Frasi e aforismi di Cesarina Vighy

Cesarina Vighy (Venezia 1936 – Roma 2010) è una scrittrice italiana. Alla fine degli anni Cinquanta, Cesarina Vighy si trasferisce da Venezia a Roma, dove si laurea in Epigrafia latina e dove lavora presso la Biblioteca di storia moderna e contemporanea nello storico palazzo Mattei di Giove. Nel 2009, all’età di settantatré anni e gravemente malata di sclerosi laterale amiotrofica (SLA), pubblica con l’editore Fazi il romanzo L’ultima estate, opera dai forti spunti autobiografici, con il quale vince il Premio Campiello opera prima, il Premio Cesare De Lollis e si impone nella cinquina del Premio Strega.

Nel 2010, sempre con l’editore Fazi, Cesarina Vighy pubblica il suo secondo libro: Scendo. Buon proseguimento. Soltanto due giorni dopo l’uscita del libro, l’autrice muore.

Cesarina Vighy ha sempre amato la brevità. “Di’ a Virgilio che la brevitas non si impara certo a scuola ma è un’attitudine (o un difetto) che si ha o non si ha. Io, che ne ho fin troppa, invidio quelli che sanno arrivare a più pagine di me e mi dispero quando mi chiedono 15.000 battute. Del resto, veniva raccomandata nelle accademie antiche da oratori che poi tiravano in lungo le loro orazioni per ore e ore” scrive l’autrice nel libro Scendo. Buon proseguimento. E molte delle frasi dell’autrice, estrapolate dai suoi libri, sono dei veri e propri gioielli di brevità che – con la tipica lapidarietà, disincanto, lucidità e anche ironia propri dell’aforisma – descrivono in poche parole caratteri e situazioni della nostra contemporaneità.
Ancora nel libro Scendo. Buon proseguimento, Cesarina Vighy – rievocando i suoi modelli letterari – cita il padre dell’aforisma europeo: “Il mio maestro di vita, il Duca de La Rochefoucauld”.

Presento una raccolta di frasi e aforismi di Cesarina Vighy. Tra i temi correlati si veda Le 100 frasi più belle sulla vita e Frasi, citazioni e aforismi sulla malattia e i malati.

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Frasi e aforismi di Cesarina Vighy

L’ultima estate (2009, Fazi Editore)

Eccoci qua dopo anni di quiete che si potrebbero chiamare anni felici se solo sapessimo, mentre la si vive, che quella è la felicità.

Dicono che si nasca incendiari e muoia pompieri. A me è successo il contrario: brucerei tutto, adesso.

Più si cresce, meno si capisce: solo lampi nel buio, brandelli di realtà, stracci di verità strappati coi denti.

Ogni matrimonio è un mistero, gaudioso o doloroso (mai glorioso), noto solo ai due sposi.

Perché due nature così diverse, una semplice, in rilievo, ribaldamente in vista, l’altra segreta, buia, la parte concava di un calco, cercano l’una dall’altra il piacere a caso, complementari ma opposte?

Siamo ancora qui, insieme, dopo quarant’anni. Miracolo? Ai miracoli non credo. Piuttosto, al di là della stima, l’affetto, l’amore, si crea spesso un legame inestricabile, una simbiosi, tra oscuri bisogni che cercano, e spesso trovano, un sollievo, una compensazione in quelli dell’altro.

Comunissima inimicizia, quella tra madre e figlia, e reciproca, fatta di ammirazione, di antipatia, di invidia, di fiducia, di sospetto: un legame troppo stretto, come un cordone ombelicale che ti può anche strozzare.

Le cattive figlie diventano cattive madri perché vogliono dare il contrario di quanto hanno ricevuto e quindi sbagliano due volte.

Per chi li ama i libri sono come figli, riconoscibili fra mille copie ingannevolmente uguali, “pezzi ’e core”.

È passata la vita e i sogni hanno sempre lo stesso set, come i film da due soldi.

