Le frasi e i versi più celebri della Divina Commedia

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La Divina Commedia di Dante è una delle opere letterarie più note e amate al mondo.
In questa raccolta il lettore troverà una selezione dei versi più più belli e celebri della Divina Commedia.

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Le frasi e i versi più celebri della Divina Commedia

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Inferno

Nel mezzo del cammin di nostra vita
mi ritrovai per una selva oscura,
ché la diritta via era smarrita.
(Inferno, Canto I, incipit)

“Per me si va ne la città dolente,
per me si va ne l’etterno dolore,
per me si va tra la perduta gente.
Giustizia mosse il mio alto fattore;
fecemi la divina podestate,
la somma sapïenza e ‘l primo amore.
Dinanzi a me non fuor cose create
se non etterne, e io etterno duro.
Lasciate ogne speranza, voi ch’intrate”.
(Inferno, Canto III, 1-9, Scritta sulla porta di ingresso dell’Inferno)

Questi non hanno speranza di morte
e la lor cieca vita è tanto bassa,
che ’nvidiosi son d’ogne altra sorte.
Fama di loro il mondo esser non lassa;
misericordia e giustizia li sdegna:
non ragioniam di lor, ma guarda e passa
(Inferno, Canto III, 46-51, Ignavi)

Poscia ch’io v’ebbi alcun riconosciuto,
vidi e conobbi l’ombra di colui
che fece per viltade il gran rifiuto.
(Inferno, Canto III, 58-60, Papa Celestino V)

E ’l duca lui: «Caron, non ti crucciare:
vuolsi così colà dove si puote
ciò che si vuole, e più non dimandare»
(Inferno, Canto III, 94-96, Virgilio a Caronte)

Caron dimonio, con occhi di bragia
loro accennando, tutte le raccoglie;
batte col remo qualunque s’adagia.
(Inferno, Canto III, 109-111, Caronte)

Amor, ch’al cor gentil ratto s’apprende
prese costui de la bella persona
che mi fu tolta; e ’l modo ancor m’offende.
Amor, ch’a nullo amato amar perdona,
mi prese del costui piacer sì forte,
che, come vedi, ancor non m’abbandona.
Amor condusse noi ad una morte:
Caina attende chi a vita ci spense
(Inferno, Canto V, 100-107, Paolo e Francesca)

E quella a me: «Nessun maggior dolore
che ricordarsi del tempo felice
ne la miseria; e ciò sa ’l tuo dottore».
(Inferno, Canto V, 121-123, Paolo e Francesca )

Noi leggiavamo un giorno per diletto
di Lancialotto come amor lo strinse;
soli eravamo e sanza alcun sospetto.
Per più fiate li occhi ci sospinse
quella lettura, e scolorocci il viso;
ma solo un punto fu quel che ci vinse.
Quando leggemmo il disiato riso
esser basciato da cotanto amante,
questi, che mai da me non fia diviso,
la bocca mi basciò tutto tremante.
Galeotto fu ’l libro e chi lo scrisse:
quel giorno più non vi leggemmo avante.
(Inferno, Canto V, 127-138, Paolo e Francesca)

Mentre che l’uno spirto questo disse,
l’altro piangëa, sì che di pietade
io venni men così com’io morisse.
E caddi come corpo morto cade.
(V, 139-142, Dante dopo il racconto di Paolo e Francesca)

Voi cittadini mi chiamaste Ciacco:
per la dannosa colpa della gola,
come tu vedi, alla pioggia mi fiacco.
(Inferno, Canto VI, 52–54, Ciaccio)

Chi è costui che sanza morte
va per lo regno de la morta gente?
(Inferno, Canto VIII, 84-85, I demoni a proposito di Dante)

Cred’ïo ch’ei credette ch’io credesse
che tante voci uscisser, tra quei bronchi,
da gente che per noi si nascondesse.
(Inferno, Canto XIII, 25-27)

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Io son colui che tenni ambo le chiavi
del cor di Federigo, e che le volsi,
serrando e diserrando, sì soavi.
(Inferno, Canto XIII, 58-60, Pier della Vigna)

“O frati,” dissi, “che per cento milia
perigli siete giunti a l’occidente,
a questa tanto picciola vigilia
d’i nostri sensi ch’è del rimanente
non vogliate negar l’esperïenza,
di retro al sol, del mondo sanza gente.
Considerate la vostra semenza:
fatti non foste a viver come bruti,
ma per seguir virtute e canoscenza”.
(Inferno, Canto XXVI, 112-120, Ulisse)

E volta nostra poppa nel mattino,
de’ remi facemmo ali al folle volo,
sempre acquistando dal lato mancino.
(Inferno, Canto XXVI, 124-126, Ulisse)

Noi ci allegrammo, e tosto tornò in pianto;
ché de la nova terra un turbo nacque
e percosse del legno il primo canto.
Tre volte il fé girar con tutte l’acque;
a la quarta levar la poppa in suso
e la prora ire in giù, com’altrui piacque,
infin che ’l mar fu sovra noi richiuso.
(Inferno, Canto XXVI, 136-142, Ulisse)

La bocca sollevò dal fiero pasto
quel peccator, forbendola a’ capelli
del capo ch’elli avea di retro guasto.
(Inferno, Canto XXX, 1-3, Conte Ugolino)

