Le frasi e poesie più belle di Mario Luzi

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Mario Luzi (Castello di Firenze, 20 ottobre 1914 – Firenze, 28 febbraio 2005) è considerato uno dei più importanti poeti italiani del Novecento. In occasione del suo novantesimo compleanno fu nominato senatore a vita della Repubblica Italiana.

Presento una raccolta delle frasi e poesie più belle di Mario Luzi. Tra i temi correlati si veda Le poesie più belle di Giorgio Caproni e Le poesie più belle di Giuseppe Ungaretti.

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Le frasi e poesie più belle di Mario Luzi

La mia pena è durare oltre questo attimo.

Che mi riserva rivederti, amore,
quale viaggio t’hanno dato i venti?
L’oscuro avvolge questi giorni chiari,
circola forse in questa luce densa
qui dove a macchie dondolanti o ferme
filtra oro ed il vino matura.

La poesia aggiunge vita alla vita.

Non andartene,
non lasciare
l’eclisse di te
nella mia stanza.

Mi trovo qui a questa età che sai,
né giovane né vecchio, attendo, guardo
questa vicissitudine sospesa.

Non è amore
ma mi tenta ancora
questa strada rimasta sconosciuta
da me a te.

Il vento sparso luccica tra i fiumi
della pianura, il monte ride raro
illuminandosi, escono barlumi
dall’acqua, quale messaggio più chiaro?
È tempo di levarsi su, di vivere
puramente.

Oh mattino,
oh celeste tracotanza,
non travolgermi, non prendermi
di forza.

Non arrenderti.
Non per meno della gioia.

Vita che non osai chiedere e fu,
mite, incredula d’essere sgorgata
dal sasso impenetrabile del tempo,
sorpresa, poi sicura della terra,
tu vita ininterrotta nelle fibre
vibranti, tese al vento della notte.

È incredibile ch’io ti cerchi in questo
o in altro luogo della terra dove
è molto se possiamo riconoscerci.
Ma è ancora un’età, la mia,
che s’aspetta dagli altri
quello che è in noi oppure non esiste.

Tempo che soffre e fa soffrire, tempo
che in un turbine chiaro porta fiori
misti a crudeli apparizioni.

L’amore aiuta a vivere, a durare,
l’amore annulla e dà principio. E quando
chi soffre o langue spera, se anche spera,
che un soccorso s’annunci da lontano,
è in lui, un soffio basta a suscitarlo.

Si sollevano gli anni alle mie spalle
a sciami. Non fu vano, è questa l’opera
che si compie ciascuno e tutti insieme
i vivi i morti, penetrare il mondo
opaco lungo vie chiare e cunicoli
fitti d’incontri effimeri e di perdite

Sulla terra accadono senza luogo,
senza perché le indelebili
verità, in quel soffio ove affondan
leggere il peso le fronde
le navi inclinano il fianco.

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Da dove ci chiamano i rimorsi?
Assenza,
assenza non sa il cuore di chi
né di che ima
perdutissima sostanza.
Sa solo che è incolmabile
quel vuoto, quella lacuna
non fosse il dilagare,
talora, d’una fervida
celestiale sovrabbondanza.

La notte lava la mente.
Poco dopo si è qui come sai bene,
fila d’anime lungo la cornice,
chi pronto al balzo, chi quasi in catene.
Qualcuno sulla pagina del mare
traccia un segno di vita, figge un punto.
Raramente qualche gabbiano appare.

Quante ombrose dimore hai già sfiorato,
anima mia, senza trovare asilo:
dal sogno rifluivi alla memoria,
da memoria tornavi ad essere un sogno,
per via ti sorprendeva la bufera.

Poi malgré tout è fine febbraio o marzo:
la primavera non c’è ancora,
c’è, trepidante, quella luminosa nebula,
quel fuoco bianco nell’aria,
quella velatura bianca e argento,
tutto ciò che desidera il senso ci sia
in questa piega dell’anno, tutto,
la prima barca,
il primo verde dei salici,
la prima ruota d’acqua
alla virata dell’armo.
C’è tutto,
tutto incredibilmente.

