Le frasi più belle e celebri di Zygmunt Bauman

Zygmunt Bauman (Poznań, 19 novembre 1925 – Leeds, 9 gennaio 2017) è considerato uno dei più importanti sociologi e pensatori del Novecento.

A Zygmunt Bauman si deve la nota definizione di “modernità liquida”, di cui è uno dei più acuti osservatori e la cui concettualizzazione ha influenzato gli studi in tutti i campi delle scienze umane.

Presento una raccolta delle frasi più belle e celebri di Zygmunt Bauman. Tra i temi correlati Frasi, citazioni e aforismi di Marshall MCLuhan, Frasi, citazioni e aforismi di Sigmund Freud, Le frasi più belle di Erich Fromm, Frasi, citazioni e aforismi sul consumismo e Frasi, citazioni e aforismi sulla globalizzazione.

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Le frasi più belle e celebri di Zygmunt Bauman

La nostra è l’epoca del puro individualismo.

L’attenzione verso il corpo si è trasformata in una preoccupazione assoluta e nel più ambito passatempo della nostra epoca.

L’amore liquido è un amore diviso tra il desiderio di emozioni e la paura del legame.

I cellulari consentono a chi se ne sta in disparte di tenersi in contatto e a chi si tiene in contatto di restarsene in disparte.

I legami sono stati sostituiti dalle “connessioni”. Mentre i legami richiedono impegno, ‘connettere’ e ‘disconnettere’ è un gioco da bambini. Su Facebook si possono avere centinaia di amici muovendo un dito. Farsi degli amici offline è più complicato. Ciò che si guadagna in quantità si perde in qualità. Ciò che si guadagna in facilità (scambiata per libertà) si perde in sicurezza.

Tendiamo a non tollerare la routine, perché fin dall’infanzia siamo stati abituati a rincorrere oggetti ‘usa e getta’, da rimpiazzare velocemente. Non conosciamo più la gioia delle cose durevoli, frutto dello sforzo e di un lavoro scrupoloso.

L’introspezione è un’attività che sta scomparendo. Sempre più persone, quando si trovano a fronteggiare momenti di solitudine nella propria auto, per strada o alla cassa del supermercato, invece di raccogliere i pensieri controllano se ci sono messaggi sul cellulare per avere qualche brandello di evidenza che dimostri loro che qualcuno, da qualche parte, forse li vuole o ha bisogno di loro.

La generazione meglio equipaggiata tecnologicamente di tutta la storia umana è anche la generazione afflitta come nessun’altra da sensazioni di insicurezza e di impotenza.

L’uniformità nutre il conformismo, e l’altra faccia del conformismo è l’intolleranza.

L’esercizio dell’intolleranza trae origine dall’insicurezza.

Oggi tutti sono al corrente e nessuno ha la più pallida idea.

In una società satura di informazioni i titoli servono soprattutto (e molto efficacemente) a cancellare dalla memoria pubblica i titoli del giorno prima.

Gli uomini e donne disperati perché abbandonati a se stessi, che si sentono degli oggetti a perdere, che anelano la sicurezza dell’aggregazione e una mano su cui poter contare nel momento del bisogno, e quindi ansiosi di “instaurare relazioni” sono al contempo timorosi di restare impigliati in relazioni “stabili”, per non dire definitive, poiché paventano che tale relazione possa comportare oneri e tensioni che non vogliono né pensano di poter sopportare e che dunque possa fortemente limitare la loro tanto agognata libertà di instaurare relazioni.

Le possibilità romantiche si susseguano a ritmo crescente e in quantità sempre copiosa facendo a gara nel superarsi a vicenda e nel lanciare promesse di essere più soddisfacenti e appaganti.

In una cultura consumistica come la nostra, che predilige prodotti pronti per l’uso, soluzioni rapide, soddisfazione immediata, risultati senza troppa fatica, ricette infallibili, assicurazione contro tutti i rischi e garanzie del tipo “soddisfatto o rimborsato”, l’amore eterna diventa sempre più una meta irraggiungibile.

