Scrittori di aforismi su Twitter, Ida_bauer_

Nella sezione Scrittori di aforismi su Twitter l’articolo di oggi è dedicato a @ida_bauer_ (oh, beh). Nella breve nota biografica che mi ha inviato, l’autrice si descrive stenograficamente in tre parole: “Nonostante. Since 1982”.

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@ida_bauer_ si è iscritta a Twitter nel maggio 2011. “Twitter è un buon modo per mettere nero su bianco il dialogo interiore che tutti intratteniamo con noi stessi. Tutto quello che passa nella nostra testa mentre viviamo. Ed è bello quando qualcuno si riconosce nel tuo dialogo… ti senti un po’ meno delirante. Disagiata, sì, tanto, ma non delirante” mi scrive l’autrice, che poi a proposito del suo nickname spiega: “Ida è il caso Dora di Freud. Sono una psicologa, inevitabile pescare da lì. Ho scelto proprio lei per due motivi. Il suo sintomo più conclamato è l’afonia. Che sia il non sentirsi ascoltato, o il rifiuto di dire, o il non aver (più) niente da dire, credo che tutti soffriamo di una qualche forma di afonia, senza magari rendercene conto. Ma, soprattutto, Ida Bauer guarisce, ed io ho un amore smodato nei confronti della guarigione. Che prevede il fatto che uno si sia ammalato, ovvio”.

La scrittura di @ida_bauer_ è in perenne bilico tra la normalità e la voglia di perdere il controllo (“Vado fuori di testa, serve niente?”), tra il distacco emotivo (“- Lei cosa prende? – Del distacco emotivo, per favore. Sa, è per il cuore”) e le emozioni che pulsano sotto diversi strati (“In questo periodo indosso le emozioni a cipolla”), tra l’agire (- Lei cosa prende? – Una decisione, per favore. Corretta, grazie”) e l’indecisione (“Toh. Una decisione. Qualcuno la prenda”), tra la lucida e dolorosa capacità introspettiva (“Della capacità introspettiva e di altri strumenti di tortura”) e la tentazione di lasciar perdere le tante verità (“Ormai è tardi. La cerco domani, la verità”), le tante evidenze di cui è pieno il mondo (“L’evidenza è pregata di presentarsi solo se serve a qualcosa, grazie”).

Non c’è una conclusione, ma solo una eterna frammentazione e biforcazione delle cose (“E poi, non sono abbastanza matura per concludere le cose. I maturi concludono le cose. Quelli come me, al limite, osservano incuriositi”) e in questa frammentazione l’autrice inserisce anche la propria identità, che viene vista da un attore esterno ed è descritta come se fosse spezzata in due unità. “Del resto, io è una vita che provo ad essere migliore di me e non ci sono ancora riuscita” e anche “Il mio pessimo umore deve essere a conoscenza di qualcosa che ignoro”.

In questo girare intorno intorno al mondo, a volte @ida_bauer_ sente il bisogno di cadere (“Ogni tanto sento il bisogno di cadere. Di cadere e farmi parecchio male. Così, per prendere una pausa dall’obbligo di farcela sempre”), di scivolare in fondo alla lista delle priorità (“Vado a scivolare in fondo alla lista delle priorità”), di disorientarsi (“State comodi, mi disoriento da me”). Che forse tutto questo cadere in basso non è altro che un modo per non sentire troppo da vicino le emozioni, queste emozioni da cui a volte è necessario ripararsi con un impermeabile (“Ho bisogno di un impermeabile. Emotivo”), queste emozioni che non fanno neanche leggere un libro (“Ti dispiacerebbe mancarmi un po’ meno? Sto cercando di leggere”). Perché talvolta, per non soffrire, conviene “riporre le aspettative negli appositi contenitori per lo smaltimento”.

In questa scrittura che descrive cose e persone e i bei tempi migliori (“i tempi migliori sono attesi al punto accoglienza, grazie”) non c’è mai acredine o tristezza o amarezza, ma sempre leggerezza (“E, tra tutte le possibili grandi conquiste esistenziali, la leggerezza rimane la mia preferita” e anche “- Lei cosa prende? – Tutto alla leggera, per favore. Senza astio, grazie”) e un senso sottile di ironia e autoironia. Anche nelle cose più tragiche, quelle in cui non c’è niente da ridere, @ida_bauer_ sorride e ci fa sorridere con la sua ironia inconfondibile. Come scrive bene in suo tweet, “Il fottuto istante tra una risata e l’altra, quello in cui ti ricordi che, di fatto, c’è ben poco da ridere. E, di conseguenza, ridi”.

