Scrittore di aforismi su Twitter, Gabriele Martelloni

Nella sezione Scrittori di aforismi su Twitter l’articolo di oggi è dedicato a @GMartelloni (Gabriele Martelloni). Nella breve nota biografica che mi ha inviato, l’autore scrive di sé: “Vivo a Roma, ma sono umbro. Lavoro a Rainews24: sono un giornalista televisivo. Mi occupo perlopiù di politica, ecco perché su Twitter non ne scrivo quasi mai. Ho tre capezzoli – due sono miei, l’altro è l’unica traccia visibile del gemello che avrei dovuto avere – e tre néi perfettamente allineati sull’avambraccio destro che a figurarseli buchi viene voglia d’inserirci la spina di un elettrodomestico. Sono cantante e chitarrista di due rock band, Nonzeta e Nidi di Ragno. Nel tempo libero scrivacchio, e ogni tanto pubblico qualcosa. Possiedo poi un grado di resistenza al dolore piuttosto elevato, dovuto al fatto che sono interista. Sono sbadato, lascio mille cose in giro. E soprattutto sono un last minute man: le cose le faccio, sì, ma sempre all’ultimo secondo. Il mio libro preferito è “Infinite Jest” di David Foster Wallace”.

@GMartelloni è su Twitter dal gennaio 2012: “Mi sono iscritto a Twitter perché nel mio lavoro è fondamentale, ma ormai seguo pochissimi politici e giornalisti. Seguo, piuttosto, chi scrive bene, chi mi fa sorridere, chi ha qualcosa da dire e sa dirlo in modo interessante. Su Twitter, è questo lo spazio dove mi trovo più a mio agio. E scrivo quello che mi passa per la testa, senza pensare troppo. Non sono su Twitter per competere, figuriamoci per litigare. Scrivo per me stesso, ma anche per intrattenere. Scrivo per tenere a bada il caos. Scrivo per giocare con le parole. Scrivo per giocare con chi gioca con le parole”.

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@GMartelloni è un intimatore di alt ai lenti e vetusti schematismi della realtà, un battitore di parole che mette funambolicamente all’asta le vocali e le consonanti e le virgole e gli apostrofi e persino gli accenti (“Il treno passa una volta. Sòla”) in cambio di nuovi significati, un inventore di immagini e di mondi possibili (“Al mio tre apriamo tutti i cassetti, sfiliamo i sogni, e al loro posto chiudiamo dentro a chiave l’orgoglio, che quello sì, libero fa danni”), un tessitore di paradossi linguistici che fanno percepire la vertigine del nulla sopra il quale si appoggia la nostra rigida grammatica (“- Ti amo da morire.- Davvero? – No, mi esercitavo coi luoghi comuni. – E tu sei l’uomo della mia vita.- Dici? – No, ragionavo per assurdo.”).

Come le parentesi “sono rigonfie perché le parole all’interno provano sempre a sfondarle”, lo stesso può dirsi del mondo al cui interno le parole e le frasi spingono per sfondare la calotta delle convenzioni e dei luoghi comuni. E a volta basta davvero una scossa tellurica, lo spostamento di una vocale e consonante per creare nuove rappresentazioni e nuovi significati. come in questi tweet: “Perché una notte diventi musica basta scrollarla così forte da farle cadere una “t” e “L’obiettivo è resistere così a lungo che alla fine cadrà la R e cominceremo a esistere” e anche “Sentirsi un po’ come le felci, che vorrebbero una lettera in più per essere felici, e intanto temono di perderne una e trasformarsi in feci” e infine ” Cosa vuoi da me? – Capitarti. – Ci crederò se lo dirai con la S. – Succederti. – (Ora gioco sporco.) E con la H? – ACCAderti. – Hai vinto”.