Ogni volta che ti impegni sentimentalmente, per quanto alla leggera, ricordati che stai probabilmente chiudendo la porta ad altre opportunità romantiche (vale a dire che stai abdicando al diritto di “rimetterti a caccia”.

Lo scopo del gioco del consumo non è tanto la voglia di acquisire e possedere, né di accumulare ricchezze in senso materiale, tangibile, quanto l’eccitazione per sensazioni nuove, mai sperimentate prima. I consumatori sono prima di tutto raccoglitori di sensazioni: sono collezionisti di cose.

Vogliamo più macchine, e macchine più veloci, per raggiungere le foreste alpine, solo per scoprire alla fine del viaggio che non esistono più, che sono state distrutte dai gas di scarico.

L’amore è un mutuo ipotecario su un futuro incerto e imperscrutabile.

Investire sentimenti profondi nel rapporto e fare un giuramento di fedeltà significa correre un rischio enorme: ti rende “dipendente” dal tuo partner.

Il fallimento di una relazione è quasi sempre un fallimento di comunicazione.

Viviamo in un mondo sempre più globalizzato. Questo significa che tutti noi, consapevolmente o meno, dipendiamo gli uni dagli altri.

Di fatto, senza il cellulare non andresti “da nessuna parte” («nessuna parte» è di fatto lo spazio senza un cellulare, oppure con un cellulare fuori campo o con la batteria scarica). E una volta che hai il cellulare al tuo fianco non sei mai “fuori” o “via”.

Le unioni poggiano esclusivamente sul nostro chattare e digitare; l’unione dura soltanto fino a quando si continua a comporre un numero, a chattare e a inviare messaggi. Smetti di parlare e sei fuori. Il silenzio equivale all’esclusione.

Nel mondo liquido-moderno la solidità delle cose, così come la solidità dei rapporti umani, tende a essere considerata male, come una minaccia: dopotutto, qualsiasi giuramento di fedeltà e ogni impegno a lungo termine (per non parlare di quelli a tempo indeterminato) sembrano annunciare un futuro gravato da obblighi che limitano la libertà di movimento e riducono la capacità di accettare le opportunitànuove e ancora sconosciute che (inevitabilmente) si presenteranno.

La prospettiva di trovarsi invischiati per l’intera durata della vita in qualcosa o in un rapporto non rinegoziabile ci appare decisamente ripugnante e spaventosa.

Nel nostro mondo di individualismo rampante, le relazioni presentano i loro pro e contro. Vacillano costantemente tra un dolce sogno e un orribile incubo, e nessuno può mai dire quando l’uno si trasforma nell’altro.

La società dei consumi svaluta la durevolezza; ai suoi occhi “vecchio” significa “sorpassato”, non più utilizzabile e destinato alla spazzatura.

Tutto quello che oggi è buono per te, domani potrebbe essere riassegnato alla categoria dei veleni.

Nuovi bisogni richiedono nuove merci; nuove merci richiedono nuovi bisogni e desideri; l’avvento del consumismo inaugura l’era dell'”obsolescenza programmata” dei beni offerti sul mercato e segnala la spettacolare ascesa dell’industria dello smaltimento dei rifiuti.

Nella società dei consumi l’infelicità è un reato punibile o, nel migliore dei casi, una peccaminosa perversione che squalifica chi la professa dall’appartenere a pieno titolo alla società.

La cultura contemporanea della società dei consumatori è governata dal precetto «se puoi farlo, devi farlo».

Ciò che non siamo in grado di gestire ci è «ignoto»; e l’«ignoto» fa paura. La paura è un altro nome che diamo al nostro essere senza difese.

Il tuo Cristo è un ebreo. La tua macchina è giapponese. La tua pizza è italiana. La tua democrazia greca. Il tuo caffè brasiliano. La tua vacanza turca. I tuoi numeri arabi. Il tuo alfabeto latino. Solo il tuo vicino è uno straniero.

Ciò che tutti apparentemente temiamo, affetti da «depressione da dipendenza» o no, in piena luce del giorno o tormentati da allucinazioni notturne, è l’abbandono, l’esclusione, l’essere respinti, banditi, ripudiati, abbandonati, spogliati di ciò che siamo, il vederci rifiutare ciò che vogliamo essere. Temiamo che ci vengano negati compagnia, amore, aiuto. Temiamo di venir gettati tra i rifiuti.

