Le frasi più belle di Alice Munro

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Alice Munro (Wingham, 10 luglio 1931) è una scrittrice canadese. E’ la dodicesima donna a vincere il premio Nobel per la letteratura (nel 2013).

Presento una raccolta delle frasi più belle di Alice Munro. Tra i temi correlati si veda Le frasi più belle di Margaret Atwood e Frasi, citazioni e aforismi di Banana Yoshimoto.

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Le frasi più belle di Alice Munro

Troppa felicità (Einaudi, 2011)

Ci sono pochi luoghi in una vita, forse persino uno solo, in cui succede qualcosa; dopodiché ci sono tutti gli altri luoghi – In your life there are a few places, or maybe only the one place, where something happened, and then there are all the other places.

Quando un uomo esce da una stanza, si lascia alle spalle tutto quel che c’è dentro; una donna, invece, si porta appresso tutto quel che c’è avvenuto.

La formidabile sicurezza che ha, la stessa che aveva suo padre, è del tipo che senti da piccola, quando ti prendono in braccio e sai che lo vorresti per tutta la vita. Ancora più incantevole se chi ce l’ha ti vuole bene, naturalmente, ma confortante anche se è il risultato di un nobile patto antico, un impegno ineluttabile, se non entusiastico, a farsi carico della tua protezione.

I bisogni primari non sono mai tanto romantici.

Ho lasciato perdere, tutto qui, – diceva. – È incredibile come sia facile lasciar perdere.

Da bambini, ogni anno si diventa una persona diversa. Di solito succede in autunno, quando con il ritorno a scuola, si entra nella classe successiva lasciandosi alle spalle il caos letargico delle vacanze estive. È allora che si registra il cambiamento più netto. Dopo non si è più sicuri del mese o dell’anno, ma si continua a cambiare, comunque…

Sembrava che l’economia emotiva del mondo dovesse contemplare una forma di parsimonia sentimentale fortuita e naturalmente scorretta, se l’immensa felicità – per quanto passeggera, per quanto effimera – di una persona poteva nascere dall’immensa infelicità di un’altra.

– La mia vita, la mia vita, il mio percorso, e tutto quel che potevo scoprire del mio schifoso io. Obiettivo me stesso. Le mie stronzate. La mia spiritualità. Il mio cammino intellettuale. Non esistono tutte queste fesserie interiori, Sally. Ti dispiace se ti chiamo Sally? Mi riesce più naturale. Esiste soltanto l’esterno, quello che uno fa, in ogni istante della vita. Da quando l’ho capito sono felice.
– Lo sei davvero? Sei felice?

Ciò che conosco di me stesso è il male che ho dentro. Ecco il segreto della mia tranquillità. Voglio dire che conosco il mio peggio. Può darsi sia peggio del peggio di altri, ma non ci devo pensare e nemmeno preoccuparmene. Scuse non ce n’è. Ho trovato la pace. Sono un mostro? Il mondo dice di sí e, se lo dice, concordo. Ma d’altra parte devo aggiungere che il mondo non significa niente per me. Io sono me stesso e non ho nessuna possibilità di essere un me stesso diverso.

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Nemico, amico, amante (Einaudi, 2001)

Hai mai notato che quando qualcuno dice che gli dispiace dire qualcosa, in realtà non vede l’ora di dirla?

Ho capito che non era un tipo raccomandabile la prima volta che l’ho visto. E’ questo l’assurdo. L’ho capito eppure ho lasciato che mi imbrogliasse lo stesso. C’è gente così. Che ti fa pena per quanto è canaglia.

Si coricarono senza rivolgersi la parola, si separarono senza parlare il mattino dopo, e nel corso della giornata furono sopraffatti dallo spavento; lei ebbe paura che lui non tornasse a casa, e lui di tornare e di non trovarla. La sorte invece fu generosa. Si incontrarono nel tardo pomeriggio, pallidi di pentimento, tremanti d’amore come chi, scampato per un pelo al terremoto, vaghi senza meta in preda a una confusione palese. Quella non fu l’ultima volta.

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Cercò di metterci una pietra sopra, ma quella si rifiutava di far da coperchio al passato.