Presento una selezione di aforismi di @ida_bauer_

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@ida_bauer_ , Tweet scelti

Ripassiamo insieme:
– i limiti si superano
– i confini si rispettano.

Ai sani ho sempre preferito i guariti.

L’egocentrico ha bisogno di un pubblico.
Per questo, spesso, appare altruista.

Le cose che non voglio sapere hanno sempre una grande voglia di incontrarmi.

Vado fuori di testa, serve niente?

Ti dispiacerebbe mancarmi un po’ meno?
Sto cercando di leggere.

In questo periodo indosso le emozioni a cipolla.

Ah, l’inizio delle relazioni, quando lui “tu da che parte dormi?” e tu ti visualizzi perfettamente al centro delle due piazze, a stella.

Faccio parte di quelli lì, quelli così banali da pensare davvero le cose che dicono.

Sparatevi un selfie.
Magari senza selfie.

– Lei cosa prende?
– Una decisione, per favore. Corretta, grazie.

– Lei cosa prende?
– Del distacco emotivo, per favore. Sa, è per il cuore.

– Lei cosa prende?
– Niente sul serio, grazie.

– Lei cosa prende?
– Fiato, per favore. Abbastanza per continuare, grazie.

Si consiglia di ricambiare il sentimento per non perdere la priorità acquisita.

Uh! Che bella scusa! È nuova?

Del tacere e di altre ottime idee rivoluzionarie.

Niente fa incazzare un burattinaio come un burattino che si accorga dei fili.
E li tagli.

M’è andato un “non importa” di traverso.

Vi va bene che ho tutti i veli pietosi in lavanderia.

Ogni tanto sento il bisogno di cadere. Di cadere e farmi parecchio male. Così, per prendere una pausa dall’obbligo di farcela sempre.

Finiremo col chiedere scusa per esserci difesi.

Ti richiedono perfezione come se loro ne avessero.

Della capacità introspettiva e di altri strumenti di tortura.

No, non esco.
Domani devo incazzarmi presto.

Vado a scivolare in fondo alla lista delle priorità.

(quelle cose belle ed inutili, come l’essere felici per qualcun altro)

State comodi, mi sconfiggo da me.

– Lei cosa prende?
– Tutto alla leggera, per favore. Senza astio, grazie.

Ho rotto relazioni, fiato, indugi, specchi, schemi, uova nei panieri, ghiaccio ed anche un sacco le palle.
Mi dispiace, per le palle.

Gli scheletri negli armadi, i sogni nel cassetto, gli ormai nell’umido.

Ti dona proprio la coda tra le gambe.

Ormai è tardi.
La cerco domani, la verità.

Toh.
Una decisione.
Qualcuno la prenda.

Alla cortese attenzione dell’umanità.
Si ricorda che chi ce la fa da sé è perché non ha alternative.
Grazie.
E anche prego.

Rassicuro i mostri sotto al letto e vado a dormire.

Non ho alzato muri.
Ho scavato trincee, è diverso.

– Lei cosa prende?
– Tempo, per favore. Ristretto ché ho fretta, grazie.

Il processo alle intenzioni, la condanna delle azioni, il funerale delle relazioni.

Faccio l’inventario dei “magari mi sbaglio” e vado a dormire.

Master in gestione fallimentare dello stress.

E tu smettila di stare lì a mancarmi.

L’evidenza è pregata di presentarsi solo se serve a qualcosa, grazie.

E poi questa cosa, per cui ognuno considera il proprio tempo più prezioso di quello degli altri.

Alzo muri trasparenti.

Ho bisogno di un impermeabile.
Emotivo.

Sono stupida come una speranza.

Esistenza, devi esserti confusa: s’era detto “esaustiva” ed “esauriente”, non “esausta” ed “esaurita”.

Toh.
Una speranza.
Qualcuno deve averla abbandonata.

Finiremo col chiedere perdono per il bene commesso.

Mi pare di capire che il must di quest’anno sia il delirio di onnipotenza.
Fiorato.