Nel suo viaggio dentro il linguaggio, @GMartelloni abbraccia le parole come se fossero delle persone (“So che posso scriverle. Leggerle. Dirle. Ascoltarle. Eppure non mi basta. Io, le parole, vorrei proprio abbracciarle”) e ci dice che a volta basta davvero poco (una vocale, una virgola, un apostrofo) per colorare il mondo in modo diverso. Come scrive in un suo tweet “Invece di lamentarci dei giorni in bianco nero, dovremmo ripensare a quando da piccoli ci regalavano libri con scritto: ‘E ora coloralo tu'”.

Presento una selezione di tweet di @GMartelloni

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@GMartelloni, Tweet scelti

– Ti amo da morire.
– Davvero?
– No, mi esercitavo coi luoghi comuni.
– E tu sei l’uomo della mia vita.
– Dici?
– No, ragionavo per assurdo.

Ogni volta che mi hanno svaligiato il cuore, io facevo il palo.

L’obiettivo è resistere così a lungo che alla fine cadrà la R e cominceremo a esistere.

Sono tornato a casa dei nonni, a caccia di ricordi. E in un vecchio baule, nascosti, c’erano tutti i nasi che il nonno mi rubava da piccolo.

– E tu, di che colore hai la vita?
– Perde speranza. E tu?
– Posso acceso.

– Cosa vuoi da me?
– Capitarti.
– Ci crederò se lo dirai con la S.
– Succederti.
– (Ora gioco sporco.) E con la H?
– ACCAderti.
– Hai vinto.

Tu che cercavi una via d’uscita, io che volevo farmi labirinto.

Certo che devi essere proprio matta, ad amarmi. Mah. Roba d’amarti.

Sii concreto: porta sempre con te l’astratto necessario.

E poi mi piace stupirti, perché se ti lascio a bocca aperta riesco a baciarti meglio.

Per me una chimera con vista, grazie.

Amami come le paranoie notturne amano i soffitti.

Le parentesi sono rigonfie perché le parole all’interno provano sempre a sfondarle.

Conosciamoci a fondo. Proprio lì, dove non si tocca.

Sentirsi un po’ come le felci, che vorrebbero una lettera in più per essere felici, e intanto temono di perderne una e trasformarsi in feci.

Mi piace chi si droga di lettura. Sì, ho un debole per quelli che si bookano.

– Ciao Immaginazione, dove vai con le mani in alto?
– Mi arrendo all’Evidenza.
– Peccato.

Le compagnie migliori sono quelle che dopo una serata insieme ne sai un po’ più su di loro, ma sopratutto su te stesso.

Avanti un oltre.

– Che fai?
– Cerco chissacchì. E tu?
– Aspetto chicchessia.
– E se intanto ci prendessimo un chessò chissà dove?
– Massì. Chissenefrega.

Va tutto bene. Peccato solo che vada da tutt’altra parte.

Sembra assurdo, oggi. Eppure c’è stato anche un tempo in cui la parola “condividere” non si riferiva solo a post, status, selfie.

– Lo sai, tu, come gli alberi fanno respirare il pianeta?
– Certo, con la fotosintesi.
– No, quando si trasformano in fogli, libri e matite.

Senti che suono terribile, che fanno i sogni, quelli realizzati, quando si trasformano in abitudini.

Il treno passa una volta. Sòla.

A colazione disse:”Mi rivoglio com’ero prima d’incontrarti”. E guardava caffè e latte, mischiati, che non sarebbero più tornati all’origine.

– Hai presente quella roba che se ci finisci dentro, più ti dibatti per uscirne, e più vai giù, a fondo?
– Sabbie mobili?
– L’innamoramento.

– Vuoi salire a vedere la mia collezione di incertezze?
– Certo.
– Però non so mica se sia il caso.

L’insostenibile pesantezza di parole dette con troppa leggerezza.

Sentirsi fuori l’uogo come quell’apostrofo.

Andava sempre in quel bar. Amava la barista.
“Desidera?”, chiedeva lei ogni volta.
“Tè” rispondeva lui, umiliando il destino per un accento.

