Le frasi più belle tratte dal libro L’amore ai tempi del colera

Amore ai tempi del colera - Aforisticamente
Amore ai tempi del colera - Aforisticamente
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L’amore ai tempi del colera (in lingua originale “El amor en los tiempos del cólera”) è un romanzo dello scrittore colombiano Gabriel García Márquez, Premio Nobel per la letteratura.

L’amore ai tempi del colera è considerato uno dei più bei romanzi d’amore, insieme a Anna Karenina e Orgoglio e pregiudizio. Fu pubblicato nel 1985 in lingua spagnola con una tiratura milionaria, traduzioni quasi immediate in molte altre lingue ed enorme successo di pubblico.

Presento una raccolta delle frasi più belle di L’amore ai tempi del colera. Tra i temi correlati si veda Frasi, citazioni e aforismi di Gabriel Garcia Marquez, Le più belle frasi d’amore e Frasi, citazioni e aforismi sull’addio e la fine di un amore.

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Le frasi più belle tratte dal libro L’amore ai tempi del colera

La bambina alzò gli occhi per vedere chi stava passando davanti alla finestra, e quello sguardo casuale fu l’origine di un cataclisma amoroso che mezzo secolo dopo non era ancora terminato.

Si può essere innamorati di diverse persone per volta, e di tutte con lo stesso dolore, senza tradirne nessuna, il cuore ha più stanze di un bordello.

Nulla a questo mondo era più difficile dell’amore.

Era inevitabile: l’odore delle mandorle amare gli ricordava sempre il destino degli amori contrastati.

Capita che sfiori la vita di qualcuno, ti innamori e decidi che la cosa più importante è toccarlo, viverlo, convivere le malinconie e le inquietudini, arrivare a riconoscersi nello sguardo dell’altro, sentire che non ne puoi più fare a meno… e cosa importa se per avere tutto questo devi aspettare cinquantatré anni sette mesi e undici giorni notti comprese?

Rispondigli di si – le disse – Anche se stai morendo di paura, anche se poi te ne pentirai, perché comunque te ne pentirai per tutta la vita se gli rispondi di no.

Ma si lasciò trasportare dalla sua convinzione che gli esseri umani non nascono sempre il giorno in cui le loro madri li danno alla luce, ma che la vita li costringe ancora molte altre volte a partorirsi da sé.

Quando una donna decide di andare a letto con un uomo, non esiste ostacolo che non superi, né fortezza che non abbatta, né considerazione morale che non sia disposta a mettere da parte: non c’è Dio che valga.

Gli ricordò che i deboli non sarebbero mai entrati nel regno dell’amore, che è un regno inclemente e meschino, e che le donne si concedono solo agli uomini dall’animo risoluto, perché infondono loro la sicurezza che tanto bramano per affrontare la vita.

Gli sembrava così bella, così seducente, così diversa dalla gente comune, che non capiva perché nessuno rimanesse frastornato come lui al rumore ritmico dei suoi tacchi sul selciato della via, né si sconvolgessero i cuori con l’aria dei sospiri dei suoi falpalà, né impazzissero tutti d’amore al vento della sua treccia, al volo delle sue mani, all’oro del suo ridere.

Sconvolto dalla felicità, Florentino Ariza passò il resto del pomeriggio a mangiare rose e a leggere la missiva, ripassandola lettera per lettera più volte e mangiando più rose quanto più la leggeva, e a mezzanotte l’aveva letta così tanto e aveva mangiato così tante rose che la madre dovette stenderlo a terra come un vitello per fargli ingoiare un decotto di olio di ricino.

Gli bastò un interrogatorio insidioso, prima a lui e poi alla madre, per comprovare una volta di più che i sintomi dell’amore sono gli stessi del colera.

Era ancora troppo giovane per sapere che la memoria del cuore elimina i brutti ricordi e magnifica quelli belli, e che grazie a tale artificio riusciamo a tollerare il passato.

Non ebbe mai la pretesa di amare né di essere amata, pur avendo sempre la speranza di trovare qualcosa che fosse come l’amore, ma senza i problemi dell’amore.

Le aveva insegnato che nulla di quanto si fa a letto è immorale se contribuisce a perpetuare l’amore. E una cosa che da allora in poi sarebbe stata la ragione della sua vita: l’aveva convinta che si viene al mondo con i propri orgasmi contati, e quelli che non vengono usati per qualsiasi motivo, proprio o altrui, volontario o coatto, sono persi per sempre.