Oh, beh. [riporre le aspettative negli appositi contenitori per lo smaltimento]

Del sopravvivere e di altre curiose abitudini.

Non fatemi domande ché ho tutte le risposte in lavanderia.

Oh, beh. [siamo spiacenti: la provocazione da Lei lanciata è stata completamente ignorata]

Non ti accorgi di essere giudicante finché non smetti.

Oh, beh. [affezionarsi prima dell’uso]

Vivrei di frutta e verdura.
Se sapessero di pizza.

Indosso principalmente “eh”, poi me la gioco con gli accessori.
Eh.
Eh?
Eh!
Eh?!

Farò quella misurata quando diventerò una distanza.

– Lei cosa prende?
– Coraggio, per favore. Giusto il necessario, grazie. Tenga pure il resto.

Non sono nervosa.
Solo, potreste smettere tutti di respirare, ché mi dà fastidio?

Uh! Guarda!
Una cosa conclusa.
Di sicuro non è mia.

Oh, beh. [i tempi migliori sono attesi al punto accoglienza, grazie]

State comodi, mi disoriento da me.

(di quando abbiamo pensato che non sarebbe mai accaduto e di ogni volta in cui temiamo che potrebbe non accadere più)

No, non esco.
Devo distruggere le armate viola o conquistare 24 territori.

Il fottuto istante tra una risata e l’altra, quello in cui ti ricordi che, di fatto, c’è ben poco da ridere.
E, di conseguenza, ridi.

(di quando pensavamo che la realtà non sarebbe stata all’altezza dell’immaginazione e, invece, era il contrario)

Cervello, dai, non fare così.
Torna da me.

L’espressione interdetta e tradita di chi ti ascolta parlare bene di un assente.

Del pensare e di altre gravi dipendenze.

Un giorno diventerò la mia preferita.

La comprensione da Lei richiesta non è al momento disponibile.
La preghiamo di riprovare più tardi.
Grazie.

Dormo a cucchiaio.
Vuoto.
Ma a cucchiaio.

Il mio pessimo umore deve essere a conoscenza di qualcosa che ignoro.

Insperatamente.
Che avverbio simpatico.

Poi ci sono quelli che misurano, ridimensionano o deridono l’entusiasmo e nessuno li arresta.

Sì, sono io.
No, non è possibile fare diversamente, mi sono già informata.

Dell’onestà e di altri sport estremi.

Devo aver pestato dell’ottimismo.

Non datemi fiducia ché non so dove metterla.

Ciao Ansia.
Ti sembra l’ora di arrivare?

Della coda di paglia e di altri adorabili accessori.

Un saluto a chi è seduto in riva al fiume aspettando di vedermi passare.

Della verità e di altri spettacoli circensi.

Credo nel punto e virgola ed in tutto ciò che non abbia la superbia di sentirsi definitivo.

Potresti essere un po’ meno importante?
O esserlo a giorni alterni.
Sì, andrebbe bene anche a giorni alterni.

No, grazie.
L’ultimo desiderio espresso guardando una stella cadente anni fa si è realizzato e lo sto ancora scontando.

(Che i sassi non abbiano aspettative, poi, è tutto da vedere)

Non ho capito.
Mi baci ancora, per favore?

Ho preso misure, distanze, fiato, colpe e anche qualche consapevolezza.
Il tutto con diritto di recesso.

Le pugnalate travestite da carezze, quelle che, quando le ricevi, rimani interdetto e finisci con lo scusarti perché sanguini.

Toh.
Un’altra giornata. Intera.
Non erano questi, gli accordi.

No, non esco.
Non ho nemmeno una camicia di forza da mettermi.

I pensieri inopportuni sono pregati di ripresentarsi quando sarò abbastanza matura da non doverli considerare tali, grazie.

Il mondo è degli affettivamente sordi.

Del resto, io è una vita che provo ad essere migliore di me e non ci sono ancora riuscita.

“Io parlo da sola”, prossimamente al cinema.
E in macchina.
E sotto la doccia.
E in cucina, anche se, a volte, c’è il gatto.

Tu vai.
Io ti aspetterò lì, di ritorno dalla tua fase maniacale, all’ingresso della fase depressiva.

E poi, non sono abbastanza matura per concludere le cose.
I maturi concludono le cose.
Quelli come me, al limite, osservano incuriositi.

Le mie domande sono lì, sotto a dodici strati di discrezione.