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Le frasi più celebri di Indro Montanelli

Indro Montanelli - Aforisticamente

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Indro Montanelli (Fucecchio, 22 aprile 1909 – Milano, 22 luglio 2001), è considerato uno dei più importanti giornalisti italiani del Novecento.

Per circa quattro decenni Indro Montanelli fu il direttore del Corriere della Sera, e successivamente, lasciato il Corriere, diresse per vent’anni un altro quotidiano fondato da lui stesso, il Giornale. Con l’entrata in politica di Silvio Berlusconi, da lui apertamente disapprovata, lasciò Il Giornale e, nel marzo 1994, fondò la Voce, un quotidiano che chiuse l’anno successivo.

Presento una raccolta delle frasi più celebri di Indro Montanelli. Tra i temi correlati si veda Frasi, citazioni e aforismi di Roberto Gervaso, Libri di aforismi da ristampare, Leo Longanesi, Frasi, citazioni e aforismi sull’Italia e gli italiani e Frasi, citazioni e aforismi sul giornalismo e i giornalisti.

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Le frasi più celebri di Indro Montanelli

Gli italiani non imparano niente dalla Storia, anche perché non la sanno.

Chi di voi vorrà fare il giornalista, si ricordi di scegliere il proprio padrone: il lettore.

La democrazia è sempre, per sua natura e costituzione, il trionfo della mediocrità.

Non ho potuto sempre dire tutto quello che volevo, ma non ho mai scritto quello che non pensavo.

La servitù, in molti casi, non è una violenza dei padroni, ma una tentazione dei servi.

Strano paese il nostro. Colpisce i venditori di sigarette, ma premia i venditori di fumo.

Per fortuna che il ridicolo non uccide perché altrimenti in Italia ci sarebbe una strage.

Fra il delinquente e lo stupido ci fa più paura lo stupido. Il delinquente, ogni tanto, si riposa.

I nostri uomini politici non fanno che chiederci, a ogni scadenza di legislatura, «un atto di fiducia». Ma qui la fiducia non basta; ci vuole l’atto di fede.

L’unico consiglio che mi sento di dare – e che regolarmente do – ai giovani è questo: combattete per quello in cui credete. Perderete, come le ho perse io, tutte le battaglie. Ma solo una potrete vincerne. Quella che s’ingaggia ogni mattina, davanti allo specchio.

Siamo tolleranti e civili, noi italiani, nei confronti di tutti i diversi. Neri, rossi, gialli. Specie quando si trovano lontano, a distanza telescopica da noi.

Io non ho nessuna difficoltà ad ammettere di essermi sbagliato perché sono convinto che l’infallibilità sia un’esclusività di Dio e degli imbecilli.

Il bordello è l’unica istituzione italiana dove la competenza è premiata e il merito riconosciuto.

Viviamo in un secolo di urlatori, in cui anche la crociata contro l’urlo non si può fare che urlando.

Il sapere e la ragione parlano, l’ignoranza e il torto urlano.

Noi italiani non crediamo in nulla e tanto meno nelle virtù che qualcuno ci attribuisce. Ma tra di esse ce n’è una nella quale riponiamo una fede incorruttibile: quella della nostra capacità di corrompere tutto.

Un Paese che ignora il proprio Ieri, di cui non sa assolutamente nulla e non si cura di sapere nulla, non può avere un Domani. Io mi ricordo una definizione dell’Italia che mi dette in tempi lontanissimi un mio maestro e anche benefattore, che fu un grande giornalista, Ugo Ojetti, il quale mi disse: «Ma tu non hai ancora capito che l’Italia è un Paese di contemporanei, senza antenati né posteri perché senza memoria».

Lo Stato dà un posto. L’impresa privata dà un lavoro.

Io mi considero un condannato al giornalismo, perché non avrei saputo fare niente altro.

La vocazione a dividerci sempre e su tutto per il nostro «particulare», come lo chiamava Guicciardini, noi italiani ce la portiamo nel sangue, e non c’è legge che possa estirparla.

In Italia a fare la dittatura non è tanto il dittatore quanto la paura degli italiani e una certa smania di avere, perché è più comodo, un padrone da servire. Lo diceva Mussolini: «Come si fa a non diventare padroni di un paese di servitori?»

