Le frasi più belle di Orhan Pamuk

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Orhan Pamuk è nato nel 1952 a Istanbul. Nel 2006 ha vinto il Premio Nobel per la Letteratura.

Presento una raccolta delle frasi più belle di Orhan Pamuk. Tra i temi correlati si veda Frasi, citazioni e aforismi di Banana Yoshimoto e Frasi, citazioni e aforismi di Haruki Murakami.

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Le frasi più belle di Orhan Pamuk

I singoli istanti possono regalarci una felicità che non si esaurisce per centinaia di anni.
(Il museo dell’innocenza)

Ogni persona doveva avere un suo fiocco di neve in cui c’era una mappa interna della sua vita.
(Neve)

Se dentro di te, inciso sul cuore, vive il volto della persona amata, il mondo è ancora la tua casa.
(Il mio nome è rosso)

Viviamo poco, vediamo poco e sappiamo poco; quindi, se non altro, sogniamo un po’.
(Il libro nero)

Se non sogni il tempo non passa.
(Il mio nome è rosso)

I cani parlano, ma solo a chi sa ascoltarli
(Il mio nome è rosso)

Sento che vi domandate: cosa vuol dire essere un colore? Il colore è il tocco dell’occhio, la musica dei sordi, un grido nel buio.
(Il mio nome è rosso)

È l’amore che fa diventare sciocche le persone o sono solamente gli sciocchi a innamorarsi?
(Il mio nome è rosso)

Questi sogni mi si schiudevano nella testa come fiori selvatici. Altre volte immaginavo addirittura che ci baciavamo e facevamo l’amore dopo aver letto un libro insieme. Non c’era felicità più grande di sposare una ragazza dopo aver letto un libro insieme a lei in nome di un comune ideale.
(Istanbul)

Ma Ipek non arrivò subito. E questo fu per Ka una delle torture più grandi della sua vita.
Ricordò che aveva paura d’innamorarsi proprio per questo struggente dolore dell’attesa.
(Neve)

Anche nei nostri sogni nevica, ma una sola volta nella vita.
(Neve)

A volte succede che si abbia voglia di raccontare tutta la propria storia, dall’inizio alla fine, a una persona che non si conosce affatto e che si è sicuri non si vedrà mai più.
(Neve)

Nessuno si rende conto di vivere l’istante piú felice della propria vita nell’attimo in cui lo sta vivendo.
(Il museo dell’innocenza)

So bene ciò che non voglio essere, ma devo ancora scoprire che cosa voglio diventare.
(Il signor Cevdet e i suoi figli)

Il silenzio della neve, pensava l’uomo seduto dietro all’autista del pullman. Se questo fosse stato l’inizio di una poesia, avrebbe chiamato “silenzio della neve” ciò che sentiva dentro
(Neve)

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Gli era accaduto molte volte nella vita di alzare la mano alle domande dell’insegnante pur non sapendo la risposta, o di non comprare la maglia che voleva ma una più brutta allo stesso prezzo. Forse per curiosità, forse per paura della felicità.
(Neve)

Non c’è nulla di sorprendente come la vita. Tranne lo scrivere. Lo scrivere. Sì, certo, tranne lo scrivere, l’unica consolazione che abbiamo.
(Il libro nero)

Il brutto della vita non è invecchiare, diventare brutta, perdere il marito e diventare povera, ma non avere nessuno che sia geloso di te.
(Il mio nome è rosso)

Il popolo non sceglierebbe chi può davvero essere utile per il paese, ma chi è piú bravo a gettare fumo negli occhi.
(Il signor Cevdet e i suoi figli)

La differenza tra colui che ama immaginarsi continuamente Napoleone e colui che crede di essere Napoleone è la differenza tra il sognatore felice e lo schizofrenico infelice.
(Istanbul)

La solitudine è un problema di orgoglio.
(Neve)

Chi si accontenta di essere felice non può essere felice, se lo ricordi.
(Neve)

Quando indichiamo il momento piú felice della nostra vita, siamo anche consapevoli che si tratta di un passato remoto che non tornerà mai piú, e questo provoca in noi un grande dolore.
(Il museo dell’innocenza)

Fuori il cielo era terso, il cielo tipico delle giornate di primavera a Istanbul… Dalla finestra aperta del balcone soffiò una brezza primaverile profumata di mare e di tiglio che fece trasalire i nostri corpi nudi.
(Il museo dell’innocenza)

I libri aggiungono all’infelicità dell’uomo una profondità che scambiamo per consolazione.
(Il mio nome è rosso)

Il destino di una città può diventare il carattere di una persona.
(Istanbul)

A rendere straordinario un fatto è il suo particolare modo di essere comune; a rendere comune un fatto è il suo particolare modo di essere straordinario.
(Il libro nero)

A fare del mondo un luogo misterioso è la presenza della seconda persona che ci portiamo dentro, con cui viviamo come un gemello
(Istanbul)

Ricordare è sapere ciò che vediamo. Sapere è ricordare quello che vediamo. Vedere è sapere senza ricordare.
(Il mio nome è rosso)

