui provengo.

Era la donna che ha contato di più per me. Mia madre era l’olio di Dio. Lei era la legge.

Ci rivolgevamo la parola con quel tono particolare, un misto di irritazione e perenni rimostranze, che faceva sempre pensare, a torto, che stessimo litigando, e che saprei riconoscere, tra una madre e una figlia, in qualsiasi lingua.

Mia madre ha mostrato presto uno spiccato gusto per la religione. Il catechismo è l’unica materia che abbia mai imparato con passione, conosceva a memoria tutte le risposte. (In seguito, ancora, quel modo affannato, gioioso, di rispondere alle preghiere in chiesa, come per dimostrare che le conosceva bene).

Elevarsi, per lei, significava soprattutto imparare (diceva “bisogna arricchirsi lo spirito“) e nulla era più bello del sapere. I libri erano gli unici oggetti che trattava con cautela. Prima di toccarli si lavava le mani.

A volte pensavo che la sua morte mi avrebbe lasciata indifferente.
Scrivendo, vedo ora la “buona” madre, ora la “cattiva”. Per sfuggire a quest’oscillazione che ha origine nella più remota infanzia cerco di descrivere e spiegare come se si trattasse di un’altra madre e di una figlia che non sono io.

Ora che mia madre è morta vorrei non venire a sapere più niente su di lei, niente oltre a ciò che già sapevo quand’era viva.

Ora mi sembra di scrivere su mia madre per, a mia volta, rimetterla al mondo.

**

Perdersi

Mi fa orrore che la vita sia questo accumulo di incombenze, di azioni insulse, pesanti a tratti punteggiate da momenti intensi, fuori dal tempo. Sopporto soltanto due cose al mondo: l’amore e la scrittura, il resto è buio. Stasera non ho né l’una né l’altra.

Capisco il desiderio di coprire di regali una persona amata come segno di appartenenza. Pur sapendo che non serve davvero a legarla a sé, poiché può soltanto solleticarne l’orgoglio (quello di suscitare tanto amore) e rafforzarne il narcisismo, cosa che rema contro chi ha fatto il regalo.

Non posso dire che siano gli uomini a perdermi, è il mio desiderio che mi perde, la sottomissione a (o la ricerca di) qualcosa di terribile, che non capisco, nato nell’unione con un corpo, e subito scomparso.

Lo amo con tutto il mio vuoto.

**

Memorie di una ragazza

In questo preciso istante, per le strade, negli open space, in metropolitana, nelle aule magne, milioni di romanzi sono scritti nelle teste delle persone, capitolo dopo capitolo, cancellati, ripresi, e tutti muoiono, perché realizzati o perché non lo sono.

Esplorare il baratro tra la sconcertante realtà di ciò che accade nel momento in cui accade e la strana irrealtà che, anni dopo, ammanta ciò che è accaduto.

Più resto a fissare la ragazza della foto, più mi sembra che sia lei a guardarmi. Ѐ davvero me quella ragazza? Sono davvero lei? (…) La ragazza della foto non è me, ma non è una finzione. Non esiste nessun’altra persona al mondo di cui abbia una conoscenza tanto estesa, inesauribile.

Il tempo davanti a me si accorcia. Ci dovrà essere un ultimo libro, come c’è un ultimo amante, un’ultima primavera, ma nessun segnale per saperlo prima.

Ci sono esseri che sono sommersi dalla realtà degli altri, dal loro modo di parlare, accavallare le gambe, accendere una sigaretta. Invischiati nella presenza degli altri. Un giorno, o piuttosto una notte, sono trascinati nel desiderio e nella volontà di un unico Altro. Ciò che credevano di essere scompare. Si dissolvono, e guardano il proprio riflesso agire, obbedire, trascinati nel corso sconosciuto delle cose.

Non è a lui che si sottomette, ma a una legge indiscutibile, universale, quella di una ferocia maschile che un giorno o l’altro avrebbe comunque dovuto subire.

**

L’evento

Aver vissuto una cosa, qualsiasi cosa, conferisce il diritto inalienabile di scriverla. Non ci sono verità inferiori. E se non andassi fino in fondo nel riferire questa esperienza, contribuirai a oscurare la realtà delle donne, schierandomi dalla parte della dominazione maschile del mondo.

Ho finito di mettere in parole quella che mi pare un’esperienza umana totale, della vita e della morte, del tempo, della morale e del divieto, della legge, un’esperienza vissuta dall’inizio alla fine attraverso il corpo.