Io continuo a professarmi uomo di destra: ma la mia destra non ha niente a che fare con quella ‘patacca’ di destra che ci governa.

Nulla finisce mai in tempi certi in Italia, tranne le partite di calcio.

L’Italia ha i politici che si merita. Siamo sicuri che ne troveremmo di migliori? E se ne trovassimo, che cosa, quale “popolo” rappresenterebbero?

Nel vocabolario italiano, «idealista» diventa sinonimo di «fesso» e «intelligenza» di «furberia».

La Sinistra ama talmente tanto i poveri che ogni volta che va al potere li aumenta di numero.

Noi l’Italia la vediamo realisticamente qual è: non un vivaio di poeti, di santi e di navigatori, ma una mantenuta costosa e scostumata: ma è la sola che riesce a riscaldare il nostro letto e a farci sentire uomini, anche se cornuti.

Come dissi scherzando a Nilde Iotti quando venne a trovarmi al Giornale, tenevo una vecchia icona di Stalin perché è il comunista che ammiro di più: quello che ha fatto fuori più comunisti.

La depressione è una malattia democratica: colpisce tutti.

Le uniche lacrime sincere sono quelle che versiamo da soli in una stanza buia e priva di specchi.

Il disprezzo va usato con parsimonia in un mondo così pieno di bisognosi.

La deontologia professionale sta racchiusa in gran parte, se non per intero, in questa semplice parola: onestà.

Tocqueville diceva che «è nel sonno della pubblica coscienza che maturano le dittature».

Io vidi nascere dal ‘68 una bella torma di analfabeti, che poi invasero la vita pubblica italiana e anche quella privata, portando i segni della propria ignoranza.

Io ho dei rancori verso il regime e il suo Duce.
Non per i guai che mi hanno procurato, sebbene piuttosto pesanti. Ma per lo sperpero che essi hanno fatto di quel patrimonio di speranze che io e tanti altri giovani della mia generazione ci avevamo investito.

Questo è un Paese senza memoria, dove l’unica cosa da fare è cercare di non morire perché chi muore (fatte salve la solita mezza dozzina di sacre mummie: Dante Petrarca, eccetera, che nessuno legge) è morto per sempre. È un Paese senza passato, il nostro, che non accumula né ricorda nulla. Ogni generazione non solo seppellisce quella precedente, ma la cancella.

Anche quando avremo messo a posto tutte le regole, ne mancherà sempre una: quella che dall’interno della sua coscienza fa obbligo a ogni cittadino di regolarsi secondo le regole.

Fare gl’Italiani doveva rivelarsi impresa molto più difficile che fare l’Italia. Tant’è vero che vi siamo ancora impegnati.

Nei grandi giornali di oggi chi comanda non è più nemmeno il direttore: è l’ufficio marketing.

La nostra classe politica ha fatto del partito una specie di totem intoccabile e gli ha attribuito tutti i poteri, con in più un diritto: il diritto di abusarne.

I ricordi vanno messi sotto teca, appesi a una parete e guardati. Senza tentare di rinnovarli. Mai.

Tutta la mia vita è stata contesa fra la noia di vivere insieme e la paura di vivere solo.

Razzismo: pensarci sempre, parlarne mai. Risorgimento: parlarne sempre, pensarci mai.

Fascismo. Il più comico tentativo per instaurare la serietà.

Forse uno dei guai dell’Italia è proprio questo, di avere per capitale una città sproporzionata per nome e per storia, alla modestia di un Popolo che quando grida “forza Roma” allude solo ad una squadra di calcio.

Da quando ho cominciato a pensare, ho pensato che sarei stato un giornalista. Non è stata una scelta. Non ho deciso nulla. Il giornalismo ha deciso per me. E questa è stata una delle mie tante fortune, posto che tutto quel che ho fatto lo debbo soprattutto a un alleato ch’è sempre rimasto al mio fianco: il caso.

Mi confermo in due mie vecchie opinioni. Il guaio del socialismo è il socialismo, cioè sta proprio nel suo sistema statalistico. Il guaio del capitalismo sono i capitalisti che, quasi sempre bravissimi all’interno della loro azienda, fuori di lì sono spesso degli ottusi e noiosi imbecilli, e talvolta anche peggio.

