Frasi, citazioni e aforismi di Alberto Moravia

Alberto Moravia, pseudonimo di Alberto Pincherle (Roma, 28 novembre 1907 – Roma, 26 settembre 1990), è considerato uno dei più importanti romanzieri del ventesimo secolo. I temi centrali dell’opera di Moravia sono il vuoto morale, l’ipocrisia sociale, l’incomunicabilità e la sostanziale incapacità degli uomini di raggiungere la felicità.

Presento una raccolta di frasi, citazioni e aforismi di Alberto Moravia. Tra i temi correlati si veda Frasi, citazioni e aforismi di Elsa MoranteLe frasi più belle di Italo Svevo, Le frasi più belle di Italo Calvino e Frasi, citazioni e aforismi di Pier Paolo Pasolini.

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Frasi, citazioni e aforismi di Alberto Moravia

Gli indifferenti, 1929

Un disgusto opaco l’opprimeva; i suoi pensieri non erano che aridità, deserto; nessuna fede, nessuna speranza alla cui ombra riposare e rinfrescarsi; la falsità e l’abbiezione di cui aveva pieno l’animo egli le vedeva negli altri, sempre, impossibile strapparsi dagli occhi quello sguardo scoraggiato, impuro che si frapponeva tra lui e la vita.

“Tutta questa gente” pensò, “sa dove va e cosa vuole, ha uno scopo, e per questo s’affretta, si tormenta, è triste, allegra, vive, io… io invece nulla… nessuno scopo… se non cammino sto seduto: fa lo stesso”.

Egli era dovunque così, sfaccendato, indifferente; questa strada piovosa era la sua vita stessa, percorsa senza fede e senza entusiasmo, con gli occhi affascinati dagli splendori fallaci delle pubblicità luminose. “Fino a quando?” Alzò gli occhi verso il cielo; le stupide girandole erano là, in quella nera oscurità superiore; una raccomandava una pasta dentifricia, un’altra una vernice per le scarpe. Riabbassò la testa; i piedi non cessavano il loro movimento, il fango schizzava da sotto i tacchi, la folla camminava. “E io dove vado?” si domandò ancora; si passò un dito nel colletto: “Cosa sono? perché non correre, non affrettarmi come tutta questa gente? perché non essere un uomo istintivo, sincero? perché non aver fede?”

L’angoscia l’opprimeva: avrebbe voluto fermare uno di quei passanti, prenderlo per il bavero, domandargli dove andasse ,perché corresse a quel modo; avrebbe voluto avere uno scopo qualsiasi, anche ingannevole, e non scalpicciare così, di strada in strada, fra la gente che ne aveva uno.

Quando non si è sinceri bisogna fingere, a forza di fingere si finisce per credere; questo è il principio di ogni fede.

Questo è il mio vero delitto… ho peccato d’indifferenza…

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La noia, 1960

Per quanto io mi spinga indietro negli anni con la memoria, ricordo di aver sempre sofferto della noia.

Per molti la noia è il contrario del divertimento; e divertimento è distrazione, dimenticanza. Per me, invece, la noia non è il contrario del divertimento; potrei dire, anzi, addirittura, che per certi aspetti essa rassomiglia al divertimento in quanto, appunto, provoca distrazione e dimenticanza, sia pure di un genere molto particolare. La noia, per me, è propriamente una specie di insufficienza o inadeguatezza o scarsità della realtà.

La realtà, quando mi annoio, mi ha sempre fatto l’effetto sconcertante che fa una coperta troppo corta, ad un dormiente, in una notte d’inverno: la tira sui piedi e ha freddo al petto, la tira sul petto e ha freddo ai piedi; e così non riesce mai a prender sonno veramente.

Oppure, altro paragone, la mia noia rassomiglia all’interruzione frequente e misteriosa della corrente elettrica in una casa: un momento tutto è chiaro ed evidente, qui sono le poltrone, li i divani, più in là gli armadi, le consolle, i quadri, i tendaggi, i tappeti, le finestre, le porte; un momento dopo non c’è più che buio e vuoto.

Oppure, terzo paragone, la mia noia potrebbe essere definita una malattia degli oggetti, consistente in un avvizzimento o perdita di vitalità quasi repentina; come a vedere in pochi secondi, per trasformazioni successive e rapidissime, un fiore passare dal boccio all’appassimento e alla polvere. Il sentimento della noia nasce in me da quello dell’assurdità di una realtà, come ho detto, insufficiente ossia incapace di persuadermi della propria effettiva esistenza.

La noia, la quale, in fin dei conti, è giunto il momento di dirlo, non è che incomunicabilità e incapacità di uscirne.