Nell’occhio del ciclone, ormai lo sanno tutti tranne i giornalisti, vuol dire il posto più tranquillo che c’è, il luogo in cui rifugiarsi nel caso di catastrofe naturale o metaforica.

La cosa più stupida da dire a un malato è che lo si trova molto bene, che è una fissazione, che tutti stanno un po’ giù ecc.
La cosa più triste, invece, è quando non te lo dicono più, anzi non sanno bene che dire.

I malati tornano tutti bambini. Così attraverso un apprendistato di ragionevolezza e di resa alle cure si preparano a quel tempo ormai vicino, in cui mani estranee (speriamo almeno rispettose) li nutriranno, li laveranno, li rivestiranno facendo dei loro corpi quegli oggetti indifesi che sono sempre stati.

All’inizio, la mia malattia non mi faceva molta paura. Forse per il nome, così scientifico e asettico, forse per quei due aggettivi “cronica e inguaribile” che si adattavano a troppe condizioni: la vecchiaia, per esempio, non è anch’essa cronica e inguaribile?

Ho letto, meravigliandomene scioccamente, che le persone curate nel modo a noi consueto (dottori, esami, ricette, raggi, medicinali) sono un’assoluta minoranza sul pianeta, raggruppata tutta nei paesi tecnologicamente civilizzati. Il resto dell’umanità usa la preghiera, le erbe, i maghi, i pianti, le danze, gli scongiuri. Tra quelle pagine ho trovato la cura che vorrei: lo sciamano viene nella tua tenda, guarda il tuo corpo, per molto tempo ti tiene una mano fra le sue; poi, ti mette una cacca di cervo sulla fronte promettendoti di tornare l’indomani. E ritorna.

Il corpo non invecchia tutto assieme; è fatto a pezzi e ogni tanto ce ne giochiamo uno.

Da qualche giorno, da qualche notte, perdo facilmente il respiro, mi pare di soffocare, immagino cosa si prova ad annegare. Il mio sapientissimo medico (anzi professore con anni di studio, pubblicazioni su riviste internazionali, convegni importanti) mi ha detto serio serio: “Provi a mettere un cuscino di più nel letto”.

Il Padreterno, arrivato al decimo comandamento, si fermò: evidentemente gli faceva pietà Mosè che doveva scendere dal monte Sinai, in sandali, trascinandosi già due pietroni pesantissimi con le Tavole della Legge.

Siate curiosi. La curiosità è il motore dell’intelligenza, è una robusta stampella con cui sorreggersi, è la porta aperta sulla vita. Sulla vita che ci trattiene con forza finché non avremo trovato la risposta a quella tal domanda venutaci in mente, fosse pure la più stupida.

Se credete in qualche dio, tenetevelo stretto. Può darsi che serva, all’inizio o alla fine, soprattutto se non vi fate troppe domande di tipo razionale.
Pregatelo invece, o bestemmiatelo; ringraziatelo o maleditelo: servirà, forse, a tenere aperti i canali di comunicazione.

Fatevi venire o, se lo avete già, coltivate il senso dell’umorismo. C’è tanto da ridere al mondo: degli altri, di voi stessi, delle cose che vi parevano così importanti e invece erano così stupide.
Se c’è un momento in cui il nostro occhio vede chiaramente è questo. A meno che non sia offuscato dalle lacrime, lo so.

Solo dopo che ho conosciuto la malattia, la sua ingiustizia e casualità e ho scoperto che siamo infinitamente adattabili, che cambiamo idee e ideali seguendo i peggioramenti, che le nostre richieste diventano minime: ci basta respirare, trascinarci, tirare avanti.

Mia grande amica, mia unica amica è La Gatta: tonda, timida tigre parlante mi ama di più da quando sono malata. Non, come gli umani, “nonostante” sia malata ma “perché” sono malata e sto sempre in casa e molto a letto. Quando dormiamo, non so più se la sua zampa stia sulla mia mano o la mia mano sulla sua zampa. Quando ha da fare, corre via in fretta non prima di voltare la testa un momento per salutare e rassicurarmi: “torno subito”.