La cultura si è chiusa nella torre eburnea. Rimane lì, arroccata in sé stessa, perché ha orrore dei contatti col pubblico, si crede diminuita dai contatti col pubblico. Questa è la cultura italiana. È una cultura di cretini.

Il bello dei politologi è che, quando rispondono, uno non capisce più cosa gli aveva domandato.

Conosco molti furfanti che non fanno i moralisti, ma non conosco nessun moralista che non sia un furfante.

Se c’è una caccia alle streghe, vado prima di tutto a sentire le ragioni delle streghe.

Omosessuale. Persona alle cui spalle avviene sempre qualcosa.

Al conformismo l’ironia fa più paura d’ogni argomentato ragionamento.

Quando il direttore di un quotidiano va in ferie, corre il rischio che le vendite del giornale, in sua assenza, diminuiscano. Ma ne corre uno maggiore: che aumentino.

Se un articolo di giornale contiene due idee, una è di troppo.

Un giorno dissi al cardinal Martini: ma non si può scomunicare la televisione, non si possono mandare al rogo un po’ di quelli che la fanno?

Gli eroi sono sempre immortali agli occhi di chi in essi crede. E così i ragazzi crederanno che il Torino non è morto: è soltanto “in trasferta”.

Una Giustizia che per istruire un processo impiega sei o sette anni e poi non riesce a chiuderlo con una sentenza che non si presti a rimetterlo, con qualche marchingegno, in gioco, è un meccanismo di cui bisogna assolutamente rivedere e rifare gl’ingranaggi: «Giustizia ritardata – dice Montesquieu – è Giustizia negata».

Le confesso che il suo piglio perentorio e inquisitorio mi disturba alquanto, anche perché mi lascia capire che lei parte da convinzioni così granitiche da rendere vano ogni tentativo d’insinuarvi almeno un dubbio.

Io accetto benissimo i comunisti: i comunisti sono gente seria, pericolosissimi, ma seri. I radical chic no.

Noi, di fascismi ne conosciamo e ne esacriamo uno solo: quello di chi appiccica questa etichetta a qualunque idea o opinione che non corrisponde alle sue. Di questo giuoco, la nostra sinistra è spesso maestra. Non per nulla lo stesso Mussolini veniva dai suoi ranghi.

È la solita bruciante delusione, questa nostra borghesia. Non cambia mai, è sempre la stessa: la più vile di tutto l’Occidente. Gente portata a correr dietro a chi alza la voce, a chi minaccia, al primo manganello che passa per la strada. Questo sono i nostri borghesi: tutti fascisti sotto il fascismo, poi tutti antifascisti fin dall’indomani.

Il fascismo privilegiava i somari in divisa. La democrazia privilegia quelli in tuta. In Italia, i regimi politici passano. I somari restano. Trionfanti.

I riformatori italiani, quando si tratta di riformare ciò che non ha bisogno di essere riformato, sono instancabili. L’attività dell’Ucas, Ufficio complicazioni affari semplici, come ricordava un altro lettore esasperato, è frenetica.

Una delle eterne regole italiane: nel settore pubblico, tutto è difficile; la buona volontà è sgradita; la correttezza, sospetta. Per questo, le persone capaci continueranno a tenersi a distanza di sicurezza dalla «cosa pubblica», lasciando il posto ai furbastri (magari bravi) e alle mezze cartucce (magari oneste). Così, purtroppo, vanno le cose in questo bizzarro paese.

In questo Paese dai mille controlli non esiste nessun controllo proprio perché ne esistono troppi.

Sono e rimango convinto che fin quando noi italiani ci affideremo soltanto alla Legge – o, come ora usa chiamarla, alle «regole» –, rimarremo quello che siamo, coi vizi che abbiamo, fra cui quello di accatastare regole su regole al solo scopo di metterle in contraddizione l’una con l’altra per poterle meglio evadere.