Dunque la noia, oltre alla incapacità di uscire da me stesso, è la consapevolezza teorica che potrei forse uscirne, grazie a non so quale miracolo.

In principio, dunque, era la noia, volgarmente chiamata caos. Iddio, annoiatosi della noia, creò la terra, il cielo, l’acqua, gli animali, le piante, Adamo ed Eva; i quali ultimi, annoiandosi a loro volta del paradiso, mangiarono il frutto proibito. Iddio si annoiò di loro e li cacciò dall’Eden.

I grandi imperi egiziani, babilonesi, persiani, greci e romani sorgevano dalla noia e crollavano nella noia; la noia del paganesimo suscitava il cristianesimo; la noia del cattolicesimo, il protestantesimo; la noia dell’Europa faceva scoprire l’America; la noia del feudalesimo provocava la rivoluzione francese; e quella del capitalismo, la rivoluzione russa.

Non il progresso, né l’evoluzione biologica, né il fatto economico, né alcun altro dei motivi che di solito si adducono da parte degli storici delle varie scuole, era la molla della storia, bensì la noia.

Il problema della noia si ripresentava immutato; e io allora presi a domandarmi quali ne potessero essere i motivi, e per via di esclusione, arrivai a concludere che forse mi annoiavo perché ero ricco e che se fossi stato povero non mi sarei annoiato.

Io fui per me stesso qualche cosa di molto simile ad un individuo per varie ragioni insopportabile, che un viaggiatore trovi nel suo scompartimento all’inizio di un lungo viaggio.

Ciò che mi colpiva, soprattutto, era che non volevo fare assolutamente niente, pur desiderando ardentemente fare qualche cosa.

La noi, per me, era simile a una specie di nebbia nella quale il mio pensiero si smarriva continuamente, intravedendo soltanto a intervalli qualche particolare della realtà; proprio come chi si trovi in un denso nebbione e intraveda ora un angolo di casa, ora la figura di un passante, ora qualche altro oggetto, ma solo per un istante e l’istante dopo sono già scomparsi.

Una impazienza straordinaria dominava la mia vita. Niente di quello che facevo mi piaceva ossia mi sembrava degno di essere fatto; d’altra parte, non sapevo immaginare niente che potesse piacermi, ossia che potesse occuparmi in maniera durevole.

Era un disordine donnesco e bellicoso; il quale discordava curiosamente con l’innocenza infantile e inespressiva del volto. Veramente, Cecilia pareva sempre duplice, ossia donna e bambina nello stesso tempo; e non soltanto nel corpo ma anche nell’espressione e nei gesti.

E capivo pure che con Cecilia non potevo che annoiarmi o soffrire: finora mi ero annoiato e avevo desiderato, di conseguenza, di lasciarla; adesso soffrivo e sentivo che non avrei potuto lasciarla finché non mi fossi di nuovo annoiato.

Cecilia stava nella sua famiglia allo stesso modo che una sonnambula tra i mobili della propria casa, ossia escludendola dalla propria coscienza.

Cecilia, nel caso fosse costretta a mentire, lo faceva costruendo l’edificio della menzogna con il materiale della verità.

Sì, pensai, il denaro si era fatto, in questa folla, sangue e carne; guadagnato col lavoro onesto e fortunato oppure rubato con la furberia e la prepotenza, esso produceva sempre lo stesso risultato: una volgarità disumana riconoscibile così nelle più pasciute grassezze come nelle magrezze più rinsecchite.

L’umanità si divide in due grandi categorie: coloro che di fronte ad una difficoltà insormontabile provano l’impulso di uccidere e coloro che invece provano l’impulso di uccidersi.

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Racconti, 1952

Anima è quello che appartiene a tutti e a nessuno. Anima è amore. Anima è idea. Anima è libertà. Anima è Dio.

C’è nei sogni, specialmente in quelli generosi, una qualità impulsiva e compromettente che spesso travolge anche coloro che vorrebbero mantenerli confinati nel limbo innocuo della più inerte fantasia.

Le amicizie non si scelgono a caso ma secondo le passioni che ci dominano.

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Racconti romani, 1954

Vedi, non c’e coraggio e non c’è paura… ci sono soltanto coscienza e incoscienza… la coscienza è paura, l’incoscienza è coraggio… quel signore adesso è un incosciente… lui non sa di abitare in una villa solitaria, in mezzo alla campagna, a disposizione, per così dire, di chiunque lo voglia aggredire… o meglio lo sa con la testa ma non lo sa con le budella… è, insomma, incosciente ossia coraggioso… io, con la mia lettera lo renderò cosciente, ossia pauroso…

Più tardi, ho capito che per una donna i corteggiatori sono come le collane e i braccialetti: ornamenti di cui, se può, preferisce di non disfarsi

Quando si agisce è segno che ci si aveva pensato prima: l’azione è come il verde di certe piante che spunta appena sopra la terra, ma provate a tirare e vedrete che radici profonde.