Dove sei? non ti trovo,
anima mia,
chi ti ha preso – il mondo?
il paradiso?
o ti celi tu nel tuo profondo?
parlami.

Di che è mancanza questa mancanza,
cuore,
che a un tratto ne
sei pieno?
di che?
Rotta la diga
t’inonda e ti sommerge
la piena della tua indigenza.
Viene,
forse viene,
da oltre te
un richiamo
che ora perché agonizzi non ascolti.
Ma c’è, ne custodisce
forza e canto
la musica perpetua ritornerà.
Sii calmo.

Padre mio, mi sono affezionato alla terra
quanto non avrei creduto.
È bella e terribile la terra.
Io ci sono nato quasi di nascosto,
ci sono cresciuto e fatto adulto
in un suo angolo quieto
tra gente povera, amabile e esecrabile.
Mi sono affezionato alle sue strade,
mi sono divenuti cari i poggi e gli uliveti,
le vigne, perfino i deserti.

L’offesa del mondo è stata immane.
Infinitamente più grande
È stato il tuo amore…

Camminare è venirti incontro, vivere
è progredire a te, tutto è fuoco e sgomento.
E quante volte prossimo a svelarti
ho tremato d’un viso repentino
dietro i battenti d’una antica porta
nella penombra, o a capo delle scale.

Sia grazia essere qui
nel giusto della vita
nell’opera del mondo. Sia così.

Oscillano le fronde, il cielo invoca
la luna. Un desiderio vivo spira
dall’ombra costellata, l’aria giuoca
sul prato. Quale presenza s’aggira?

Tutto l’altro che deve essere è ancora,
il fiume scorre, la campagna varia,
grandina, spiove, qualche cane latra,
esce la luna, niente si riscuote,
niente dal lungo sonno avventuroso.

Vola alta, parola, cresci in profondità,
tocca nadir e zenith della tua significazione.

Questa felicità promessa o data
m’è dolore, dolore senza causa
o la causa se esiste è questo brivido
che sommuove il molteplice nell’unico
come il liquido scosso nella sfera
di vetro che interpreta il fachiro.
Eppure dico: salva anche per oggi.
Torno torno le fanno guerra cose
e immagini su cui cala o si leva
o la notte o la neve
uniforme del ricordo.

La pace,
se verrà, ti verrà per altre vie
più lucide di questa, più sofferte;
quando soffrire non ti parrà vano
ché anche la pena esiste e deve vivere
e trasformarsi in bene tuo ed altrui.

Il corso d’una vita deciso in nostra vece chi sa come e quando
ripara nel bene e nel male altre esistenze,
offre cause di gioia e di dolore alle future.

La poesia è una contesa ininterrotta per la luce a partire dall’ombra o dalla penombra. Non c’è luogo per altri momentanei e parziali combattimenti.

Il mio stato d’animo è un vacillamento tra realtà e irrealtà.

Bisogna fargliela conoscere, proporgliela, fargliela leggere, ai giovani, la poesia. Bisogna creare occasioni di scoperta e di novità. Non si può dire che, soprattutto in questi ultimi anni, non lo si faccia. Ma l’esito è comunque incerto.

Si ripensa all’adolescenza, quando si avevano grandi velleità e si pensava che il mondo era nostro: ma potevamo acciuffare poco, perché troppo giovani.

La traduzione di fatto si risolve in un oscuro patteggiamento di concessioni, di resistenze, di pretese senza prova di legittimità tra autore e autore.

Il nostro tempo è così frammentario, è così convulso, e non ha neppure una lingua probabile, forse non ha un tema che lo guidi, è un tempo di sofferenza ma che rimarrà quasi inespressa.

La crisi morale di cui soffre la società contemporanea si manifesta con l’indifferenza e la confusione.

Ciò a cui stiamo assistendo non è la crisi, bensì la crisi della crisi e cioè la nevrosi.

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