Che gli italiani siano capaci di emanare leggi di riforma, ci credo senz’altro. L’Italia è la più grande produttrice di regole, ognuna delle quali è una riforma, è la riforma di un’altra regola. Gli stessi esperti pare che abbiano perso il conteggio delle leggi, dei regolamenti che vigono in Italia: c’è qualcuno che parla di 200.000, altri di 250.000. Ora, quando si pensa che la Germania ha in tutto 5.000 leggi, la Francia pare 7.000, l’Inghilterra nessuna, quasi nessuna – ha dei principi, così stabiliti. A cosa ha portato tutta questa proliferazione? A riempire gli scantinati dei nostri pubblici uffici, dove ci sono questi mucchi di legge che nessuno va nemmeno a consultare perché ognuna di queste leggi poi offre il modo di evaderle. Questa è la grande abilità dei legislatori italiani. I legislatori italiani sono quasi tutti degli avvocati. E gli avvocati a che cosa pensano? A ingarbugliare le leggi in modo da restarne loro i supremi e unici depositari.

Ogni italiano è insieme furbo e fesso. L’italiano è furbissimo nella gestione dei suoi affari privati, può ricorrere a tutte le astuzie, è attento, è accorto, ed è assolutamente fesso nel non rendersi conto che se i suoi affari privati rimangono immessi in una società che non funziona – cioè dove gli interessi generali vengono trascurati e negletti – i suoi interessi privati finiscono col soffrirne e col condurlo al fallimento. Questo, a noi italiani, non entra in testa.

La corruzione non è soltanto nella politica: è nella società italiana! Noi italiani abbiamo sempre corrotto tutti! Tutti coloro che sono venuti in Italia a fare i padroni li abbiamo corrotti. Noi dobbiamo metterci in testa che la lotta alla corruzione la si fa in un modo solo: cambiando gli italiani, non cambiando le classi politiche. Le classi politiche, anche quelle nuove, si corrompono. È inevitabile.

Infine, c’è quello che io considero il vero, grande vantaggio dell’euro: una volta dentro, non potremo tornare all’allegra finanza pubblica d’un tempo.

Siamo un paese cattolico, che nella Provvidenza ci crede o almeno ne è affascinato. Il pericolo è questo: gli italiani sentendo aria di provvidenza sono sempre pronti a mettersi in fila speranzosi.

In Italia un colpo di piccone alle case chiuse fa crollare l’intero edificio, basato su tre fondamentali puntelli, la Fede cattolica, la Patria e la Famiglia. Perché era nei cosiddetti postriboli che queste tre istituzioni trovavano la più sicura garanzia.

Tutta l’intellighenzia italiana ha una vecchia tradizione di servilità, com’è logico, perché si è sviluppata in un Paese analfabeta, per secoli e secoli analfabeta. Non avendo il lettore doveva per forza procurarsi il protettore. Scriveva per il protettore.

Per me la destra non è una ideologia: è un modello di comportamento. Si può essere di destra anche a sinistra. Questo comportamento è il criterio rigoroso del servizio della vita pubblica.

Quando si farà l’Europa unita; i francesi ci entreranno da francesi, i tedeschi da tedeschi e gli italiani da europei.

Scusate se non mi emoziono a vedere 22 miliardari in pantaloncini corti che corrono dietro a un pallone.

Questo è l’ultimo articolo che compare a mia firma sul giornale da me fondato e diretto per vent’anni. Per vent’anni esso è stato – i miei compagni di lavoro possono testimoniarlo – la mia passione, il mio orgoglio, il mio tormento, la mia vita. Ma ciò che provo a lasciarlo riguarda solo me: i toni patetici non sono nelle mie corde e nulla mi riesce più insopportabile del piagnisteo.
(12 gennaio 1994)

Io ebbi una moglie etiopica, nel senso che la comprai secondo l’uso locale. Gli usi locali erano questi. Tutti, anche gli etiopici, compravano la moglie. [«Quanto costava una moglie?»] Poco. Costava poco, mi pare che mi costò – allora, però (anno 1935) – 500 lire e un tucul trattando col suocero.

Dal 1938 non appartengo più al Partito fascista. Sono liberale ma non ho svolto nessuna attività in seno al partito omonimo. Ho considerato un giorno di lutto nazionale quello dell’alleanza fra Italia e Germania; ugualmente catastrofico per noi e per voi il nostro intervento in guerra. Considero l’8 settembre come un evento vergognoso e necessario
(Deposizione resa da Montanelli nel primo interrogatorio nella prigione tedesca nel 1943)

Io non voglio soffrire, io non ho della sofferenza un’idea cristiana. Ci dicono che la sofferenza eleva lo spirito; no la sofferenza è una cosa che fa male e basta, non eleva niente. E quindi io ho paura della sofferenza. Perché nei confronti della morte, io, che in tutto il resto credo di essere un moderato, sono assolutamente radicale. Se noi abbiamo un diritto alla vita, abbiamo anche un diritto alla morte. Sta a noi, deve essere riconosciuto a noi il diritto di scegliere il quando e il come della nostra morte.

