Le frasi e poesie più belle di Vladímir Majakóvskij

Vladímir Majakóvskij (Bagdati, 7 luglio 1893 – Mosca, 14 aprile 1930) è stato un poeta e drammaturgo russo, cantore della rivoluzione d’Ottobre, morto suicida all’età di 36 anni.

A proposito di Vladímir Majakóvskij, la sua compagna Lilja Brik scrisse: “Se non avesse esasperato tutto, non sarebbe stato un poeta. Sentiva e viveva con forza iperbolica: amore, devozione, amicizia”.

Presento una raccolta delle frasi e poesie più belle di Vladímir Majakóvskij. Tra i temi correlati si veda Le frasi e le poesie più belle di Marina Cvetaeva e Le frasi e poesie più belle di Anna Achmatova.

**

Le frasi e poesie più belle di Vladímir Majakóvskij

Come una fune, ho teso l’anima sul precipizio
e vi ho fatto l’equilibrista, giocoliere di parole.

L’arte non è uno specchio per riflettere il mondo, ma un martello per forgiarlo.

Questa sera pensavo –
andiamo a giocare agli amanti? –
è buio,
nessuno ci vedrà.

Risplendere sempre, risplendere ovunque,
sino al fondo degli ultimi giorni,
risplendere e nient’altro!
Ecco la parola d’ordine mia –
e del sole!

Ma lascia almeno
che io lastrichi con un’ultima tenerezza
il tuo passo che s’allontana.

Concedimi
la florida vaghezza
delle tue labbra

La notte
ha imposto al cielo
un tributo di stelle.
In ore come questa
ci si leva e si parla
ai secoli,
alla storia
e all’universo…

Uno stuolo di sogni e di pensieri mi riempie sino all’orlo. Ogni cosa è al colmo del fervore.

Se io qualcosa
ho scritto
se qualcosa
ho detto
è colpa
degli occhi di cielo
degli occhi
della mia amata.

Ricordati
proprio a questa finestra
per la prima volta
estasiato accarezzavo le tue mani.

Sul cuore ardente ci si arrampica con le carezze.

Attrazione inesorabile:
non c’è stupore, né paura,
ma la sola consapevolezza
di vivere una sensazione inevitabile…
benefica. Necessaria.
Frugare e godere di quanto ci appartiene.
Ritrovare chi si vuole
e sentirsi nel posto più intimo
e protetto, la propria casa

Vorrei essere tagliente come un
eccomi.

Forse non vado a casa mia io,
quando vengo da te?
Il grembo terrestre attende i terrestri.
Noi volgiamo alla meta finale.
Così io verso di te tendo inesorabilmente:
anche appena separati,
anche appena abbiamo finito di vederci.

Niente cancellerà via l’amore,
nè i litigi, nè i chilometri.
E’ meditato,
provato,
controllato.
Alzando solennemente i versi, dita di righe,
lo giuro:
amo
di un amore immutabile e fedele.

Nell’anima non ho neanche un capello bianco.

Su di me,
al di fuori del tuo sguardo,
non ha potere la lama d’alcun coltello.

Dopo aver disteso in parata
le mie pagine-plotoni,
io passerò
il fronte delle strofe.

Per noi
l’amore
non è paradiso terrestre
a noi
l’amore
annunzia ronzando
che di nuovo
è stato messo in marcia
il motore
raffreddato del cuore.

Pecchiamo insieme che all’anima fa bene.

È risaputo:
tra me
e Dio
ci sono numerosissimi dissensi.

Migliaia di strade i miei passi calpesteranno.
Dove andrò a nascondere il mio inferno?

Spero,
ho fiducia
che non verrà mai
da me
l’ignominioso buonsenso.

Uomini futuri! Chi siete? Eccomi qua, tutto dolori e lividi. A voi io lascio in testamento il frutteto della mia anima.

Ascoltate!
Se accendono
le stelle –
vuol dire che qualcuno ne ha bisogno?
Vuol dire che è indispensabile
che ogni sera
al di sopra dei tetti
risplenda almeno una stella?!

Dove trovare un’amata uguale a me?
Angusto sarebbe il cielo per contenerla!

L’universo dorme,
poggiando sulla zampa
l’enorme orecchio con zecche di stelle.