Erano tutti sportivi che passavano il tempo ad accapigliarsi per le squadre di pallone e per le corse in bicicletta, e si vede che lo sport rende gli uomini cattivi, facendoli parteggiare per il più forte e odiare il più debole.

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Nuovi racconti romani, 1959

L’invidia è come una palla di gomma che più la spingi sotto e più ti torna a galla e non c’è verso di ricacciarla nel fondo.

Dicono che gli amici si vedono nelle difficoltà, quando ci hai bisogno e l’amicizia si giudica sul metro della borsa. Dicono che un amico che è un amico lo vedi in un frangente, quando l’amico ha tutto da rimetterci e niente da guadagnarci a restarti amico. Sarà. Ma io penso che l’amico ci trova il tornaconto ad aiutare l’amico nel bisogno; non foss’altro per il sentimento di essere dappiù di lui. Io dico invece che gli amici li vedi nella fortuna, quando le cose ti vanno bene, e l’amico rimane indietro e tu vai avanti e ogni passo avanti che fai è per l’amico come un rimprovero o addirittura un insulto. Allora lo vedi, l’amico. Se ti è veramente amico, lui si rallegra della tua fortuna, senza riserve, come tua madre, come tua moglie. Ma se non ti è veramente amico, il tarlo dell’invidia gli entra nel cuore e glielo rode in modo che presto o tardi non resiste più e te lo lascia vedere

La disoccupazione è una cosa per il disoccupato e un’altra per l’occupato. Per il disoccupato è come una malattia da cui deve guarire al più presto, se no muore; per l’occupato è una malattia che gira e lui deve stare attento a non prenderla se non vuole ammalarsi anche lui.

Le donne sono come i camaleonti, che dove si posano prendono il colore.

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Il conformista, 1951

Il primo e maggiore errore era stato di voler uscire dalla propria anormalità, di cercare una normalità purchessia attraverso la quale comunicare con gli altri.

La normalità non consisteva tanto nel tenersi lontani da certe esperienze, quanto nel modo di valutarle.

La normalità veniva sempre pagata, consapevolmente o no, a caro prezzo, con complicità varie ma tutte negative, di insensibilità, di stupidità, di viltà quando addirittura non di criminalità.

C’è nell’amore una grande capacità, non soltanto d’illusione, ma anche di dimenticanza.

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Le ambizioni sbagliate, 1935

Gli altri si arrabattano con la furbizia, coi calcoli e con gli inganni, e alla fine, machiavellici come sono, si ritrovano tuttavia con un pugno di mosche. A me invece, che agisco sempre con sincerità e seguendo i miei migliori istinti, che odio l’inganno e il calcolo, a me, l’ingenuo, l’uomo che non sa vivere, tutto va di bene in meglio. Loro cercano di farsi largo a furia di imbrogli, e di malafede e non riescono ad uscire dal loro stato mediocre. Io invece, neppure mi curo di farmi avanti, bado soltanto a procurarmi degli amici, a creare dei legami di affetto, ad essere in buoni e veri rapporti con ogni persona che conosco, e mi ritrovo poi alla fine avvantaggiato, e quegli amici, quei legami d’affetto, quei rapporti, si rivelano come i migliori strumenti della mia fortuna. Tanto è vero che la migliore furbizia è non essere furbi.

Gli scrupoli portano lontano. Guarda gli inglesi, per esempio, che hanno conquistato mezzo mondo: sono pieni di scrupoli.

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La romana, 1947

La storia dell’umanità non è che un lungo sbadiglio di noia.

Tutti gli uomini, senza eccezioni, sono degni di compassione, non fosse altro che perché vivono.

L’amore è in gran parte comunione fisica; ma non mi bastava, perché non ho mai potuto non dico amare ma neppure trovare tollerabile un uomo per le sue sole qualità corporali.

La mia angoscia non era dovuta alle cose che facevo, ma, più profondamente, al nudo fatto di vivere, che non era né male né bene, ma soltanto doloroso e insensato.

Non volevo assolutamente odiarlo perché pensavo che, in tal caso, al danno del tradimento avrei aggiunto quello, forse peggiore, di ingombrarmi l’animo di una passione sgradevole e indegna di me.