Io non mi considero affatto ateo e non capisco come si possa esserlo.

Dio è ciò che non comincia e non finisce.

Purtroppo a me la sorte ha riservato di portarmi nella tomba le due cose che ho più amato: il mio mestiere e il mio Paese. Che cosa sia diventato il primo, annientato da computer e televisione, è sotto gli occhi di tutti. Quanto al secondo, la cancrena è ormai inarrestabile e la decomposizione sta avvenendo per dissoluzione di quel poco che resta dello Stato.

La vita è come il pane: col trascorrere del tempo diventa più dura, ma quanto meno ne resta tanto più la si apprezza.

Gli uomini sono buoni con i morti quasi quanto sono cattivi con i vivi.

Se debbo chiudere gli occhi senza sapere da dove vengo e dove vado, valeva la pena che li aprissi?

Mercoledì 18 luglio 2001, ore 1:40 del mattino. Giunto al termine della sua lunga e tormentata esistenza – Indro Montanelli – giornalista – Fucecchio 1909, Milano 2001 – prende congedo dai suoi lettori ringraziandoli dell’affetto e della fedeltà con cui lo hanno seguito. Le sue cremate ceneri siano raccolte in un’urna fissata alla base, ma non murata, sopra il loculo di sua madre Maddalena nella modesta cappella di Fucecchio. Non sono gradite né cerimonie religiose, né commemorazioni civili.
(Necrologio su se stesso scritto da Indro Montanelli)

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Frasi e opinioni di Indro Montanelli su personaggi famosi

Quando mi viene in mente un bell’aforisma, lo metto in conto a Montesquieu, od a La Rochefoucauld. Non si sono mai lamentati.

Grillo appartiene ad una specie animale particolare, formata da un solo esemplare: lui. O lo strozziamo o lo applaudiamo. Io, appena posso, lo applaudo.

Giulio Andreotti andava, mi dicono, a messa insieme a De Gasperi, e tutti credevano che facessero la stessa cosa. Ma non era così. In chiesa, De Gasperi parlava con Dio; Andreotti col prete. Era una divisione di compiti perfetta.

Sempre più si diffonde sulla nostra stampa il brutto vezzo di chiamare Andreotti col nome di Belzebù. Piantiamola. Belzebù potrebbe anche darci querela.

Un giorno fui convocato a Palazzo Venezia, era il 1932 e avevo 23 anni, perché il duce voleva vedermi. Ero emozionatissimo, entrai e mi misi sull’attenti, e il duce che faceva finta di scrivere mi lasciò lì per un quarto d’ora e alla fine mi disse: “Ho letto il vostro articolo sul razzismo (avevo scritto un articolo contro il razzismo). Bravo, vi elogio. Il razzismo è roba da biondi (non si era accorto che ero biondo), continuate così. Sei anni dopo fece le leggi razziali. Perché questo era Mussolini, diceva una cosa e ne faceva un’altra, secondo il vento del momento. Non creava il vento, vi si accodava da buon italiano.

[Rivolto a Berlusconi che voleva imporsi sulla linea editoriale de il Giornale] Nell’arte dell’imprenditoria, tu sei di certo un genio, ed io un coglione. Ma nell’arte della polemica il genio sono io, e tu il coglione.

Silvio Berlusconi è il bugiardo più sincero che ci sia, è il primo a credere alle proprie menzogne. È questo che lo rende così pericoloso. Non ha nessun pudore. Berlusconi non delude mai: quando ti aspetti che dica una scempiaggine, la dice.

Berlusconi è una persona intelligente finché riesce a ragionare col suo cervello: il suo cervello è valido. Ma lui, oltre al cervello, ha le viscere, e molto spesso le viscere prendono la prevalenza sul cervello. E quando lui si abbandona alle viscere, secondo me, diventa uomo pericoloso.

Berlusconi non ha idee: ha solo interessi.