Colui di cui ero incinta, ogni tanto da bordeaux mi spediva lettere in cui accennava con vaghezza quanto fosse difficile trovare una soluzione (nell’agenda: mi lascia a sbrigarmela da sola.). Anche se immagino di essermene accorta non avevo però la forza di lasciarlo, di aggiungere alla disperata ricerca di un modo per abortire anche il vuoto di una separazione.

Un altro pomeriggio sono entrata in una chiesa, Saint-Patrice, dalle parti di boulevard de la Marne, per dire a un prete che avevo abortito. Mi sono subito resa conto del mio errore. Mi sentivo nella luce e per lui ero nel crimine. Uscendo ho saputo che per me il tempo della religione era finito.

La legge. Era dappertutto. Negli eufemismi e nelle litoti della mia agenda, negli occhi protuberanti di Jean T., nei matrimoni riparatori, nella vergogna di chi abortiva e nella disapprovazione degli altri. Nell’impossibilità assoluta che, un giorno, le donne avrebbero potuto liberamente decidere di interrompere una gravidanza. E come al solito, era impossibile determinare se l’aborto era proibito perché era un male, o se era un male perché era proibito.
Si giudicava in base alla legge, non si giudicava la legge.

Si perseguitano gli scafisti, si deplora la loro esistenza come trent’anni fa quella delle mammane. Non si mettono in discussione né le leggi né l’ordine mondiale che ne determinano l’esistenza. E ci dovranno pur essere, tra i traghettatori clandestini di oggi, come fra le ostetriche clandestine di ieri, alcuni che sono più affidabili di altri.

Migliaia di ragazze sono salite lungo la scala, hanno bussato alla porta dietro la quale c’era una donna di cui non sapevano nulla a cui stavano per consegnare il proprio sesso e il proprio ventre.

È come se questa donna, che si dà da fare tra le mie gambe, che introduce lo speculum, mi stesse facendo nascere; ho ucciso mia madre in me, in quel momento.

Camminavo per la strada con il segreto della notte tra il 20 e il 21 gennaio nel mio corpo, come una cosa sacra. Non sapevo se ero stata ai confini dell’orrore o della bellezza. Provavo un senso di fierezza. Forse la stessa dei navigatori solitari, dei drogati e dei ladri, quella di essersi spinti fin dove gli altri non oserebbero mai andare. Può darsi sia qualcosa di quella fierezza ad avermi fatto scrivere questo racconto.

Se non andassi fino in fondo a riferire questa esperienza contribuirei ad oscurare la realtà delle donne schierandomi dalla parte della dominazione maschile del mondo.

Oggi so che avevo bisogno di quella prova e di quel sacrificio per desiderare di avere figli. Per accettare la violenza della riproduzione del mio corpo e diventare a mia volta luogo di passaggio delle generazioni.

Ho cancellato l’unico senso di colpa che abbia mai provato a proposito di questo evento, che mi sia successo e non ne abbia fatto nulla. Come un dono ricevuto e sprecato. Perché al di là di tutte le ragioni sociali e psicologiche che posso trovare per quanto ho vissuto, ce n’è una di cui sono sicura più di tutte le altre: le cose mi sono accadute perché potessi renderne conto. E forse il vero scopo della mia vita è soltanto questo: che il mio corpo, le mie sensazioni e i miei pensieri diventino scrittura, qualcosa di intelligibile e di generale, la mia esistenza completamente dissolta nella testa e nella vita degli altri.

**

Guarda le luci, amore mio

Le ragioni commerciali accorciano il futuro e fanno cadere nel dimenticatoio il passato di una settimana fa.

Siamo una comunità di desideri, non di azione.

Che cosa cerco con ostinazione nella realtà? Il senso? O forse annotare i gesti, gli atteggiamenti, le parole delle persone che incontro mi dà l’illusione di essere vicina a loro. Io non parlo con loro, le guardo e le ascolto soltanto.

Scegliamo i nostri oggetti e i nostri luoghi della memoria, o piuttosto è lo spirito dei tempi a decidere ciò che val la pena di essere ricordato.

Perché vedere per scrivere è vedere altrimenti. E’ distinguere oggetti, individui, meccanismi e conferire loro valore d’esistenza.

Qual è il modo in cui siamo presenti gli uni agli altri? Qui, in certi momenti, ho l’impressione di essere una superficie liscia sulla quale si riflettono le persone, i cartelli sospesi sopra le teste.