Fu allora che si iniziò agli amori solitari, con la rara sensazione di scoprire qualcosa che i suoi istinti conoscevano da sempre, dapprima nel letto, col respiro imbavagliato per non tradirsi nella camera divisa con mezza dozzina di cugine, e poi a due mani distesa in tutta comodità sul pavimento del bagno, con i capelli sciolti e fumando le sue prime sigarette di tabacco nero.

L’unica cosa per cui mi dispiace morire è che non sia per amore.

E solo allora capì che un uomo sa quando comincia a invecchiare perchè comincia ad assomigliare a suo padre.

Ma a differenza di allora Fermina Daza non sentì la commozione dell’amore ma l’abisso del disincanto. In un istante le si rivelò nella sua completezza la misura del suo stesso inganno, e si chiese atterrita come avesse potuto covare per tanto tempo e con tanta sevizia una simile chimera nel cuore.
A malapena riuscì a pensare: “Dio mio, pover’uomo!”. Florentino Ariza sorrise, cercò di dirle qualcosa, cercò di seguirla, ma lei lo cancellò dalla sua vita con un cenno della mano.

Passò un colpo di spugna senza lacrime sul ricordo di Florentino Ariza, lo cancellò del tutto, e nello spazio che occupava nella sua memoria lasciò che fiorisse un prato di papaveri.

Lui era consapevole di non amarla. Si era sposato perché gli piacevano la sua alterigia, la sua forza, e anche per un pizzico di vanità propria, ma mentre lei lo baciava per la prima volta era sicuro che non ci sarebbero stati ostacoli per inventare un buon amore.

Il problema del matrimonio è che finisce ogni notte dopo aver fatto l’amore, e deve essere ricostruito ogni mattina prima di colazione.

Il problema della vita pubblica è imparare a dominare il terrore, il problema della vita coniugale è imparare a dominare il tedio.

Dopo dieci anni di matrimonio le donne avevano le loro cose tre volte alla settimana.

Era come se avessero saltato l’arduo calvario della vita coniugale, e fossero andati dritti all’essenza dell’amore. Passavano il tempo in silenzio come due vecchi sposi scottati dalla vita, al di là delle trappole della passione, al di là degli scherzi brutali delle illusioni e dei miraggi dei disinganni: al di là dell’amore. Perché avevano vissuto insieme quanto bastava per accorgersi che l’amore era amore in qualsiasi tempo e in qualsiasi parte, ma tanto più denso quanto più era vicino alla morte.

Lei aveva scoperto a poco a poco l’incertezza dei passi del marito, i turbamenti d’umore, le crepe della memoria, l’abitudine recente di singhiozzare nel sonno, ma non li aveva considerati segni inequivocabili della ruggine finale, bensì un ritorno felice all’infanzia. Per questo non lo trattava come un vecchio difficile ma come un bambino senile, e quell’inganno era stato provvidenziale per entrambi avendoli messi in salvo dalla compassione.

È incredibile come si possa essere tanto felici per così tanti anni, in mezzo a tante baruffe, a tante seccature, cazzo, senza sapere in realtà se è amore o se non lo è.

Avevano appena festeggiato le nozze d’oro e non sapevano passare neppure un istante l’una senza l’altro, o senza pensare l’una all’altro, e più rincrudiva la vecchiaia meno lo sapevano. Né lui né lei potevano dire se questa servitù reciproca si fondasse sull’amore o sulla comodità, ma non se l’erano mai domandato con la mano sul cuore, perché entrambi preferivano da sempre ignorare la risposta.

Fermina Daza si riconobbe, si sentì padrona di se stessa per la prima volta, si sentì in compagnia e protetta, con i polmoni pieni di un’aria di libertà che le restituì la quiete e la voglia di vivere. Persino nei suoi ultimi anni avrebbe evocato quel viaggio, sempre più recente nella memoria, con la lucidità perversa della nostalgia.

Per la prima volta nei ventisette anni interminabili di attesa, Florentino Ariza non riuscì a resistere alla fitta di dolore causata dal fatto che quell’uomo ammirevole doveva morire perché lui fosse felice.

“Che modo più assurdo di morire” disse lei. “La morte non ha il senso del ridicolo” disse lui, e aggiunse con compassione, “soprattutto alla nostra età”.

Il mondo era pieno di vedove felici. Le aveva viste impazzire di dolore davanti al cadavere del marito, supplicando che le seppellissero vive dentro la stessa bara per non affrontare senza di lui la vita a venire, ma a mano a mano che si riconciliavano con la realtà del loro nuovo stato le si vedeva risorgere dalle ceneri con una vitalità rinverdita.