Berlusconi ha un sacco di qualità. C’è da dire, ha una grande immaginazione, una grande fantasia; ha un coraggio leonino nel buttarsi nelle imprese; sa trascinare molto bene; è un comunicatore eccezionale, sa accendere i suoi seguaci di entusiasmi eccetera eccetera, mi ricordo che una volta gli dissi: «Io sono sicuro che se tu ti mettessi a fabbricare dei vasi da notte, faresti venire la voglia di fare pipì a tutta l’Italia»

In ogni uomo, specie se grande, non c’è mai o quasi mai uno solo; ce ne sono due o tre, talvolta anche di più. Ricordati di Giulio Cesare: il più grande Generale, il più grande statista, e la più grande canaglia di tutti i tempi.

Di tangenti Giulio Cesare ne prese parecchie. Ma a differenza dei mariuoli di oggi era anche un grande legislatore, un grande generale, un uomo di un’efficienza straordinaria. I nostri sono dei ladri. Ladri e basta.

In un’intervista alla Stampa, Giorgio Bocca ha detto che io sono un bravissimo giornalista che non capisce nulla di politica. Bocca non mi delude mai: riesce sempre a dire di me quello che io penso di lui.

La nomina dell’on. Aldo Aniasi a presidente della Commissione Cultura di Montecitorio ha suscitato perplessità e critiche, a nostro avviso del tutto infondate. Aniasi è effettivamente un uomo colto. Anche se mai sul fatto.

I Savoia sono come le patate: la parte migliore è sottoterra.

Certamente Mussolini fu un grossissimo politico, un uomo politico di grandissimo fiuto, di tempismo formidabile: lo dimostrò la facilità con cui vinse. Forse dovuta per metà alle sue capacità, alla sua bravura ‐ parlo sempre come politico ‐ e per metà all’insipienza, alla nullaggine dei suoi avversari, perché è tempo oramai di dire anche questo. Non c’è dubbio che il potere assoluto guastò completamente Mussolini: il Mussolini del 1930 non era certamente quello del 1940, il Mussolini di dieci anni dopo l’avvento al potere era diventato una specie di marionetta, la caricatura di sé stesso. Aveva perso proprio il senso della realtà, che era stato invece il suo forte da principio, il contatto col pubblico lo aveva perso, il senso della misura, e lo aveva dimostrato poi con gli errori madornali che ha fatto. Nei primi dieci anni credo che alcune cose buone le abbia fatte. Non credo che abbia ucciso la democrazia, credo che l’abbia soltanto seppellita perché era già morta.

Il guaio di Scalfari non è che dice quel che pensa. Il guaio di Scalfari è che pensa quel che dice.

In una conferenza stampa a Nuova Delhi, Henry Kissinger ha dichiarato che verrà a Roma e andrà a pranzo dal presidente Leone, ma non parlerà di politica perché quella italiana è, per lui, troppo difficile da capire. È la prima volta che Kissinger riconosce i limiti della propria intelligenza. Ma vogliamo rassicurarlo. A non capire la politica italiana ci sono anche cinquantacinque milioni di italiani, compresi coloro che la fanno.

Gianni Agnelli parla con la propria bocca, pensa con il cervello di Valletta, col cuore di Giulio De Benedetti e con gli interessi polivalenti della Fiat.

Ecco il nostro telegramma di congratulazioni e auguri a Pertini: «Che Dio le conceda il coraggio, Presidente, di fare le cose che si possono e che si debbono fare; l’umiltà di rinunziare a quelle che si possono ma non si debbono, e a quelle che si debbono ma non si possono fare; e la saggezza di distinguere sempre le une dalle altre».

Pertini ha interpretato al meglio il peggio degli italiani.

Non è necessario essere socialisti per amare e stimare Pertini. Qualunque cosa egli dica o faccia, odora di pulizia, di lealtà e di sincerità.

Ogni buon padre di famiglia deve, al principio della giornata, sapere quanto la famiglia ha in cassa e quanto può spendere.
Einaudi conosce a memoria le cifre dell’economia italiana, come i re che lo precedettero conoscevano a memoria i nomi e i motti dei reggimenti.

Qui riposa Amintore Fanfani amico dei nemici, nemico degli amici, figlio di De Gasperi, padre di nessuno.