Per l’allegria
il pianeta nostro
è poco attrezzato.
Bisogna
strappare
la gioia
ai giorni futuri.
In questa vita
non è difficile
morire.
Vivere
è di gran lunga più difficile.

Se volete,
sarò rabbioso a furia di carne,
e, come il cielo mutando i toni,
se volete,
sarò tenero in modo inappuntabile,
non uomo, ma nuvola in calzoni!

Ma la terra
con cui hai diviso il freddo
mai più
potrai fare a meno di amarla.

Vi bacio subito all’inizio della lettera e non alla fine, com’è di regola: sono impaziente!

Amore mio voglio riuscire a darti quel conforto che può venire soltanto da chi ti sta vicino quanto il battito del tuo stesso cuore.

L’odio dei cretini è il segnale che non stai sbagliando.

Chi vede tutti i giorni il sole
dice con sufficienza:
“Cosa saranno mai quei quattro raggi”!
Ma io
per un giallo illuminello
sopra un muro
avrei dato allora qualunque cosa al mondo.

Perché non hai inventato una maniera
di baciare baciare e ribaciare
senza tormenti?

Dimenticherò l’anno, la data, il giorno della settimana.
A chiave mi chiuderò, con un foglio di carta soltanto.
Adémpiti, o magia sovrumana
delle sillabe illuminate di pianto!

Aderire o non aderire?
La questione non si pone per me.
È la mia rivoluzione.

Gridano al poeta:
“Ti vorremmo vedere accanto al tornio.
Che sono i versi?”

Non rinchiuderti, partito, nelle tue stanze, resta amico dei ragazzi di strada.

Basta con le verità da un soldo.
ripulisci il cuore dal vecchiume.
Le strade sono i nostri pennelli.
Le piazze le nostre tavolozze.
Non sono stati celebrati
dalle mille pagine del libro del tempo
i giorni della rivoluzione!
Nelle strade, futuristi,
tamburini e poeti!

Le nostre gesta saranno
più difficili di quelle del creatore,
che ha riempito
il vuoto di cose.
Noi dobbiamo
creare il nuovo
con l’immaginazione
e anche dinamitare il vecchio.

“Perché scrivete in continuazione dei difetti, delle porcherie, e non scrivete di cose belle, delle rose?”.
“Perché c’è ancora molta sporcizia, avanzo del passato. Io do una mano a spazzarla via. Quando l’avremo eliminata fioriranno le rose, e allora ne scriverò”.

Mi ama? Non mi ama?
Mi spezzo le mani e sparpaglio le dita spezzate.

Ma voi
potreste
eseguire un notturno
su un flauto di grondaie?

Veleggiavano nuvolette nel cielo,
quattro pezzetti di nuvole;
dalla prima alla terza erano persone;
la quarta era un cammello.

Come un calice di vino a un brindisi
io levo il cranio ricolmo di canti.

Il carro degli anni è lento.
II nostro dio è la corsa. Il cuore è il nostro tamburo

Un tempo i produttori di automobili le costruivano per potersi comperare dei quadri; oggigiorno i pittori fanno dei quadri per potersi comperare delle automobili.

Se un uomo si giudicasse dal suo quaderno sarei ad un passo dall’essere Dio.

L’arte non deve essere concentrata in santuari morti chiamati musei. Deve essere diffusa ovunque nelle strade, nei tram, nelle fabbriche e nelle case dei lavoratori.

Da quali Golia fui concepito
così grande,
e così inutile?

A tutti. Se muoio non incolpate nessuno. E per favore, niente pettegolezzi: il defunto non li poteva sopportare. Mamma, sorelle compagni, perdonatemi. Non è una soluzione (non la consiglio a nessuno), ma io non ho altra scelta. Lilja, amami. Compagno governo, la mia famiglia è Lilja Brik, mia madre e le mie sorelle e Veronika Vitol’dnovna Polonskaja. Se agirai affinché abbiano un’esistenza decorosa ti sarò riconoscente. I versi qui iniziati dateli ai Brik, loro sapranno che farne. Come si dice,
l’incidente è chiuso:
La barca dell’amore si è spezzata contro gli scogli banali della quotidianità.
La vita e io siamo pari,
inutile elencare
offese,
dolori,
torti reciproci.
Voi che restate siate felici.
(Lettera d’addio di Vladimir Majakovskij)