Le frasi più belle di L’amico ritrovato, di Fred Uhlman

Amico ritrovato - Aforisticamente
Amico ritrovato - Aforisticamente

L’amico ritrovato, pubblicato nel 1971 da Fred Uhlman, è un romanzo breve che racconta l’amicizia tra un ragazzino ebreo, di nome Hans Schwarz, e il coetaneo tedesco Konradin von Hohenfels, entrambi figli unici e profondamente soli.

Il libro è ambientato nella Germania nazista (1933-1945) ed è ispirato alla vita dell’autore Fred Uhlman: l’amicizia tra Hans e Konradin è messa a dura prova dalle leggi razziali, tanto che Hans dovrà fuggire all’estero e scoprirà la verità sul destino dell’amico solo dopo la Seconda guerra mondiale. Hans infatti scopre con grande commozione che l’amico Konradin è stato giustiziato perché coinvolto nell’attentato contro Hitler. Questo fa ritrovare ad Hans i sentimenti perduti verso l’amico scomparso.

Presento una raccolta delle frasi più belle di L’amico ritrovato, romanzo scritto e pubblicato da Fred Uhlman (Stoccarda, 19 gennaio 1901 – Londra, 11 aprile 1985)

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Le frasi più belle di L’amico ritrovato, di Fred Uhlman (Feltrinelli)

Entrò nella mia vita nel febbraio del 1932 per non uscirne più. Da allora è passato più di un quarto di secolo, più di novemila giorni tediosi e senza scopo, che l’assenza della speranza ha reso tutti ugualmente vuoti – giorni e anni, molti dei quali morti come le foglie secche su un albero inaridito. Ricordo il giorno e l’ora in cui il mio sguardo si posò per la prima volta sul ragazzo che doveva diventare la fonte della mia più grande felicità e della mia più totale disperazione.

Studiavo il suo volto fiero, dai tratti cesellati e sono certo che nessun innamorato guardò mai Elena di Troia con altrettanta intensità, né fu più conscio della sua inferiorità.

Lo fissammo come se fosse stato un fantasma. Più ancora del portamento pieno di sicurezza, dell’aria aristocratica, del sorriso appena accennato e vagamente altezzoso, ciò che mi colpi – con me anche gli altri – fu la sua eleganza.

Chi ero io per avere l’ardire di rivolgergli la parola? In quale ghetto d’Europa erano stati rintanati i miei progenitori quando Federico von Hohenstaufen aveva porto a Anno von Hohenfels la sua mano ingioiellata? Cosa potevo mai offrire io, che ero figlio di un medico ebreo, nipote e bisnipote di rabbini e discendente da una famiglia di piccoli commercianti e mercatini di bestiame, a quel ragazzo dai capelli d’oro il cui solo nome bastava a riempirmi di tanta ammirazione? Come avrebbe potuto, dall’alto della sua gloria, capire la mia timidezza, il mio orgoglio, la mia suscettibilità e il mio timore di venire ferito? Cosa poteva mai avere Konradin von Hohenfels in comune con me, Hans Schwarz, privo com’ero di sicurezza e di qualsiasi dote mondana?

Non ricordo esattamente quando decisi che Konradin avrebbe dovuto diventare mio amico, ma non ebbi dubbi sul fatto che, prima o poi, lo sarebbe diventato. Fino al giorno del suo arrivo io non avevo avuto amici. Nella mia classe non c’era nessuno che avrebbe potuto rispondere all’idea romantica che avevo dell amicizia, nessuno che ammirassi davvero o che fosse in grado di comprendere il mio bosogno di fiducia, di lealtà e di abnegazione, nessuno per cui avrei dato volentieri la vita. Ho esitato un po’ prima di scrivere che “avrei dato volentieri la vita per un amico”, ma anche ora, a trent’anni di distanza, sono convinto che non si trattasse di un esagerazione e che non solo sarei stato pronto a morire per un amico, ma l’avrei fatto quasi con gioia.

I giovani tra i sedici e i diciotto anni uniscono in sé un’innocenza soffusa di ingenuità, una radiosa purezza di corpo e di spirito e il bisogno appassionato di una devozione totale e disinteressata. Si tratta di una fase di breve durata che, tuttavia, per la sua stessa intensità e unicità, costituisce una delle esperienze più preziose della vita.

