Le frasi più belle di Kobe Bryant

Kobe Bryant (Filadelfia, 23 agosto 1978 – Calabasas, 26 gennaio 2020) è considerato tra i migliori giocatori della storia dell’NBA, dove ha giocato prevalentemente nel ruolo di guardia tiratrice.

Su Kobe Bryant, il giocatore Michael Jordan ha detto: “Ho lasciato la NBA in buone mani, ma se dovessi scegliere il giocatore più forte del pianeta, direi Kobe Bryant, senza alcuna esitazione”.

Presento una raccolta delle frasi più belle di Kobe Bryant. Tra i temi correlati si veda Le frasi più belle di Michael Jordan, Le più belle frasi motivazionali, Frasi, citazioni e aforismi sui campioni e Frasi, citazioni e aforismi sul basket.

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Le frasi più belle di Kobe Bryant

Se non credi in te stesso, chi ci crederà?

Il momento in cui ti arrendi, è il momento in cui lasci vincere qualcun altro.

Questa è la mentalità del mamba: noi non molliamo, non tremiamo, non scappiamo. Noi resistiamo e conquistiamo.

Sono praticamente inarrestabile. Quando la partita si mette male, i miei compagni sanno a chi rivolgersi.

Arrivare secondo vuol dire essere solo il primo tra gli sconfitti.

Possiamo sempre essere nella media e fare ciò che è normale. Io non sono qui per fare ciò che è normale.

I perdenti visualizzano le conseguenze del fallimento. I vincitori visualizzano le ricompense del successo.

Non importa quanto segni. Quello che conta è uscire dal campo felice.

La cosa più importante è cercare di ispirare le persone in modo che possano essere grandi in qualsiasi cosa vogliano fare.

La passione è il carburante per il successo.

A me non piacciono quelli che si piangono addosso. Penso sempre positivo, ho gli occhi pieni di vita. Qualcosa va male? Succede. Se posso risolverla subito, bene, altrimenti avanti un’altra.

Lo sport è un grande insegnante. Penso a tutto ciò che mi ha insegnato: cameratismo, umiltà, capacità di superare le differenze.

Devi farti avanti e giocare, amico. Non puoi preoccuparti delle critiche, non puoi preoccuparti dei fallimenti. Non puoi davvero preoccuparti di queste cose. Devi uscire e capirlo e giocare e fare il meglio che puoi, e qualunque cosa accada, che accada. Non puoi essere tenuto prigioniero dalla paura del fallimento o dalla paura di ciò che la gente potrebbe dire.

L’ultima volta che sono stato intimidito è stato quando avevo 6 anni a lezione di karate. Ero cintura arancione e l’istruttore mi ordinò di combattere contro una cintura nera che era un paio d’anni più grande e molto più grosso. Ero spaventato. Insomma, ero terrorizzato e lui mi ha preso a calci in culo. Ma poi ho capito che non mi aveva preso a calci in culo così tanto come pensavo e che non c’era nulla di cui aver paura. È stato più o meno nel periodo in cui ho capito che l’intimidazione non esiste davvero se si è nello stato d’animo giusto.

Una volta che sai come ci si sente dopo il fallimento, la determinazione insegue il successo.

Ho dei dubbi su me stesso, l’insicurezza, paura di fallire. Delle notti in cui mi presento all’arena e mi dico: “Mi fa male la schiena, mi fanno male i piedi, mi fanno male le ginocchia. Non ce la facci”. Voglio solo rilassarmi”. Abbiamo tutti dei dubbi su noi stessi. Non li si negano, ma non ci si arrende nemmeno.

Qualunque sfida, qualunque evento negativo, qualunque tipo di pressione… Hanno sempre rappresentato un’occasione di crescita per me.

I sogni più grandi non sono alimentati dalla fede. Sono alimentati dal dubbio.

Di notte dormo poco, ho sempre qualcosa a cui pensare. Spesso ho l’impressione che le ore di una giornata non bastino: per questo ho cambiato il numero di maglia dall’8 al 24

È difficile da descrivere. Ti senti improvvisamente pieno di fiducia in te stesso, ti senti forte sulle gambe, con una buona visione del canestro e inizi a segnare. Dopo un po’ ti convinci che qualsiasi tiro sia destinato al canestro. Anche quelli che sbagli.

A volte dico ciò che penso perché gioco ogni gara come se fosse l’ultima ed è frustrante vedere gli altri che non la pensano così. Se la squadra ha bisogno è necessario stringere i denti, anche con qualche infortunio.

Caro basket, dal momento in cui ho cominciato ad arrotolare i calzini di mio padre e a lanciare immaginari tiri della vittoria nel Great Western Forum ho saputo che una cosa era reale: mi ero innamorato di te.
(Lettere d’addio al basket)

Ho corso su e giù per ogni parquet dietro ad ogni palla persa per te. Hai chiesto il mio impegno ti ho dato il mio cuore perché c’era tanto altro dietro.
(Lettere d’addio al basket)

Ho giocato nonostante il sudore e il dolore non per vincere una sfida ma perché TU mi avevi chiamato. Ho fatto tutto per TE perché è quello che fai quando qualcuno ti fa sentire vivo come tu mi hai fatto sentire.
(Lettere d’addio al basket)

Hai fatto vivere a un bambino di 6 anni il suo sogno di essere un Laker e per questo ti amerò per sempre. Ma non posso amarti più con la stessa ossessione. Questa stagione è tutto quello che mi resta. Il mio cuore può sopportare la battaglia la mia mente può gestire la fatica ma il mio corpo sa che è ora di dire addio.
(Lettere d’addio al basket)

Sono cattolico, vado in chiesa ogni domenica e credo nel Paradiso. Ma ho anche timori molto terreni, quelli tipici di un padre che si preoccupa per le proprie figlie. Sono sempre lì a dire: state attente, non attraversate la strada, non date confidenza agli sconosciuti. Spero che diventino delle buone persone, che imparino ad aver cura degli altri prima che di se stesse e che comprendano dal mio insegnamento che qualsiasi obiettivo intendano raggiungere richiederà sacrificio.

“Volate troppo bassi”.
(Ultimo dialogo tra il pilota dell’elicottero di Kobe Bryant e la torre di controllo)