Tutti i punti di riferimento che davano solidità al mondo e favorivano la logica nella selezione delle strategie di vita (i posti di lavoro, le capacità, i legami personali, i modelli di convenienza e decoro, i concetti di salute e malattia, i valori che si pensava andassero coltivati e i modi collaudati per farlo), tutti questi e molti altri punti di riferimento un tempo stabili sembrano in piena trasformazione. Si ha la sensazione che vengano giocati molti giochi contemporaneamente, e che durante il gioco cambino le regole di ciascuno. Questa nostra epoca eccelle nello smantellare le strutture e nel liquefare i modelli, ogni tipo di struttura e ogni tipo di modello, con casualità e senza preavviso.

Nella nostra epoca il mondo intorno a noi è tagliuzzato in frammenti scarsamente coordinati, mentre le nostre vite individuali sono frammentate in una successione di episodi mal collegati fra loro.

Nel dare forma alla nostra vita, siamo la stecca da biliardo, il giocatore o la palla? Siamo noi a giocare, o è con noi che si gioca?

Il male è stato veramente e pienamente banalizzato, e ciò che più conta, tra le conseguenze, è che noi siamo stati o saremo presto resi insensibili alla sua presenza e alle sue manifestazioni.

Quando si evita a ogni costo di ritrovarsi soli, si rinuncia all’opportunità di provare la solitudine: quel sublime stato in cui è possibileraccogliere le proprie idee, meditare, riflettere, creare e, in ultima analisi, dare senso e sostanza alla comunicazione.

Se tra i nostri antenati filosofi, poeti e predicatori si ponevano la questione se si lavorasse per vivere o si vivesse per lavorare, il dilemma che più spesso si sente rimuginare oggi è se si abbia bisogno di consumare per vivere o se si viva per consumare.

Nell’antichità la felicità era una ricompensa per pochi eletti selezionati. In un momento successivo venne concepita come un diritto universale che spettava a ogni membro della specie umana. Successivamente, si trasformò in un dovere: sentirsi infelici provoca senso di colpa. Dunque chi è infelice è costretto, suo malgrado, a trovare una giustificazione alla propria condizione esistenziale.

Il principale motivo d’ansia dei tempi moderni, collegato all’identità, era la preoccupazione riguardo alla durabilità; oggi riguarda invece la possibilità di evitare ogni impegno. La modernità è costruita in acciaio e cemento. La postmodernità in plastica biodegradabile.

Se l’uomo senza qualità è il perfetto ritratto dell’uomo moderno, l’uomo senza legami è l’individuo plasmato dalla modernità liquida.

In questo mondo nuovo si chiede agli uomini di cercare soluzioni private a problemi di origine sociale, anziché soluzioni di origine sociale a problemi privati.

Per quanto l’uso del termine “crisi” sia diventato frequente e diffuso nel nostro tempo, lo stato mentale che rappresenta era ed è ancora più frequente. La consapevolezza che le cose “vadano male”, diversamente da come ci si sarebbe aspettati, e lo sconcerto che ne deriva rispetto a ciò che si dovrebbe fare, sono aspetti frequenti, comuni, e forse universali dell’esperienza esistenziale umana.

Essere moderni venne a significare, così come significa oggi, essere incapaci di fermarsi e ancor meno di restare fermi.

L’immigrazione diventa un “problema” (demografico, culturale o sociale) in quanto denota la non integrazione dei nuovi stranieri nella società ospitante. In una cultura che promuove spasmodicamente il turismo, le reti informatiche, l’internazionalizzazione della formazione, dell’economia e del sapere (e quindi un’integrazione virtuale), la circolazione delle persone produce, a seconda dei tipi coinvolti, indifferenza, repulsione e inospitalità.