Non è mai troppo presto per inculcare nella testa degli individui il valore del nuovo, lustro e fiammante, a scapito di ciò che è già stato usato. Come resistere a questa promessa di felicità?

C’è rabbia, ma anche malinconia per le t-shirt a 7 euro che «anche i disoccupati francesi danneggiati dalle delocalizzazioni sono ben contenti di potersi comprare».
Non ci opponiamo con convinzione allo sfruttamento delle persone nelle fabbriche del terzo mondo perché non ci dispiace di avere merci a poco prezzo.

Nel mondo dell’ipermercato e dell’economia liberale amare i bambini significa comprar loro più cose possibili.

Fare la spesa in due per la prima volta segna l’inizio di una vita in comune. Significa mettersi d’accordo sui gusti e su quanto spendere, «fare coppia» riguardo al cibo, questo bisogno primario. Proporre a un’altra persona di andare insieme al supermercato non ha niente a che vedere con un invito al cinema o a bere un bicchiere.

Il supermercato è un luogo molto individualista, con regole sue proprie. Non si può fotografare, non si può mangiare quel che si compra e la sorveglianza è molto stretta. A nessuno vengono pensieri di ribellione anche se sarebbe possibile. Ricordo una occasione in cui, a causa del poco personale, c’erano lunghe code alle casse. Mi sono detta: perché non ci ribelliamo? Al massimo mugugniamo. Abbiamo paura. La legge del mercato viene esercitata in maniera inflessibile e invisibile, pesa sulle persone senza che se ne rendano conto.

**

La vergogna

Scrivo questa scena per la prima volta. Finora mi era sembrato impossibile farlo, persino nel mio diario. Quasi che un’azione proibita dovesse comportare una punizione.

Forse la narrazione, ogni narrazione, rende normale qualunque gesto, persino il più drammatico.

A dodici anni vivevo immersa nei codici e nelle regole di questo mondo, senza poter sospettare ne esistessero altri.

Credo di cercare sempre di scrivere in quella lingua materiale di allora, e non con delle parole e una sintassi che non sento venirmi alle labbra, che non avrei sentito venirmi alle labbra all’epoca. Non conoscerò mai l’incanto delle metafore, l’esultanza dello stile.

L’aspetto peggiore della vergogna è che si crede di essere gli unici a provarla.

**

Il posto

Sono scivolata in quella metà di mondo per la quale l’altra metà è soltanto un arredo.

Andavamo a comprare il pane a un chilometro da casa perché il fornaio più vicino non comprava niente da noi.

Sarebbe facile scrivere cose del genere. L’eterno ritorno delle stagioni, le gioie semplici, il silenzio dei campi. Mio padre lavorava la terra altrui, non ha visto la bellezza, lo splendore della Madre Terra e altri miti gli sono sfuggiti.

Gli dava fastidio vedermi stare sui libri tutto il giorno, attribuendo a loro la responsabilità del mio muso lungo e del mio cattivo umore. La luce che la sera filtrava da sotto la porta di camera mia gli faceva dire che mi rovinavo la salute. Studiare, una sofferenza obbligatoria per farsi una posizione e non sposare un operaio. Ma che a me piacesse scervellarmi gli sembrava sospetto. Un’assenza di vita proprio nel fiore degli anni.

Mi sono piegata al volere del mondo in cui vivo, un mondo che si sforza di far dimenticare i ricordi di quello che sta più in basso come se fosse qualcosa di cattivo gusto.

Nella notte tra venerdì e sabato il respiro di mio padre è diventato profondo e irregolare. Poi è comparso un gorgoglio molto forte, distinto dal respiro. Era terribile, non si capiva se venisse dai polmoni o dall’intestino, come se ogni parte all’interno del suo corpo fosse comunicante con le altre.

La domenica mattina sono stata svegliata da un sommesso cantilenare intervallato da silenzi. L’estrema unzione. La cosa più oscena che ci sia.

Lacrime, silenzio e dignità, questo è il comportamento da tenere alla morte di un congiunto, in una visione sobria e signorile del mondo. Ma come tutto il vicinato, anche lei obbediva a regole di buona educazione con cui la dignità non ha nulla a che fare.

Presto non avrò più nulla da scrivere. Vorrei ritardare la stesura delle ultime pagine, che siano sempre ancora là da venire – com’è difficile lasciare andare un padre…