«Ciao, Hans,» mi disse e io all’improvviso mi resi conto con un misto di gioia, sollievo e stupore che era timido come me e,come me, bisognoso di amicizia. Non ricordo più ciò che mi disse quel giorno, né quello che gli dissi io. Tutto quello che so è che, per un’ora, camminammo avanti e indietro come due giovani innamorati, ancora nervosi, ancora intimiditi. E tuttavia io sentivo che quello era solo l’inizio e che da allora in poi la mia vita non sarebbe più stata vuota e triste, ma ricca e piena di speranza per entrambi.

All’inizio i nostri compagni rimasero stupiti, ma in seguito presero sul serio la nostra amicizia, salvo Bollacher, che ci soprannominò “Castore e Polluce”.

Un paio di settimane dopo mi invitò nuova mente a casa sua. Tutto si svolse esattamente come la volta precedente: chiacchierammo, osservammo, paragonammo, ammirammo. Anche stavolta, a quanto pareva, i suoi genitori erano assenti, ma io non me ne dolsi, anche perché ero piuttosto timoroso di incontrarli. La quarta volta che ciò avvenne, tuttavia, cominciai a sospettare che non si trattasse di una coincidenza e a temere che mi invitasse unicamente quando i suoi genitori erano via.
Nonostante mi sentissi vagamente offeso, non osai chiedergli delle spiegazioni al proposito. Poi un giorno mi tornò in mente la fotografia di quel tipo che assomigliava tanto a Hitler, ma subito mi vergognai di avere sospettato, anche per un attimo, che i genitori del mio amico avessero rapporti con un indivi duo del genere.

Il fatto è che non sopporto l’idea di ferirti. Eppure non credo di essere l’unico responsabile; non è facile essere all’altezza del tuo concetto di amicizia!

Quando al sopraggiungere della sera, venne il momento di tornare a casa, attesi che tutti se ne fossero andati. Nutrivo ancora una debole speranza che “lui” fosse rimasto ad aspettarmi… Da allora lo evitai. Sapevo che il farsi vedere con me avrebbe costituito per lui il motivo di imbarazzo e pensai che mi sarebbe stato riconoscente per la mia decisione.

Con gesto lento Konradin richiuse il cancello di ferro che mi separava dal suo mondo. Sapevamo entrambi che non avrei più oltrepassato quel confine e che la casa degli Hohenfels non si sarebbe più aperta ad accogliermi.

Per me niente aveva importanza oltre al fatto che quello era il mio paese, la mia patria, senza inizio né fine, e che essere ebreo non era in fondo diverso che nascere con i capelli neri piuttosto che rossi. Eravamo prima di tutto svevi, poi tedeschi e infine ebrei.

Ricordo ancora un’accanita discussione tra mio padre e un sionista incaricato di raccogliere fondi per Israele. Mio padre detestava il sionismo, che giudicava pura follia. La pretesa di riprendersi la Palestina dopo duemila anni gli sembrava altrettanto insensata che se gli italiani avessero accampato dei diritti sulla Germania perchè un tempo era stata occupata dai romani. Era un proposito che avrebbe provocato solo immani spargimenti di sangue, perchè gli ebrei si sarebbero scontrati con tutto il mondo arabo. E comunque cosa c’entrava lui, che era nato e vissuto a Stoccarda, in Germania?

Quando il sionista accennò ad Hitler, chiedendogli se il nazismo non gli facesse paura, mio padre rispose: “Per niente. Conosco la mia Germania. Non è che una malattia passeggera, qualcosa di simile al morbillo, che passerà non appena la situazione economica accennerà a migliorare. Lei crede sul serio che i compratrioti di Goethe e di Schiller, di Kant e di Beethoven si lasceranno abbindolare da queste sciocchezze? Come osa offendere la memoria dei dodicimila ebrei che hanno dato la vita per questo paese? Für unsere Heimat?