Il viaggiare per profitto viene incoraggiato; il viaggiare per sopravvivenza viene condannato, con grande gioia dei trafficanti di “immigrati illegali” e a dispetto di occasionali ed effimere ondate di orrore e indignazione provocate dalla vista di “emigranti economici” finiti soffocati o annegati nel vano tentativo di raggiungere la terra in grado di sfamarli.

I prodotti di scarto della globalizzazione − rifugiati, richiedenti asilo, immigrati.

La migrazione è un fenomeno che ha riguardato la “modernità” dalle sue origini ed è da essa imprescindibile. Perché la modernità produce “persone inutili”.

Le porte possono anche essere sbarrate, ma il problema non si risolverà, per quanto massicci possano essere i lucchetti. Lucchetti e catenacci non possono certo domare o indebolire le forze che causano l’emigrazione; possono contribuire a occultare i problemi alla vista e alla mente, ma non a farli scomparire.

Quando tutti i posti di lavoro sono precari e considerati non più sicuri, la vista degli immigrati è come il sale sulle piaghe.

Chi è insicuro tende a cercare febbrilmente un bersaglio su cui scaricare l’ansia accumulata e a ristabilire la perduta fiducia in se stesso cercando di placare quel senso di impotenza che è offensivo, spaventoso e umiliante.

I confini dividono lo spazio; ma non sono pure e semplici barriere. Sono anche interfacce tra i luoghi che separano. In quanto tali, sono soggetti a pressioni contrapposte e sono perciò fonti potenziali di conflitti e tensioni.

Il confine protegge (o almeno così si spera o si crede) dall’inatteso e dall’imprevedibile: dalle situazioni che ci spaventerebbero, ci paralizzerebbero e ci renderebbero incapaci di agire. Più i confini sono visibili e i segni di demarcazione sono chiari, più sono «ordinati» lo spazio e il tempo all’interno dei quali ci muoviamo. I confini danno sicurezza. Ci permettono di sapere come, dove e quando muoverci. Ci consentono di agire con fiducia.

Vengono cacciati a forza o indotti col terrore a lasciare il paese natio, ma viene loro rifiutato l’ingresso in qualsiasi altra nazione. E dunque il loro non è un semplice “cambio” di luogo: di fatto essi “perdono” un posto sulla terra e vengono catapultati in un niente.

Ogni modello di ordine spaziale divide gli esseri umani in «desiderabili» e «indesiderabili».

Il proliferare di campi profughi è un prodotto/manifestazione della globalizzazione, tanto integrale quanto il denso arcipelago di non-luoghi di passaggio in cui si muove la nuova élite di giramondo.

Con una carta di credito, si può invertire l’ordine dei fattori: godersela adesso e pagare dopo! La carta di credito rende liberi di gestire le gratificazioni, di ottenere le cose quando si vogliono, non quando le guadagneremo e potremo permettercele.

A tempo debito, l’amore e la morte colpiranno; solo che non abbiamo la benché minima idea di quando tale ora scoccherà. In qualsiasi momento giunga, ti coglierà impreparato.

Finché dura, l’amore è in bilico sull’orlo della sconfitta.

In ogni amore, ci sono almeno due esseri, ciascuno dei quali è la grande incognita nelle equazioni dell’altro.

Amare significa offrirsi a quel destino, alla più sublime di tutte le condizioni umane, una condizione in cui paura e gioia si fondono in una miscela che non permette più ai suoi ingredienti di scindersi.

Chi decide ancora di investire nelle relazioni lo fa fa perché si aspetta una mano nel momento del bisogno, un sostegno nel dolore, compagnia nella solitudine, soccorso nei guai, consolazione nella sconfitta e plauso nella vittoria.

Avendo abolito l’eternità nelle relazioni affettive e avendola sostituita con l’idea di un investimento remunerativo (in termini di sicurezza, piuttosto che di interesse monetario), la relazione non dà più ciò che promette: cerchiamo sicurezza da qualcuno che ha il nostro stesso obiettivo ma che, come noi, può decidere in qualunque momento di spostare altrove l’oggetto del suo investimento.

La solitudine genera insicurezza, ma altrettanto sembra fare la relazione sentimentale. In una relazione puoi sentirti altrettanto insicuro di quanto saresti senza di essa, o anche peggio. Cambiano solo i nomi che dai alla tua ansia.