Una sera a letto, prima di addormentarsi, mentre gli teneva la mano, una mano calda e viva, aveva pensato che almeno una volta nella vita avrebbe stretto nella sua, toccato, la mano di Neal ormai morto. E non sarebbe stata in grado di farsene una ragione. Di credere al fatto che lui potesse essere morto e inerte. Per quanto prevedibile e prevista fosse quella condizione, lei non sarebbe mai riuscita ad accettarla. A credere che, in fondo a qualche misterioso abisso, lui non fosse consapevole di quell’istante. Di lei. Pensare a lui privo di quella facoltà le procurava una specie di vertigine emotiva, la sensazione orrenda di precipitare.
E al tempo stesso, una forma di eccitazione. L’ineffabile eccitazione che si prova quando un disastro imminente promette di sollevarci da ogni responsabilità collegata alla vita. In quei casi, un senso di pudore costringe a darsi un contegno e a restare immobili.

Ormai sapeva che nella vita viene il momento in cui brutto e bello svolgono più o meno la stessa funzione, quando tutto ciò che guardi altro non è che un gancio a cui appendere le sensazioni scomposte del corpo, e i brandelli della mente

Quello che Lorna aveva davvero voglia di fare non era più cercare, ma sedersi per terra, al centro del quadrato di linoleum. Restare seduta per ore non tanto per osservare la stanza di lui, ma per sprofondarci dentro. Per rimanere in quello spazio dove nessuno la conosceva né pretendeva niente da lei. Rimanere lì un tempo lunghissimo, facendosi intanto sempre più aguzza e più sottile, leggera come un ago.

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Il percorso dell’amore (Einaudi, 2010)

Una sola goccia d’odio nell’anima si può diffondere e macchiare tutto il resto come una goccia d’inchiostro nel latte.

Ha raggiunto lo stadio in cui le fantasie sono lo svago migliore: risistemare il passato facendo in modo che capiti tutto quello che si sarebbe voluto.

Anche perseguitato dai guai, e malato e povero e brutto, hai sempre la tua anima da portare a destinazione, come un tesoro su un vassoio.

Si trovavano in riva al mare, davanti a una barca in attesa, e da quel quadro scaturiva qualcosa che si diffondeva nella stanza – una liscia, scura ondata di dolorosa e insopportabile dolcezza.

L’attimo di felicità che aveva diviso con loro gli restò nei ricordi, ma non seppe mai che farsene. Chissà se quei momenti significano davvero, come sembra, che avremmo a disposizione una vita felice nella quale ci imbattiamo, consapevolmente, solo qualche rara volta? Chissà se gettano su quel che precede e quel che segue, tutto ciò che è accaduto nella nostra vita, o che noi abbiamo fatto accadere, una luce tale da rendere ogni cosa trascurabile?

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Le lune di Giove (Einaudi, 2008)

C’è un limite alla quantità di sofferenze e di scombussolamento che si è disposti a sopportare in nome dell’amore, come c’è un limite al disordine che siamo disposti ad accettare in una casa. Non si può conoscere in anticipo, ma quando lo raggiungi, te ne accorgi.

Non è prendendo in giro la vita che si ottiene la felicità. È solo attraverso la rinuncia spontanea e la rassegnazione alla perdita che ci prepariamo alla morte e che otteniamo un minimo di felicità.

Avevano tutte più o meno trent’anni. L’età in cui a volte si fatica ad ammettere che è la nostra vita quella che stiamo vivendo.

Per diventare una donna fatale, non occorre essere provocanti, sensuali o scandalosamente belle, basta voler creare scompiglio.

Stai dimenticando quanto si può essere felici, quando si è felici.

Il successo funziona così: prima combatti per ottenerlo, e poi cominci a giustificarti di averlo ottenuto. Che tu ci arrivi oppure no, sarà comunque sempre colpa tua.

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Chi ti credi di essere? (Einaudi, 2012)

A renderci desiderabili non è qualcosa che facciamo, ma qualcosa che senza saperlo abbiamo dentro di noi.

La povertà in una donna non è attraente a meno che non sia accompagnata da dolcezza idiota e facilità di costumi. L’intelligenza, in compenso, attrae solo se combinata a una certa eleganza, a un tocco di classe.

Che si può fare dell’amore quando raggiunge questi livelli di disperazione, impotenza e concentrazione folle? Qualcosa verrà senz’altro a demolirlo.