Invece di lamentarci dei giorni in bianco nero, dovremmo ripensare a quando da piccoli ci regalavano libri con scritto: “E ora coloralo tu”.

Non dovresti nutrire tutte queste aspettative. Che poi diventano grandi e finiscono col nutrirsi di te.

So che posso scriverle. Leggerle. Dirle. Ascoltarle. Eppure non mi basta. Io, le parole, vorrei proprio abbracciarle.

Al mio tre apriamo tutti i cassetti, sfiliamo i sogni, e al loro posto chiudiamo dentro a chiave l’orgoglio, che quello sì, libero fa danni.

Facciamo così. Io distraggo il timore di non farcela. Tu fai altrettanto. E poi ci innamoriamo.

Lei era un globulo bianco. Si fidanzò con un globulo rosso e l’invitò a conoscere i suoi.
[trama del film: “Endovena chi viene a vena”]

– Oido it.
– Eh?
– Ti odio al contrario.
– E quindi mi ami.
– Esatto. E tu?
– Oma it.
– Eh?
– Ti amo al contrario.
– Merda.

L’amore conta.
Corri a nasconderti.

A: Che fai?
B: Aspetto l’amore.
A: Non passa se l’aspetti.
B: Tienimi il posto. Vado in bagno.
A: Ok.
C: Son l’amore. M’aspettavi tu?
A: Sì.

Si ricorda sempre assai poco, delle persone da cui esci illeso.

Sei un viola che non ce l’ha fatta a diventare celeste, ma mi raccomando: non darti mai pervinca.

No, non tornare più indietro. Cammina ancora, fino a consumarti le scarpe.
Questo è un viaggio di suola andata.

Fateci caso, in giro è pieno di “per il momento” travestiti da “per sempre”.

Fra le pagine di un vecchio diario ho ritrovato un Futuro che nel frattempo si è fatto Passato. Ed era più bello di come l’avevo conosciuto.

– Qual è la follia più grande che hai fatto per amore?
– Innamorarmi.

Il passaggio dall’infanzia all’età adulta è quando smetti di cercar forme nelle nuvole, e le trovi nella schiuma della birra, sul bicchiere.

E poi ci sono le persone piene, quelle che ti fanno sentire svuotato, quando non sei più al loro interno.

Dài, presto, sbrighiamoci a far pace adesso che l’orgoglio è distratto.

Capisci d’essere feticista quando in fondo al tunnel vedi sempre l’alluce.

Mi chiedi dove andremo a finire, mentre io mi domando quando andremo a cominciare.

Tu mi corri incontro, io mi sposto. E sì, il nostro è proprio un amore corri-sposto.

Ho il frigo pieno di “andrà tutto bene” scaduti.

Adesso strappo i raggi del sole uno a uno per fare m’afa non m’afa.

M’ama. E via uno. Non m’ama. E via due. Per le margherite gli umani sono quei bastardi che strappano loro i petali mentre parlano d’amore.

Spesso il mare di vivere ho incontrato. E ho imparato a nuotarci.

Mi hanno regalato un gatto ma l’ho restituito subito perché su Instagram ha avuto solo due “mi piace”.

Ho abbattuto il muro del suo no quando ho visto che dalle crepe filtrava la luce del suo sì.

– Vuoi salire a vedere la mia collezione di “non si sa mai”?
– E perché dovrei?
– Beh, non si sa mai…

Lì dove ha fatto più male. Ecco il punto da cui potremmo ripartire.

L’errore è stato credere che una luce debba per forza illuminare.

Proprio come quando provi a farti scivolare qualcosa di dosso ma non ti accorgi che invece sei tu che stai scivolando sempre un po’ più giù.

Se siete tutti in corsa per l’apparenza, allora pronti, parvenza, e via.

Riesco ad avere dubbi su due cose contemporaneamente. Ho il dono della dubbiquità.