Gaddo mi si gittò disteso a’ piedi,
dicendo: “Padre mio, ché non m’aiuti?”.
Quivi morì; e come tu mi vedi,
vid’io cascar li tre ad uno ad uno
tra ’l quinto dì e ’l sesto; ond’io mi diedi,
già cieco, a brancolar sovra ciascuno,
e due dì li chiamai, poi che fur morti.
Poscia, più che ‘l dolor, poté ‘l digiuno.
(Inferno, Canto XXX, 68-75, Conte Ugolino)

Salimmo sù, el primo e io secondo,
tanto ch’i’ vidi de le cose belle
che porta ‘l ciel, per un pertugio tondo.
E quindi uscimmo a riveder le stelle.
(Inferno, Canto XXXIV, Explicit)

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Purgatorio

Per correr miglior acque alza le vele
omai la navicella del mio ingegno,
che lascia dietro a sé mar sì crudele.
(Purgatorio, Canto I, 1-3, Incipit)

Libertà va cercando, ch’è sì cara,
come sa chi per lei vita rifiuta.
(Purgatorio, Canto 71-72, le parole rivolte da Virgilio a Catone Uticense, custode dell’accesso al monte del Purgatorio, per presentargli Dante)

Biondo era e bello e di gentile aspetto,
ma l’un de’ cigli un colpo avea diviso.
(Purgatorio, Canto III, 107-108, Manfredi di Sicilia)

Poscia ch’io ebbi rotta la persona
di due punte mortali, io mi rendei,
piangendo, a quei che volontier perdona.
Orribil furon li peccati miei;
ma la bontà infinita ha sì gran braccia,
che prende ciò che si rivolge a lei.
(Purgatorio, Canto III, 118-123, Manfredi di Sicilia)

Vien dietro a me, e lascia dir le genti:
sta come torre ferma, che non crolla
già mai la cima per soffiar di venti.
(Purgatorio, Canto V, 13-18, Virgilio)

Ahi serva Italia, di dolore ostello,
nave sanza nocchiere in gran tempesta,
non donna di province, ma bordello!
(Purgatorio, Canto VI, 76-78, invettiva di Dante)

Era già l’ora che volge il disio
ai navicanti e ‘ntenerisce il core
lo dì c’ han detto ai dolci amici addio;
e che lo novo peregrin d’amore
punge, se ode squilla di lontano
che paia il giorno pianger che si more.
(Purgatorio, Canto VIII, 1-6)

Oh vana gloria de l’umane posse!
com’ poco verde in su la cima dura,
se non è giunta da l’etati grosse!
Credette Cimabue ne la pittura
tener lo campo, e ora ha Giotto il grido,
sì che la fama di colui è scura.
Così ha tolto l’uno a l’altro Guido
la gloria de la lingua; e forse è nato
chi l’uno e l’altro caccerà del nido.
Non è il mondan romore altro ch’un fiato
di vento, ch’or vien quinci e or vien quindi,
e muta nome perché muta lato.
(Purgatorio, Canto X, 91-102, Oderisi da Gubbio)

Le leggi son, ma chi pon mano ad esse?
Nullo, però che ‘l pastor che procede,
rugumar può, ma non ha l’unghie fesse.
(Purgatorio, Canto XVI, 97-99, Marco Lombardo)

Sovra candido vel cinta d’uliva
donna m’apparve, sotto verde manto
vestita di color di fiamma viva.
(Purgatorio, Canto XXX, 31-33, Beatrice)

Volsimi a la sinistra col respitto
col quale il fantolin corre a la mamma
quando ha paura o quand’elli è afflitto
per dicere a Virgilio: ’Men che dramma
di sangue m’è rimaso che non tremi:
conosco i segni de l’antica fiamma’.
Ma Virgilio n’avea lasciati scemi
di sé, Virgilio dolcissimo patre,
Virgilio a cui per mia salute die’ mi.
(Purgatorio, Canto XXX, 31-33, dove Dante viene lasciato da Virgilio)

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Paradiso

La gloria di colui che tutto move
per l’universo penetra, e risplende
in una parte più e meno altrove.
(Paradiso, Canto I, Incipit)

Trasumanar significar per verba
non si poria; però l’essemplo basti
a cui esperïenza grazia serba.
(Paradiso, Canto I, 70-72)

Siate, Cristiani, a muovervi più gravi:
non siate come penna ad ogne vento,
e non crediate ch’ogne acqua vi lavi.
Avete il novo e ‘l vecchio Testamento,
e ‘l pastor de la Chiesa che vi guida;
questo vi basti a vostro salvamento.
Se mala cupidigia altro vi grida,
uomini siate, e non pecore matte
(Paradiso, Canto V, 73-81, Beatrice)

Ché dentro a li occhi suoi ardeva un riso
tal, ch’io pensai co’ miei toccar lo fondo
de la mia gloria e del mio paradiso.
(Paradiso, Canto XV, 34-36, Beatrice)

Vergine Madre, figlia del tuo figlio,
umile e alta più che creatura,
termine fisso d’etterno consiglio,
tu se’ colei che l’umana natura
nobilitasti sì, che ’l suo fattore
non disdegnò di farsi sua fattura.
(Paradiso, Canto XXXIII, orazione di San Bernardo alla Vergine Maria)

A l’alta fantasia qui mancò possa;
ma già volgeva il mio disio e ’l velle,
sì come rota ch’igualmente è mossa,
l’amor che move il sole e l’altre stelle.
(Paradiso, Canto

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