Scalfaro, democristiano talmente anomalo, che si permette persino di credere in Dio.

Il destino di Bacchelli sarà l’opposto di quello del maiale: di lui, dopo morto, ci sarà da buttar via tutto.

Bacchelli lavora infaticabilmente, da sessant’anni, alla costruzione di un piedestallo su cui, alla sua morte, non sapremo cosa posare.

Enrico Mattei amava solo il potere, e l’amore del potere esclude tutti gli altri.

Anche noi italiani dobbiamo qualcosa a Elvis Presley: quella di offrirci una delle rare occasioni in cui preferiamo essereitaliani piuttosto che americani.

Francesco Alberoni, il sociologo per antonomasia, ha scoperto che il concetto di vacanza, che fa tanto presa sulle masse e ne sommuove le torrentizie migrazioni estive, non è che una trasposizione collettiva del sogno dell’isola felice. Anche noi sogniamo, e non soltanto d’estate, l’isola felice: un’isola in cui a nessuno sia consentito guadagnarsi una cattedra universitaria con simili baggianate.

Riferiscono le cronache che quando è giunta in tribunale la notizia dell’assassinio di Walter Tobagi, il brigatista Corrado Alunni l’ha accolta con una sghignazzata di tripudio. Abbiamo sempre combattuto la pena di morte sul presupposto che l’uomo non ha il diritto di uccidere l’uomo. Il presupposto lo confermiamo. Ciò di cui cominciamo a dubitare è che gli Alunni e quelli come lui siano uomini. Sui cadaveri sghignazzano le jene.

Curcio non sparava alle spalle, sparava di fronte, andava di persona a sparare. Naturalmente siamo su delle barricate opposte, ma io stimo Curcio. Lo stimo. È un uomo che secondo me ha delle idee sbagliate ma le serve, le serve da soldato vero. Con un suo galateo. Col suo coraggio. Senza mai rinnegarsi. Non si è pentito!

L’elenco degli affiliati alla P2 comprende, dicono, 953 nomi, cui corrispondono i più alti gradi della politica, della magistratura, delle forze armate, della burocrazia, dell’industria, della finanza. Tutti «fratelli». È la riprova che, in questo Paese, guai ai figli unici.

La Lega è una cosa sgradevole. Però le Leghe sono un fenomeno di reazione a una provocazione. È la politica nazionale, che fa nascere le Leghe. Questo non vuol dire che io le approvi. La reazione è sbagliata, ma provocazione c’è, le degenerazioni della partitocrazia ci sono. Che il pubblico denaro sia male amministrato e che a farne le spese siano soprattutto i cittadini del Nord non è contestabile.

Mai visto così tanto entusiasmo patriottico, tanti tricolori per le strade come per la finale degli azzurri al Mundial. Nella tomba di Caprera, le ossa di Garibaldi fremono di invidia. Per unificare l’Italia «in un solo grido, in una sola passione» gli erano accorsi mille uomini. A Bearzot ne sono bastati undici.
(12 luglio 1982)

Gli scrittori Mario Soldati (Psi) e Gianni Brera (Psi) sono stati trombati. Peccato. Il Parlamento era l’unico posto in cui, dovendo parlare per gli altri, forse avrebbero finalmente taciuto.

Giovedì sera annuncio a sorpresa di Emilio Fede nel suo Tg4: «Adesso – ha detto – voglio parlarvi di informazione». C’è sempre una prima volta.

Molti lettori ci chiedono quale missione sta svolgendo l’on. Capanna a Tripoli, quali motivi l’hanno spinto da Gheddafi. Non ne sappiamo granché: non siamo abituati a ficcare il naso nelle altrui questioni di famiglia.

A Pannella dobbiamo veramente due cose, malgrado le sue mattane. Effettivamente riuscì a impedire a una certa aliquota di giovani di finire in braccio al terrorismo, cioè gli dette un’altra bandiera. E alcune battaglie sue furono sacrosante, come quella del divorzio che appoggiammo. Poi verso Pannella io ho una certa simpatia, dovuta al mio vecchio fondo anarchico, libertario, che ritrovo in lui. È una simpatia genetica. Ritrovo in lui quello che io sono stato a vent’anni.