Dormì senza saperlo, ma sapendo che continuava a essere viva nel sonno, che metà del letto era di troppo, e che giaceva di fianco sul bordo sinistro, come sempre, ma che le mancava il contrappeso dell’altro corpo dall’altra parte.

Dimenticava sempre quando meno lo doveva che le donne pensano più al senso recondito delle domande che alle domande stesse.

Una volta lui le aveva detto una cosa che lei non riusciva a concepire: gli amputati sentono dolori, crampi, solletico, alla gamba che non hanno più. Così si sentiva lei senza di lui, sentendola là dove non c’era più.

Attaccò lo specchio in casa sua, non per la bellezza della cornice, ma per lo spazio interno, che era stato occupato durante due ore dall’immagine amata.

Sara Noriega lo tranquillizzó con la semplice risposta che tutto quello che facevano nudi era amore. Disse:«Amore dell’anima dalla vita in su e amore del corpo dalla vita in giù».

La vita mondana era solo un insieme di patti atavici, di cerimonie banali, di parole previste, con cui gli uni e gli altri si intrattenevano in società per non assassinarsi.

L’avidità della calvizie non gli diede il tempo di conoscere il colore dei suoi capelli bianchi.

«In fin dei conti, le lettere sono di chi le scrive. Non è vero?» Lui fece un passo deciso. «È così» disse. «Per questo sono la prima cosa che si restituisce quando c’è una rottura.»

Niente racconta di più di una persona del modo in cui muore.

L’umidità della Cabina Presidenziale li sommerse in un letargo irreale in cui era più facile amarsi senza fare domande. Vivevano ore inimmaginabili tenendosi per mano sulle poltrone della veranda, si baciavano piano, si godevano l’ubriachezza delle carezze senza l’impiccio dell’esasperazione.

Allora lui tese le dita gelide nel buio, cercò a tentoni l’altra mano, e la trovo che l’aspettava. Entrambi furono abbastanza lucidi da rendersi conto, in uno stesso istante fugace, che nessuna delle due era la mano che avevano immaginato prima di toccarsi, bensì due mani dalle ossa vecchie. Ma nell’istante successivo non lo erano più.

Allora lui la guardò, e la vide nuda fino alla vita, così come se l’era immaginata. Aveva le spalle raggrinzite, i seni cadenti e le costole coperte da una pelle pallida e fredda come quella di una rana. Lei si coprì il seno con la camicia che si era appena tolta e spense la luce. Allora lui si tirò su e incominciò a spogliarsi nell’oscurità, gettandole addosso ogni indumento che si toglieva, e lei glieli ributtava indietro morta dal ridere.
Rimasero supini per un lungo momento, lui sempre più stordito via via che lo abbandonava l’ubriachezza, e lei tranquilla, quasi abulica, ma chiedendo a Dio di non farla ridere senza senso, come le accadeva sempre quando andava giù pesante con l’anice.

Lei tese la mano nell’oscurità, gli accarezzò il ventre, i fianchi, il pube quasi glabro. Disse: «Hai una pelle da bambino». Poi fece il passo finale: lo cercò dove non era, lo ricercò senza illusioni, e lo trovò inerme.
«E’ morto» disse lui.

«Lo dice sul serio?» gli chiese.
«Fin da quando sono nato» disse Florentino Ariza, «non ho detto una sola cosa che non sia sul serio.»
Il capitano guardò Fermina Daza e vide sulle sue ciglia i primi fulgori di una brina invernale. Poi guardò Florentino Ariza, la sua padronanza invincibile, il suo amore impavido, e lo turbò il sospetto tardivo che è la vita, più che la morte, a non avere limiti.

«E fino a quando crede che possiamo continuare con questo andirivieni del cazzo?» gli domandò.
Florentino Ariza aveva la risposta pronta da cinquantatré anni sette mesi e undici giorni, notti comprese.
«Per tutta la vita» disse.

La saggezza ci arriva quando non ci serve più.

Sto per compiere cent’anni, e ho visto cambiare tutto, persino la posizione degli astri nell’universo, ma non ho ancora visto cambiare nulla in questo paese.

Le lingue bisogna saperle quando si va a vendere qualcosa, ma quando si va a comprare tutti ti capiscono.

L’unica cosa peggiore della cattiva salute è la cattiva fama.

Ognuno è padrone della propria morte, e l’unica cosa che possiamo fare, arrivato il momento, è aiutarlo a morire senza paura né dolore.

La vita non te la insegna nessuno.

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