A questo pensiero una grande calma fatta di liberazione e di dolcezza mi riempì l’animo. Era un sentimento che ho provato poi sovente, ogni volta che non soltanto non ho rifiutato il destino che la vita sembra impormi, ma anche gli sono andata incontro. Io ero quella che ero, e dovevo essere quella che ero e nient’altro. Potevo essere una buona moglie, oppure una donna che si vende per denaro; ma non una poveretta che si arrabatta e stenta la vita senz’altro fine che quello di soddisfare il proprio orgoglio.

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Agostino, 1943

Nei primi giorni d’estate, Agostino e sua madre uscivano tutte le mattine sul mare in pattino. Le prime volte, la madre aveva fatto venire anche un marinaio, ma Agostino aveva mostrato per così chiari segni che la presenza dell’uomo l’annoiava, che da allora i remi furono affidati a lui. Egli remava con un piacere profondo su quel mare calmo e diafano del primo mattino e la madre, seduta di fronte a lui, gli discorreva pianamente, lieta e serena come il mare e il cielo, proprio come se lui fosse stato un uomo e non un ragazzo di tredici anni.

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La disubbidienza, 1948

Seppellendo il denaro, in un certo senso, avrebbe sepolto se stesso; o almeno quella parte di se stesso che era attaccata al denaro.

La disubbidienza era il tema della composizione e tutti gli altri atti sempre più impegnativi che essa comportava, ne erano le variazioni.

Così quasi senza accorgersene, scivolò dal gusto del possesso, per quanto acre, nell’avarizia. Ma era un’avarizia innocente e ignara, come quella impudicizia degli infanti che le madri lasciano girare nudi in riva al mare.

Non mangiare: comprese ad un tratto che questa fra tutte le disubbidienze, era la più grave, la più radicale, quella che maggiormente intaccava l’autorità familiare.

Gli parve di riconoscere la voce stessa della propria innocenza nel momento in cui svaniva bruciata dalla sensualità.

Se non si accettava di essere ciò che gli altri volevano o credevano che si fosse, si veniva puniti o considerati malati

Anche nel bacio, il primo della sua vita, gli parve di riconoscere un carattere ambiguo, insieme piacevole e spiacevole. Le labbra della donna, tumide ma molli, si aprivano largamente sopra le sue, come a soverchiarle, in un movimento avvolgente e circolare di risucchio che coinvolgeva non soltanto la bocca ma anche il mento e la base delle narici.

Era come una persona, il cielo, che, piangendo per qualche suo profondo dolore, sembrasse ogni tanto calmarsi e rasserenarsi, ma poi, ripresa dal cordoglio, ripigliasse, con rinnovata abbondanza e violenza, a lacrimare. Gli piaceva attardarsi al tavolino, davanti ai vetri rigati di pioggia e ostinarsi a leggere o scrivere nell’oscurità crescente, fino al momento in cui il precoce crepuscolo invernale copriva la pagina come di una polvere impalpabile.

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Il disprezzo, 1954

Io vedevo i suoi difetti e lei vedeva i miei, ma per una trasmutazione misteriosa prodotta dal sentimento d’amore, essi ci apparivano ad entrambi non soltanto perdonabili ma anche amabili.

Si possono immaginare le cose più spiacevoli e immaginarle con la sicurezza che sono vere. Ma la conferma di queste supposizioni o meglio di queste certezze giungerà sempre inattesa e dolorosa, come se non si avesse immaginato nulla.

Io ti disprezzo… ecco quello che provo per te, ed ecco il motivo per cui non ti amo più. Ti disprezzo e mi fai schifo ogni volta che mi tocchi.

Emilia… desiderava continuare a disprezzarmi senza motivo, in modo da togliermi ogni possibilità di discolparmi e giustificarmi e da precludere a se stessa ogni ritorno alla stima e all’amore… in Emilia il sentimento di disprezzo era venuto prima, molto prima delle giustificazioni vere o immaginarie che io avevo potuto offrirle con la mia condotta… Ella avrebbe potuto dissipare fin dagli inizi l’equivoco crudele in cui era naufragato il nostro amore, palandomi, avvertendomi, aprendosi. Ma non l’aveva fatto, perché… in realtà ella non voleva essere disingannata, voleva continuare a disprezzarmi.

Ciò che mi faceva soffrire di più, naturalmente, era la nozione di essere adesso non soltanto non più amato,ma anche disprezzato; però, incapace del tutto di trovare un motivo qualsiasi, anche il più leggero, per questo disprezzo, provavo un senso violento di ingiustizia e, insieme, insieme, il timore che, in realtà,ingiustizia non ci fosse e che il disprezzo fosse obbiettivamente fondato e che io non me ne rendessi conto, mentre per gli altri era cosa evidente.