Quando il giardino della memoria inizia a inaridire, si accudiscono le ultime piante e le ultime rose rimaste con un affetto ancora maggiore. Per non farle avvizzire, le bagno e le accarezzo dalla mattina alla sera: ricordo, ricordo, in modo da non dimenticare.
(Il libro nero)

E’ soltanto quando non resta più nulla da raccontare che si arriva vicini a essere sé stessi. Solo quando i fatti da narrare si sono esauriti, quando si avverte nell’intimo un silenzio profondo perché libri, ricordi, storie e la stessa memoria si sono spenti, solo allora si può udire la propria vera voce.
(Il libro nero)

Sono soprattutto gli uomini forti come leoni a perdere il controllo quando incontrano la morte. È per questo che i campi di battaglia… non puzzano, come si crede, di sangue, polvere da sparo e armature arroventate, ma di merda e carne putrefatta.
(Il mio nome è rosso)

Ka era uno di quei moralisti convinti che non fare nulla per la propria felicità sia la piú grande felicità.
(Neve)

I veri musei sono quei posti dove il Tempo si trasforma in Spazio.
(Il museo dell’innocenza)

A Istanbul, a differenza di quanto succede nelle città occidentali con le vestigia dei grandi imperi del passato, i monumenti storici non sono reliquie protette ed esposte come in un museo, opere di cui ci si vanta con orgoglio. Qui le rovine convivono con la città. Ed è questo ad affascinare viaggiatori e scrittori di viaggi
(Istanbul)

Istanbul non porta la tristezza come “una malattia temporanea”, oppure “un dolore di cui liberarsi”, ma come una scelta.
(Istanbul)

Forse amiamo il posto in cui viviamo perché non abbiamo altra soluzione, come in famiglia. Ma dobbiamo scoprire dove e perché amarlo.
(Istanbul)

Passammo davanti alle saracinesche abbassate, alle sale da tè chiuse, alle case armene abbandonate e alle vetrine luminose ghiacciate, sotto i castagni e i pioppi coperti di neve, e camminando ascoltavamo il rumore dei nostri passi per le strade tristi illuminate da poche luci al neon.
(Neve)

L’unica cosa che rende questo dolore sopportabile è possedere un oggetto, retaggio di quell’attimo prezioso. Gli oggetti che sopravvivono a quei momenti felici conservano i ricordi, i colori, l’odore e l’impressione di quegli attimi con maggiore fedeltà di quanto facciano le persone che ci procurarono quella felicità.
(Il museo dell’innocenza)

Non si emigra solo per scappare dalle crudeltà di casa propria, ma anche per raggiungere le profondità della nostra anima.
(Neve)

Se nel contesto del disegno c’è amore, il disegno deve essere fatto d’amore, se c’è dolore, anche nel disegno deve scorrere il dolore. Ma il dolore non deve scaturire dai personaggi del disegno o dalle lacrime , ma dalla sua armonia interna che in un primo momento non si vede ma si sente. Io non ho disegnato un personaggio a bocca aperta come fanno centinaia di maestri da secoli per illustrare la meraviglia, ma ho meravigliato tutto il disegno.
(Il mio nome è rosso)

In ogni bacio, oltre alle nostre bocche bagnate, alle nostre lingue, entrava in gioco qualcos’altro: i nostri ricordi.
(Il museo dell’innocenza)

Il mistero è sovrano, quindi trattatelo con gentilezza e rispetto.
(Il libro nero)

Il muro è qualcosa davanti al quale non bisogna fermarsi. Il modo migliore per evitare un muro è comportarsi come se questo non esistesse, avendo ben presente che esiste, ma non facendosi condizionare dalla sua presenza.

Come sapete, la domanda che più spesso viene posta a noi scrittori, la domanda preferita è: perché scrive? Io scrivo perché sento in me il bisogno di scrivere! Scrivo perché non posso fare un lavoro normale, come gli altri. Scrivo perché voglio che si scrivano libri come quelli che scrivo io, e leggerli. Scrivo perché ce l’ho con voi, con tutti. Scrivo perché mi piace molto stare seduto in una stanza a scrivere tutto il giorno. Scrivo perché posso sopportare la realtà soltanto trasformandola.
(La valigia di mio padre)

Scrivo perché amo l’odore della carta, della penna, dell’inchiostro. Scrivo perché credo nella letteratura, nell’arte del romanzo, più di quanto non creda in qualunque altra cosa. Scrivo per abitudine, per passione. Scrivo perché ho paura di essere dimenticato.
(La valigia di mio padre)

Scrivo perché come un bambino credo nell’immortalità delle biblioteche e nella stabile posizione che i miei libri occupano sugli scaffali. Scrivo perché la vita, il mondo, ogni cosa è incrdibilmente bella e sorprendente. Scrivo perché è esaltante trasformare in parole tutta questa bellezza e ricchezza della vita. Scrivo non per raccontare una storia, ma per costruirla. Scrivo per sfuggire alla sensazione di essere diretto in un luogo che, come in un sogno, non posso raggiungere. Scrivo perché non sono mai riuscito a essere felice. Scrivo per essere felice.
(La valigia di mio padre)

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