– Vorrei dell’aranciata.
– Abbiamo solo Coca cola. Usi l’immaginazione.
– E Fanta sia!

– Che dipingi, Dorian?
– Auto…
– Un’auto!
– No!
– Ritratti?
– No, ritratto.
– È un’auto o ritratti?
– Autoritratto.
– Colore?
– Beh, Gray.

Poche nuvole per troppe teste sospese.

Vieni, dài, fai presto. Proviamoci ora che i “può darsi” i “però” e i “non so” stanno tutti dormendo.

La domenica è proprio un dì vano.

In amore ci vorrebbe meno “abitudine”, e più “abbi tu di me”

Non la senti anche tu, adesso, la musica di nove settimane e mezzo, mentre ci spogliamo di ogni argomentazione?

Col tempo impari a inclinare il piano d’ascolto ogni volta che ti espongono una certezza; e che bel suono che fa, quando s’infrange a terra.

Voler bene a qualcuno, che ne vorrà a sua volta a qualcun altro, e così via, all’infinito. Chissà, magari esiste anche l’affetto domino.

Nel momento in cui capisci che puoi, hai fatto già un posso da gigante.

Perché una notte diventi musica basta scrollarla così forte da farle cadere una “t”.

– È tutto il giorno che metti in ordine…
– Sì.
– E chi aspetti?
– Il disordine.

Vorrei essere felice con te, davvero, ma il dolere mi chiama.

– Ti amo.
– Prego inserire codice chapka.

La felicità cade sempre dal lato imburrato.

Che luna gonfia, un bel palloncino da prenderne il filo e portarla a correre in giro, e cadere, sbucciarsi le ginocchia, annusando infanzia.

Brancolo nel boh, io.

Senti come s’intrecciano bene, a quest’ora, il profumo del caffè espresso e quello delle possibilità inespresse.

Il treno dei ricordi ferma spesso nelle stazioni radio.

Chissà se passando il filo intermentale tra i pensieri riuscirò a sradicare tutti i chiodi fissi che sono rimasti incastrati.

Certo che ne abbiamo persi, di treni, ma alla fine abbiamo imparato a innamorarci delle stazioni.

Dài, andiamo a suonare i campanelli dei cuori altrui. E poi scappiamo.

La speranza e i suoi puntini di sospensione… La rassegnazione invece mette il punto. Asciugandone due.

CATETO: “Mi ami?”
IPOTENUSA: “Sì, ma solo in senso lato.”

Lo capisci quando perdi la testa per qualcuno. L’amore non capita: decapita.

– T’amo.
– Come lo sai?
– Dall’illogicità del volerti avendo paura d’averti.
– Vuoi raggiungermi?
– Sì.
– Ma mi vuoi irraggiungibile.
– Già.

Sei Provinciale e non abbiamo niente in Comune, è Stato quel è stato ma ora non Continente per me: fattene una Regione.

Tu che mi dicevi: “potremmo darci del tu”, e io che pensavo: “dovremmo darci del tutto”.

Le riconosci subito, le parole giuste. Sono quelle che avvicinano le cose.

– Uno verticale?
– Cruccio.
– Tre orizzontale?
– Tormento.
– Quattro verticale?
– Afflizione.
– Ma che cruciverba è?
– Le parole crucciate.

Quant’è più semplice, appena svegli, un abbraccio, mentre l’orgoglio sta ancora dormendo.

Mentre dormi io resto sveglio, a proteggerti dagli incubi. E non mi pesa affetto, perché ti veglio bene.

Ama pure senza “se” e senza “ma”, ma assicurati che l’altra persona non ti ami senza “ti” e senza “amo”.

Chissà, voialtri, di che sdegno siete.

Si cade anche di proposito. Per vedere qual è la prima mano che si offre di farti rialzare.

Pensaci. Non era la paura di perdere quel qualcosa