Cresciuti nell’epoca dei pezzi di ricambio, non abbiamo imparato l’arte della riparazione.

Incertezza del futuro, fragilità della propria condizione sociale e insicurezza esistenziale − queste onnipresenti compagne di vita in un mondo liquido-moderno.

La civiltà moderna non è stata la condizione “sufficiente” dell’Olocausto, ma ha rappresentato senza alcun dubbio la sua condizione “necessaria”. Senza di essa l’Olocausto sarebbe impensabile.

C’è stato un tempo in cui i figli erano ponti tra mortalità e immortalità, tra la vita dell’individuo orribilmente breve e una durata auspicabilmente infinita della stirpe…
I figli oggi sono prima di ogni altra cosa e più di ogni altra cosa, oggetti di consumo emotivo. Gli oggetti di consumo soddisfano i bisogni, desideri o capricci del consumatore e altrettanto fanno i figli. I figli sono desiderati per la gioia dei piaceri genitoriali che si spera arrecheranno, il tipo di gioie che nessun altro oggetto, per quanto ingegnoso o sofisticato, può offrire.
I figli sono probabilmente gli acquisti più costosi che i consumatori medi compiono in tutta la loro vita.

Mettere su famiglia è come tuffarsi testa in giù in acque sconosciute di cui non si conosce la profondità: Abbandonare o posticipare altre seducenti gioie di un’attrazione consumistica ancora mai provata.

Oggi molti bevono caffè senza caffeina e birra senza alcol. Adottano bambini a distanza e seguono la politica internazionale o più recentemente le fluttuazioni dello spread, sentendosi fieri del proprio senso di responsabilità e della propria virtù, incapaci però, alla prova dei fatti, di sacrificare una parte del proprio io per riuscire a provare autentica empatia per le persone significative della loro vita. È di questa nuova maggioranza desensibilizzata, che dispone di droni e tastiere d’una potenza inaudita per fare le guerre senza sporcarsi neppure un alluce sul terreno nemico, che dobbiamo aver paura.

Oggi i centri commerciali tendono ad essere progettati pensando a desideri facili da nascere e rapidi a estinguersi, non all’onerosa e protratta creazione e coltivazione dei desideri. L’unico desiderio che una visita al centro commerciale deve instillare e instilla è quello di reiterare all’infinito l’eccitante momento del lasciarsi andare, del dare briglia sciolta alle proprie voglie senza un copione prestabilito.

La spettacolarità – la versatilità, durezza e immediatezza – delle operazioni punitive conta più della loro efficacia, che comunque di rado viene saggiata, poiché il pubblico è apatico e capace di brevi attenzioni.

La guerra moderna alle paure umane, sia essa rivolta contro i disastri di origine naturale o artificiale, sembra avere come esito la redistribuzione sociale delle paure, anziché la loro riduzione quantitativa.

Come un capitale liquido, pronto per ogni genere di investimento, il capitale della paura può essere – ed è – trasformato in qualsiasi genere di profitto, commerciale o politico.

L’arma del terrorismo, che è poi l’arma di chi non ha eserciti per combattere ad armi pari, è la distribuzione dell’angoscia.

Penso che la cosa più eccitante, creativa e fiduciosa nell’azione umana sia precisamente il disaccordo, lo scontro tra diverse opinioni, tra diverse visioni del giusto, dell’ingiusto, e così via. Nell’idea dell’armonia e del consenso universale, c’è un odore davvero spiacevole di tendenze totalitarie, rendere tutti uniformi, rendere tutti uguali. Alla fine questa è un’idea mortale, perché se davvero ci fosse armonia e consenso, che bisogno ci sarebbe di tante persone sulla terra?

I poveri di oggi (e cioè coloro che costituiscono un “problema” per gli altri) sono prima di tutto e soprattutto dei “non consumatori”, più che dei “disoccupati”. Essi vengono definiti innanzi tutto dal fatto di essere consumatori difettosi: infatti, il più basilare dei doveri sociali cui vengono meno è il dovere di essere acquirenti attivi ed efficaci dei beni e servizi offerti dal mercato.