Sì. La Natura è davvero un tempio ecc. ecc. anche se le sue colonne possono essere le zampe di un gatto e persino, miracolo, quelle esilissime di un ragno.

Mia madre, senza neanche sapere chi fosse Balzac, aveva avuto un’infanzia balzacchiana.

È autunno fondo ormai.
La pioggia cade ad aghi fini fini, dimostrando ancora una volta quanto sia più elegante l’argento dell’oro.

Terribili i bugiardi in buona fede, e pericolosi, convinti come sono che ogni loro castello in aria sia fatto in realtà di solida muratura.

Camminare eretti e parlare, due facoltà che hanno fatto della scimmia un uomo: io le sto perdendo entrambe.
Restano l’inutile pollice sovrapponibile e l’insopportabile coscienza di me.

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Scendo. Buon proseguimento (2010, Fazi Editore)

Ti svelerò che la malattia, che ti toglie quasi tutto, ti regala anche qualche cosa: per esempio una maggior comprensione dell’altro, empatia e pietas, regali che però chiunque restituirebbe volentieri in cambio della salute magari un po’ stolida di prima.

Dicono i saggi che il mondo si ripete sempre uguale ma io lo trovo peggiorato, se non altro per le dimensioni.

Le comunicazioni più difficili sono quelle tra stanza e stanza di una stessa casa.

Avrai ormai imparato che, per legge di natura, nessuno è attratto dalle persone di cattivo umore, tanto bisognose di gentilezza e di coccole, riservate invece, e senza nessuna cattiva intenzione, a creature positive, cui non sarebbero così necessarie

Hai notato che non siamo mai pronti ad accettare la nostra età come orologi non rimessi a posto con l’ora solare?

Quanto ai problemi “di cuore”, (…) vedo che ora sono di moda (ai miei tempi non c’erano) certi guinzagli talmente estensibili che i cani quasi quasi credono di essere liberi.

Non dirò che si vede la luce in fondo al tunnel perché è la frase pronunciata da quel fesso del generale Westmoreland alla vigilia del disastro in Vietnam…

Ho sempre odiato quei fanatici che si fanno portare in giro per il mondo in carrozzella: quando una fase della vita è chiusa è chiusa e ti resta, finché dura, la testa in cui puoi vivere ogni avventura. Piramide più piramide meno che fa?

Vivere insieme è più facile che viaggiare insieme. Ci vuole una comunanza di gusti, interessi, risorse fisiche assolutamente rara che non può essere simulata (e non è bene che lo sia) fra persone che stanno, in condizioni nuove e talora sgradevoli, insieme per ventiquattr’ore.

Il telefonino non è ancora il signore assoluto del cielo e della terra, infatti in alcuni luoghi non prende proprio.

Non spaventarti: i lupi sono solo cani che hanno fame.

L’eros ha ben poco da spartire col matrimonio che, a poco a poco, trasforma i due sposi in parenti donando perciò loro più che altro il brivido dell’incesto.

Secondo me una corrispondenza non è del tutto uguale a una partita di ping pong, dove si deve rispondere colpo su colpo.
Quindi l’autore del primo può ripeterlo benissimo senza per questo perdere la faccia.

Di speranza ne ho sempre avuta poca, fede niente, mentre con la carità vado un po’ meglio. La mia unica salvezza resta il sense of humour, che mi auguro non mi abbandoni all’ultimo momento.

Le donne hanno bisogno di una situazione sentimentalmente limpida, invece agli uomini basta essere lasciati in pace nella confusione, insomma, come dice il profeta, i secondi odiano chiedere indicazioni stradali mentre le prime non sanno leggere mappe e cartelli.

Poiché anche l’esperimento delle Amazzoni non ha dato alcun frutto, bisognerà pure imparare a convivere con la nostra mezza mela anche se la si trova un po’ sbocconcellata e magari con un vermino (purché sia piccolo) dentro.

Com’è facile dar consigli, eh? Soprattutto su cose che noi non siamo riusciti a fare.