Un giorno un nazista ricevette l’incarico di piazzarsi fuori dalla porta dello studio di mio padre con un cartello su cui era scritto: “Tedeschi, attenti. Evitate gli ebrei. Chiunque avrà a che fare con un ebreo sarà rovinato.” Mio padre, allora, indossò l’uniforme da ufficiale, vi appuntò tutte le sue decorazioni, tra cui la Croce di Ferro di prima classe, e andò a mettersi di fianco al nazista. Questi aveva l’aria sempre più imbarazzata, mentre, pian piano si radunava attorno a loro una piccola folla. All’inizio la gente rimase in silenzio, ma, man mano che il numero dei presenti cresceva, cominciarono a udirsi dei borbottii che si trasformarono ben presto in grida di scherno.
L’ostilità era diretta al nazista tanto che questi, poco dopo, pensò bene di andarsene.

Avevo sempre nutrito una grande ammirazione nei confronti di papà. Mi sembrava dotato di tutte le qualità di cui ero privo, prime tra tutte il coraggio e la chiarezza della mente, poi era un uomo che faceva amicizia facilmente e svolgeva il suo lavoro con scrupolo senza risparmiarsi. Certo, con me era riservato e non riusciva a mostrarmi il suo affetto, ma io sapevo che mi voleva bene e che era orgoglioso di me.

Per la prima volta mi resi conto della mia infinita piccolezza e del fatto che la nostra terra non era altro che un sassolino su una spiaggia dove, di sassolini, ne esistevano a milioni.

È la fortuna che conta, e nient’altro. Fortuna prima di nascere: lo sperma giusto che incontra l’ovulo giusto, i giusti genitori, il posto giusto.

Rivedo con chiarezza il padre che spingeva una delle bambine sull’altalena, in alto, sempre più in alto; il bianco dell’abito e il rosso dei capelli, che oscillavano rapidi tra le tenere foglie verde chiaro dei meli, la facevano sembrare una candela accesa.

Avevo sentito parlare di terremoti nei quali erano state inghiottite migliaia di persone, di fiumi di lava incandescenti che avevano travolto interi villaggi, di onde gigantesche che avevano spazzato via le isole. Avevo letto che un milione di persone erano annegate durante l’inondazione del Fiume Giallo e altri due in quello dello Yangtse. Sapevo che a Verdun avevano perso la vita un milione di soldati. Ma non erano che astrazioni, numeri privi di significato, dati statistici, notizie. Non si può soffrire per un milione di morti.
Quei tre bambini, invece, li avevo conosciuti, li avevo visti con i miei occhi e questo cambiava radicalmente le cose. Cosa avevano fatto loro, quale male avevano commesso i genitori per meritare tutto ciò?

Il problema fondamentale non era più la natura della vita, ma ciò che di questa vita, priva di valore e al tempo stesso preziosa, dovevamo fare. Come impiegarla? A che fine? E per il bene di chi, il nostro o quello dell’umanità? Com’era possibile, insomma, mettere a buon frutto quella brutta realtà che era l’esistere?

Insomma, tutto lasciava pensare che non ci fosse nulla di cui preoccuparsi. La politica riguardava gli adulti; noi avevamo già i nostri problemi.
E quello che ci pareva più urgente era imparare a fare il migliore uso possibile della vita, oltre, naturalmente, a cercare di scoprire quale scopo avesse, se l’aveva, e a chiederci quale potesse essere la condizione umana in questo cosmo spaventoso e incommensurabile.
Questi si che erano veri dilemmi, quesiti di valore eterno, assai più importanti per noi dell’esistenza di due personaggi ridicoli ed effimeri come Hitler e Mussolini.

La morte intacca la nostra fiducia nella vita mostrandoci che, in fin dei conti tutto è ugualmente futile se visto in rapporto alle tenebre che ci attendono. ” Sì, ” futile ” è la parola esatta. Eppure non posso lamentarmi: ho più amici che nemici e ci sono momenti in cui sono quasi felice di essere al mondo – quando guardo il sole che tramonta e la luna che spunta, o vedo la neve sulla cima delle montagne.

Le ragazze erano per noi esseri superiori di straordinaria purezza, a cui bisognava accostarsi come, in passato, avevano fatto i trovatori, con ardore cavalleresco e adorazione distante.

Forse un giorno i nostri cammini si incroceranno di nuovo.
Mi ricorderò sempre di te, caro Hans! Hai avuto una grande influenza su di me. Mi hai insegnato a pensare e a dubitare e, attraverso il dubbio, a ritrovare Gesù Cristo, nostro signore e salvatore.

Le mie ferite non sono guarite e ogni volta che ripenso alla Germania, è come se venissero sfregate con del sale.