Il consumismo, oltre a essere un’economia dell’eccesso e dello spreco, è anche un’economia dell’illusione. Esso fa leva sulla irrazionalità dei consumatori, non sulle loro previsioni informate e disincantate; punta a suscitare emozioni consumistiche, non a sviluppare la ragione.

II valore più caratteristico della società dei consumi, anzi il suo valore supremo rispetto al quale tutti gli altri sono chiamati a giustificare il proprio merito, è una vita felice; anzi, la società dei consumi è forse l’unica società della storia umana che prometta la felicità nella vita terrena, la felicità qui e ora e in ogni successivo “ora”: felicità istantanea e perpetua.

La maggior parte degli oggetti di valore perdono rapidamente lustro e attrattiva, e se il godimento viene differito, si rischia di doverli gettare nella spazzatura prima ancora di esserseli goduti.

La “sindrome consumistica” è fatta tutta di velocità, eccesso e scarto. I consumatori maturi non fanno i pignoli quando si tratta di relegare le cose nella spazzatura.

Nella società dei consumatori il vero titolare del potere sovrano è il mercato dei beni di consumo.

Nella società dei consumatori nessuno può diventare soggetto senza prima trasformarsi in merce.

In ogni Paese, ormai la popolazione è una somma di diaspore.

Invece di grandi aspettative di sogni d’oro, il “progresso” evoca un’insonnia piena di incubi di “essere lasciati indietro”, di perdere il treno, o di cadere dal finestrino di un veicolo che accelera in fretta.

Il “progresso”, un tempo la manifestazione più estrema dell’ottimismo radicale e promessa di felicità universalmente condivisa e duratura, si è spostato all’altra estremità dell’asse delle aspettative, connotata da distopia e fatalismo: adesso “progresso” sta ad indicare la minaccia di un cambiamento inesorabile e ineludibile che invece di promettere pace e sollievo non preannuncia altro che crisi e affanni continui.

Società come le nostre, mosse da milioni di uomini e di donne in cerca di felicità, diventano sempre più ricche ma non è affatto chiaro se con ciò diventino più felici.

In movimento siamo un po’ tutti, che lo si voglia o no, perché lo abbiamo deciso o perché ci viene imposto. Siamo in movimento anche se, fisicamente, stiamo fermi; l’immobilità non è un’opzione realistica in un mondo in perpetuo mutamento.

La globalizzazione ha raggiunto ormai il punto di non ritorno. Ora dipendiamo tutti gli uni dagli altri, e la sola scelta che abbiamo è tra l’assicurarci reciprocamente la vulnerabilità di ognuno rispetto ad ognuno e e l’assicurarci reciprocamente la nostra sicurezza condivisa. Detto brutalmente: nuotare insieme o affogare insieme.

Dovremmo fare in modo che i nostri bambini si preoccupino del fatto che i paesi che si sono industrializzati per primi siano cento volte più ricchi di quelli che non si sono ancora industrializzati. È necessario che i nostri bambini imparino, e presto, a non vedere le ineguaglianze tra la loro sorte e quella di altri bambini come la Volontà di Dio né come il prezzo necessario per l’efficienzaeconomica, ma come una tragedia evitabile.

Ciascuna parte della popolazione umana sulla terra è resa vulnerabile da tutte le altre parti, nonché da ciascuna di esse. Si tratta, potremmo dire, di una solidarietà di pericoli, rischi e paure.

Se il desiderio vuole consumare, l’amore vuole possedere. Se il soddisfacimento del desiderio coincide con la distruzione del suo oggetto, l’amore cresce insieme alle sue acquisizioni e si realizza nella loro durabilità.

L’amore è il desiderio di prendersi cura e di preservare l’oggetto della propria cura. Un impulso centrifugo, a differenza del desiderio, che è centripeto. Un impulso a espandersi, a fuoriuscire, a protendersi all’esterno; a ingerire, assorbire e assimilare il soggetto nell’oggetto, non viceversa come nel caso del desiderio.