C’è sempre di mezzo il denaro, in quello che facciamo, in quello che siamo, in quello che vogliamo diventare, nel nostro lavoro, nelle nostre aspirazioni migliori, persino nei nostri rapporti con le persone che amiamo.

La felicità è tanto più grande quanto meno la si avverte.

Un male incerto provoca inquietudine perché, in fondo, si spera fino all’ultimo che non sia vero; ma un male sicuro, invece, infonde per qualche tempo una squallida tranquillità.

L’uomo vuole sempre sperare. Anche quando è convinto di essere disperato.

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La ciociara, 1957

Questo è certamente uno dei peggiori effetti della guerra: di rendere insensibili, di indurire il cuore, di ammazzare la pietà.

Questo per dire che ci si abitua a tutto e che la guerra è proprio un’abitudine e che quello che ci cambia non sono i fatti straordinari che avvengono una volta tanto ma proprio quest’abituarsi, che indica, appunto, che accettiamo quello che ci succede e non ci ribelliamo più.

Se fossi religioso, direi che è venuta l’apocalisse, quando appunto si vedranno i cavalli pascolare il grano. Siccome non sono religioso, mi limito a dire che sono venuti i nazisti, il che, forse, è la stessa cosa.

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La vita interiore, 1978

“Parlami della tua madre adottiva…”
«Prima di tutto era ricca… ma non è questo il punto»
“Qual è il punto?”
«Era soltanto ricca».

La tua immaginazione mi ha bruciata, consumata. Alla fine non esisterò più, se non nella tua scrittura, come impronta, come personaggio

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1934, 1982

È possibile vivere nella disperazione e non desiderare la morte?

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L’uomo che guarda, 1985

Silvia e io ci amiamo ancora come i primi giorni di matrimonio, anzi, probabilmente, di più; e quest’amore raddoppiato di frenesia sessuale non durerà per sempre; semplicemente, Silvia cerca di approfittare dell’amore finché c’è, come si cerca di approfittare di una giornata di sole poco prima dell’inverno.

Di che cosa parla Silvia? A ben guardare: di nulla. Ma questo nulla fatto di minuti osservazioni, confidenze, riflessioni e commenti, alla fine si configura come quell’atmosfera che di solito va sotto il nome di intimità.

Resta incinta di mio padre, il figlio che nascerà, oltre a passare per mio figlio, non sarà forse anche mio fratello, e Silvia non sarà forse, oltre che mia moglie, anche mia madre, ovvero mia matrigna.

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Lettere dal Sahara, 1981

Sulle sabbie del deserto come sulle acque degli oceani non è possibile soggiornare, mettere radici, abitare, vivere stabilmente. Nel deserto come nell’oceano bisogna continuamente muoversi, e così lasciare che il vento, il vero padrone di queste immensità, cancelli ogni traccia del nostro passaggio, renda di nuovo le distese d’acqua o di sabbia, vergini e inviolate.

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Varie

Le esperienze che contano sono spesso quelle che non avremmo mai voluto fare, non quelle che decidiamo noi di fare.

Niente ha successo come il successo.

Tra l’uomo e la donna può esistere un rapporto o di sesso soltanto o d’amore, e cioè può esserci solamente sesso, ma in ogni caso non l’amore senza sesso.

Viaggiare non è veramente piacevole, si va incontro all’ignoto e l’ignoto è qualche volta sgradevole e sempre traumatico; però fa bene.

Gli uomini veramente di profondo senso religioso non si scandalizzano mai. Insomma, non credo che Cristo si scandalizzasse mai… Anzi non si è mai scandalizzato. Si scandalizzavano i farisei.

Se fossi religioso, direi che è venuta l’apocalisse. Siccome non sono religioso, mi limito a dire che sono venuti i nazisti, il che, forse, è la stessa cosa.

Curiosamente, gli elettori non si sentono responsabili per i fallimenti del governo che hanno votato.

I giovani del Sessantotto, e quelli che sono venuti dopo, pensano che il mondo vada cambiato, cambiato con la violenza, ma non vogliono sapere perché, e come cambiarlo. Non vogliono conoscerlo, e dunque non vogliono conoscere se stessi

L’intellettuale è come il bambino della favola, che rivela all’imperatore la sua nudità.

La memoria. Sacca piena di cianfrusaglie che rotolano fuori per caso e finiscono col meravigliarti, come se non fossi stato tu a raccoglierle e a trasformarle in oggetti preziosi.