In un modo o nell’altro l’amore ti derubava sempre di qualcosa: una sorgente di equilibrio interiore, un piccolo nocciolo duro di onestà.

L’amore può rendere cattivi. Se hai la sensazione di dipendere da un altro, puoi metterti a trattarlo male.

Quando si torna a stare in un piccolo centro, dopo la grande città, ci si convince che lí sarà tutto piú facile e gestibile, quasi come se la gente si fosse radunata e avesse deciso di «giocare alla vita di paese». Si arriva a credere che in un posto così non possa morire nessuno.

Poter lasciare la porta aperta per quel periodo breve e incantevole che durava tra la fine del gelo e l’arrivo delle mosche.

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In fuga (Einaudi, 2004)

Ti penso. É proprio il genere di cosa che la gente dice solo per consolare, o per il vago desiderio di tenere un altro sulla corda.

Il segreto della vita, aveva spiegato Harry a Lauren, era stare al mondo pieni di curiosità. Tenere gli occhi aperti e cogliere le occasioni, l’umanità, di tutte le persone che s’incontravano. Stare all’erta. Se un insegnamento poteva darle, era proprio quello.

L’idea strana e terrificante che le si andava chiarendo riguardo al suo mondo futuro, mentre cercava di immaginarlo, era che lei in quel mondo non sarebbe esistita. Vi si sarebbe soltanto mossa, avrebbe aperto la bocca e parlato, facendo ora questo ora quello. Ma non sarebbe stata davvero presente.
E la cosa ancora più strana era che lei stava facendo tutto quanto, viaggiando a bordo di questo autobus, proprio nella speranza di ritrovare se stessa. Nella speranza – per usare parole che avrebbe potuto pronunciare Mrs Jamieson, e anche lei poco fa, con grande soddisfazione – di prendere in mano le redini della sua vita. Senza nessuno che le alitasse sul collo, senza che i malumori degli altri la contagiassero di infelicità.

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La vita delle ragazze e delle donne (Einaudi, 2018)

Le vite degli altri sono noiose, semplici, meravigliose e insondabili – grotte profonde con un pavimento di linoleum da cucina.

Mi concedevo spesso quel sogno appena prima del sonno ed era strano quanta gioia mi desse, un’ondata di pace e di consolazione sulla quale a occhi chiusi scivolavo nei miei sogni veri.

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Segreti svelati (Einaudi, 2008)

Fu in quell’epoca che smise completamente di leggere. Le copertine dei libri le parevano delle bare, semplici o ornate, e l’interno avrebbe potuto benissimo contenere polvere.

L’amore muore continuamente, o comunque diventa distratto, soffocato… potrebbe benissimo essere morto.

Del resto, non avrebbe saputo descrivere i sentimenti che provava per lei, come non si sa descrivere un odore. Ricorda una bruciatura da elettricità. Ricorda un chicco di grano bruciato. No, ricorda un’arancia amara. Mi arrendo.

Non puoi lasciare che i tuoi genitori si avvicinino neanche un po’ alle tue umiliazioni più profonde.

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Varie

Forse la vera ragione per smettere di scrivere è che sto invecchiando. Sono vecchia. Quando succede, fare le cose che devi fare richiede sempre più tempo e concentrazione. Pagare le bollette, ricordarti quando passa il camion della spazzatura, fare la raccolta differenziata, donare soldi a tutte quelle buone cause che hai promesso a te stessa di sostenere. Mantenere l’ordine intorno a te. Il disordine è molto più minaccioso di una volta – non è più perdonabile e disarmante, né un segno della propria creatività, ma una prova dell’arrivo della demenza senile, decisamente poco affascinante. In effetti è meno affascinante, la demenza, nelle donne che negli uomini. Lo stesso vale per l’aspetto fisico da mantenere presentabile. Richiede sempre più sforzo, non tanto arrestare il deterioramento quanto rallentarlo in modo che risulti accettabile a te stessa e agli altri. Tutte le pillole e gli esami e gli esercizi. Non puoi più martellare sui tasti, rapita alle tre di notte dal finale di una storia. Non puoi più essere il grande scrittore, quello con il brutto carattere e le cattive abitudini e la genialità graffiante dei vecchi film

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