Le generazioni precedenti la vostra mettevano più passione in tutto, persino nel non averne.

Tutti i poeti sono mistici, perché hanno a disposizione la terra e il cielo con cui giocare e una religione da officiare: quella, appunto, della poesia.

Pensa che in Italia due o tre generazioni fa si usavano circa 10.000 nomi che adesso si sono ridotti a 3.000 (come i tipi di mele, le razze bovine e persino le sfumature di colore, non per
selezione naturale ma per l’imperio del mercato e della moda).

Se ricordo bene è proprio la Speranza a restare in fondo al vaso di Pandora dopo che tutti i mali se ne sono scappati via, a infettare il mondo. Dunque, acchiappiamola questa Speranza preziosa, ma con delicatezza, come si prende una bellissima farfalla variopinta, altrimenti ci lascerà solo una polvere d’oro fra le dita.

I malati sono così rompipalle perché si sentono, e sono, sorpassati dalle macchine più veloci. Nessuno più racconta loro l’esatto svolgimento dei fatti, solo un breve riassunto; nessuno chiede più il loro parere, tanto non conta niente; tutti sembrano complottare alle loro spalle.

Questa Chiesa Cattolica (l’ultima al mondo a cui mi convertirei) mi scandalizza. Quando sento che vede la vita in un corpo martoriato da diciassette anni di torture terapeutiche o in poveri embrioni tenuti in frigorifero come lattine di birra vicine alla scadenza, mentre nega una speranza a dei disgraziati che la ripongono nelle staminali, mi viene la bava alla bocca.

Vivere ogni giorno come se fosse l’ultimo e insieme pensare di non morire mai.
L’hanno detto, credendo di essere i primi, Marco Aurelio e Moana Pozzi.

La malattia, cronica e degenerativa, ti dà pure qualcosa: sai distinguere ciò che è importante da ciò che non lo è, sei più sensibile al dolore del mondo, più “intelligente”.
Ma, ripeto, non è un grand’affare.

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Poesie (da L’ultima estate e altri scritti, 2017, Fazi Editore)

Accetta allora un dono di speranza:
mia selvatica rosa, sii felice.
(da Per Alice che si sposa)

Ara del cielo, nessun cielo aspetta
chi non vi crede.
(da Aracoeli)

D’un castello di carte prigioniera
solitaria regina da teatro
piango lacrime vere.
(da Fuori le mura)

Qualche volta il mio ingombrante io
senza volerlo inciampa sopra il tuo.
Qualche altra è il tuo io che urta il mio:
non lo fa apposta ma il dolore è uguale.
Beneducati, si chiedono scusa:
desolati che legge di natura
non permetta mai al due d’essere uno.
(da Aritmetica elementare)

Amore, forse davvero sei un dio,
ma un dio mortale.
(da Amore, vecchio bambino)

I giochi sono fatti: vinto o perso
sommando o sottraendo sempre zero
dà il risultato. E il giocatore
che non si è divertito sente odore
di truffa: al banco chiede invano
risarcimento.
(da La bisca)

Non si consuma il tempo, si distilla
in liquore o in farmaco o in veleno.
(da Per un compleanno speciale)

Se è cieca la fortuna orba è la sorte.
(da Nel libro mastro del dare ed avere)

Stella marina
inconsapevolmente
stella celeste.
(da Haiku e varie)

Dottore in sillogismi, tu che induci
a mendicare un altro po’ di vita
Socrate è un uomo non vorrà mai dire
che filosofi sono tutti gli altri.
(da Per il dottor P.)

Non gettar via la perla di fiume
anche se vale poco per la gente.
Non è riuscita ad essere perfetta
ma l’ostrica, per farla, trovò morte.
(da B. che non vuole disegnare per me)

I gatti assorti nei loro misteri
sanno aspettare che ritorni notte.
(da Piazza Argentina)

1 commento

  1. Che donna intelligente Cesarina Vighi! che piacere leggere la sua ironia, il suo pudore, la sua sobrietà…

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