Da un sondaggio condotto tra i francesi risulta che il personaggio più noto d’Oltralpe è Marcello Mastroianni, conosciuto dall’83 per cento degli intervistati. Il 97 per cento dei francesi invece confessa di non sapere chi sia Ciriaco De Mita. Quando si dice un Paese fortunato…

Ciriaco De Mita. Uno al quale De Gasperi non avrebbe offerto neppure un posto da fattorino.

La fine di De Gasperi è la fine di un’epoca: con lui finisce un’epoca e ne comincia un’altra non certamente migliore.

Dopo l’onestissimo Einaudi viene Gronchi, che è l’indulgenza plenaria verso tutte le deviazioni e i deviazionisti d’Italia.

Credevamo che l’assassinio di Aldo Moro, così come è stato eseguito, fosse il colmo dell’infamia. Abbiamo dovuto ricrederci. Al comizio di protesta svoltosi in piazza Duomo a Milano subito dopo la macabra scoperta in via Caetani a Roma, un gruppo di ultrà ha gridato: «Moro fascista!». Preferiamo le zanne delle belve alla bava degli sciacalli.

Craxi era un uomo di partito certamente molto accorto, era un uomo valido di governo perché sapeva decidere. Che cosa fosse lo Stato, da buon socialista, non lo sapeva.

Il caso Chiesa era un caso modestissimo. Fece da detonatore perché il momento era maturo per arrivare a Tangentopoli, che era dovuto a una cosa molto più complessa che era questa: che ci fosse la corruzione in Italia si è sempre saputo, la classe dominante promanava questo puzzo di fogna che tutti sentivano, il famoso «turarsi il naso». Soltanto che fin quando l’alternativa di questa classe politica allora al potere era un Partito comunista, che era un fac-simile di quello sovietico, basato sui carri armati, sulla polizia segreta, sulle delazioni, sui processi, finché c’era questo spettro noi non potevamo prenderci il lusso di mettere sotto processo e mandare in galera la classe politica dirigente allora. Fu quando, col Muro di Berlino, crollò questo incubo che i tempi furono maturi perché questo avvenisse.

Al tavolo di pace di Versailles, il vecchio prostatico Clémenceau, guardando il nostro Orlando continuamente in lacrime per le umiliazioni che, a suo dire, gli Alleati gl’infliggevano, bofonchiava: «Ah, se io potessi pisciare come lui piange!».

Leo Longanesi che amava Marcello Marchesi rabbiosamente per lo spreco che faceva del suo talento, quando lo incontrava, gli diceva: “Devo fare una telefonata, mi dai un gettone di intelligenza?”. E un giorno mi ordinò un epitaffio per lui. Eccolo: “Qui giace un nessuno — che se avesse voluto — avrebbe potuto diventare — Marcello Marchesi —. Purtroppo o per fortuna — non lo seppe mai —. Come tutti i geni — era un cretino”.

Io non stavo con Longanesi per ragioni ideologiche, anche perché io non ho mai capito quale ideologia avesse Longanesi. Longanesi non lo si poteva misurare sul piano ideologico, era sempre contro tutto e contro tutti. Era il frondista principe: lo è stato sotto il fascismo – e in fondo fece il più bel settimanale, forse, che abbia avuto l’Italia in questi ultimi decenni, credo: Omnibus, che fu chiuso dal regime – e si è trovato sempre male con tutti i regimi.

[Sul funerale di Leo Longanesi] Al cimitero ci si ritrovò in una decina di persone, non di più. Non ci furono cerimonie né discorsi. Solo la piccola Virginia, che avrà avuto quattordici anni, mentre la bara di suo padre calava nella tomba, mormorò: «E dire che gli orfani mi sono sempre stati così antipatici…» Una frase che sarebbe piaciuta moltissimo a Leo.

Carnevale ha dichiarato in un’intervista che la notte non ha bisogno di sonniferi per dormire perché, nei confronti della Legge, la sua coscienza è a posto. Ci crediamo senz’altro. Ma se si ponesse la stessa domanda nei confronti della Giustizia, mi domando se i suoi sogni sarebbero altrettanto tranquilli. E ci rendiamo tuttavia conto che questa domanda non se la porrà mai, e anzi gli sembrerà del tutto stravagante. Perché, per un magistrato italiano, la Legge con la Giustizia non ha nulla a che fare.